Margine Vivo, la cooperativa di comunità che vuole riaccendere i borghi prealpini
Sabato 20 giugno, nella Sala Orum di Orino, la cooperativa nata a Castello Cabiaglio ha riunito un gruppo ristretto di persone per raccontarsi, ascoltare e iniziare a costruire insieme
Un primo cerchio di ascolto, non un evento aperto al pubblico. Un momento importante per iniziare costruire insieme un sogno insieme a persone che vivono e lavorano nei territori prealpini varesini, convocate da Margine Vivo per condividere una visione e capire se c’è terreno comune su cui camminare.
Margine Vivo è una cooperativa di produzione e di lavoro nata a fine marzo 2026, nel cui statuto sono compresi tutti gli elementi per potersi autodichiarare cooperativa di comunità, forma giuridica non ancora riconosciuta da Regione Lombardia.
Una storia lunga, una forma nuova
Laura Castoldi, Paola Castiglioni e Consuelo Farese sono le socie fondatrici di questo nuovo contenitore cooperativo che eredita la consolidata esperienza ecopedagogica dell’ass. culturale Matrioska e la orienta in maniera più decisiva sul grande tema del lavoro e delle opportunità latenti delle economie di comunità. ” Adesso abbiamo bisogno di rafforzare la nostra base operativa con chi si sente di condividere la visione e la responsabilità di questo strumento innovativo per i nostri territori.”
Uno strumento, appunto: non un’istituzione chiusa, ma un contenitore capace difar girare l’economia locale, mettere in rete chi già fa e chi vorrebbe fare, abbassare le barriere burocratiche che scoraggiano i giovani dall’intraprendere.
È qui che una cooperative di comunità diventa particolarmente interessante: perché cerca di costruire imprese capaci non solo di erogare una prestazione, ma di incidere sul modo in cui un territorio può continuare a essere abitato. Perché oggi fare impresa in un’area interna non significa riprodurre il passato in scala ridotta, ma mettere in dialogo saperi nuovi, competenze alte, capacità di adattamento e desiderio di radicamento.
La bottega che non c’è più
Il primo progetto concreto è la riapertura della bottega alimentare di Castello Cabiaglio, chiusa nel 2023. Un negozio nato nel 1925 che per un secolo ha garantito pane, alimenti e socialità al borgo, attraversando guerre, inverni difficili e la pandemia. «La motivazione per non dover prendere la macchina e andare al supermercato è forte» ha detto una delle partecipanti. «Qui le persone chiedono prodotti freschi e del territorio, spazi di incontro e servizi di prossimità che rispondano ai bisogni di giovani e anziani».
A fine maggio Margine Vivo ha lanciato un sondaggio, come del resto è già successo per l’acquisto dei pannelli fotovoltaici della CERS” come testimoniato dal presidente di Energia Solidale ETS Pinuccio Petter. sui propri canali social per raccogliere indicazioni sulla bottega: settanta persone hanno già risposto, molte dichiarandosi disponibili a contribuire economicamente come socie consumatrici. «Quando ho chiesto in modo anonimo se erano disposti, tanti hanno detto di sì» ha raccontato Laura.
Tornare alla terra, senza restare soli
Il secondo grande versante è l’agricoltura. I terreni terrazzati della zona, abbandonati progressivamente, i boschi lasciati a sé, la mancanza di giovani disposti a fare i conti con burocrazia, costi fissi e solitudine del contadino: sono temi che i partecipanti hanno affrontato con concretezza e senza retorica.
«Il paradosso è questo: a sentire tanta gente, vorrebbero tornare alla terra. Poi quando senti chi l’agricoltura la fa davvero, non c’è nessuno che vuole coltivare» ha osservato una voce dalla sala. Il dato è impietoso: il giovane agricoltore che inizia oggi, anche con il supporto di Confagricoltura o delle cooperative di settore, nella maggior parte dei casi chiude entro due anni.
Margine Vivo vuole provare a cambiare questa equazione, non inventando nulla di nuovo, ma abbassando le barriere: gestire la burocrazia per chi non vuole farsene carico, creare accesso alla terra attraverso accordi con i Comuni, costruire filiere di prossimità che permettano al piccolo produttore di non restare solo di fronte a un raccolto finito o a un ginocchio infortunato.
Anche l’artigianato è sul tavolo. «Di fianco a me – afferma Paola – c’è una donna che ricama a mano. Io voglio battermi affinché questa cosa non muoia. Come si fa a diventare un lavoro? Non lo so. Ma mi ci voglio mettere a pensare.»
Un contenitore non ancora definito, e per questo aperto
Uno dei momenti più significativi dell’incontro è stato quando qualcuno ha fatto notare che la mancanza di definizione del progetto non è una debolezza: è una scelta. «Se io voglio coinvolgere qualcuno in un progetto, non posso averlo già definito del tutto, perché altrimenti è solo il mio progetto» ha detto un partecipante. «Qui ogni persona porta la propria esigenza. E già così si comincia ad avere una buona copertura dei bisogni reali del territorio.»
Diventare soci costa venticinque euro di quota. Chi entra porta competenze, non solo capitali. Il CDA valuta le domande, ma la direzione è condivisa. «La responsabilità è condivisa» ha ribadito Laura. «Non è una cosa scontata né facile da trasmettere. Ci vorrà tempo. Ma questo è il senso di una cooperativa di comunità.»










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