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Un pesce di 240 milioni di anni fa porta il nome del Verbano

La nuova specie, Placopleurus verbanensini, è stata descritta da un team internazionale di paleontologi guidato dal professor Andrea Tintori. Tra gli studiosi anche il luinese Massimiliano Andreetti, che aveva raccolto gli esemplari circa vent’anni fa sulle pendici sopra Castelveccana

Generico 07 Sep 2026

Cinque nuove specie di pesci fossili vissuti tra 247 e 237 milioni di anni fa, nel Triassico medio, sono state recentemente descritte da un gruppo di paleontologi guidato dal professor Andrea Tintori. Tra i ricercatori coinvolti nello studio c’è anche il luinese Massimiliano Andreetti.

La ricerca rientra nel progetto di Davide Conedera, dottorando dell’Università degli Studi di Padova, e prende avvio dai nuovi importanti ritrovamenti effettuati sul Monte Civetta, nel sito paleontologico di Pelsa/Vazzoler, scoperto circa dieci anni fa proprio da Tintori.

Ma tra le cinque nuove specie ce n’è una che interessa direttamente il territorio varesotto. Proviene infatti dalle pendici che sovrastano Castelveccana, dove gli esemplari studiati erano stati raccolti circa vent’anni fa dallo stesso Andreetti insieme ad Andrea Tintori. La nuova specie è stata denominata Placopleurus verbanensini, un nome che richiama il Verbano, l’antico e tradizionale nome del Lago Maggiore.

Si tratta di un piccolo neopterigio basale, generalmente lungo non più di dieci centimetri. Le sue dimensioni ridotte sono compensate dall’eccezionale stato di conservazione dei fossili, che ha permesso agli studiosi di analizzarne nel dettaglio le caratteristiche anatomiche.

Per capire l’origine di questi reperti bisogna tornare indietro di circa 240 milioni di anni, al Ladinico, nel Triassico medio. La Lombardia occidentale era allora occupata da un caldo mare tropicale, con grandi piattaforme carbonatiche, lagune e bacini popolati da pesci e rettili marini. Anche le aree oggi occupate da Valcuvia e Valtravaglia, a ovest del Monte San Giorgio, facevano parte di questo sistema marino.

La zona era caratterizzata da una laguna e, nelle parti più profonde, da fondali privi di ossigeno. Una condizione che limitava la decomposizione degli organismi e favoriva la conservazione dei loro resti, arrivati fino a noi sotto forma di fossili.

Altri esemplari di Placopleurus erano già conosciuti al Monte San Giorgio, il celebre sito fossilifero al confine tra Italia e Svizzera, patrimonio dell’umanità UNESCO anche grazie agli studi condotti da Tintori. Resti attribuiti allo stesso gruppo sono stati inoltre rinvenuti in Cina, a migliaia di chilometri dalle Alpi.

Particolarmente interessante è la disposizione delle scaglie sui fianchi, organizzate in tre file, caratteristica che ha contribuito alla distinzione tra le diverse specie. Lo studio offre inoltre nuovi elementi sull’evoluzione dei pesci del Triassico medio e sulla presenza, in questo gruppo, di quello che viene considerato il più antico esempio conosciuto di coda omocerca.

La scoperta di Placopleurus verbanensini aggiunge così un nuovo tassello alla storia geologica del Varesotto. Il Monte San Giorgio resta il sito più noto dell’area, ma le ricerche dimostrano quanto sia più ampio il patrimonio paleontologico della provincia. Le montagne e le valli varesine conservano le tracce di un territorio che un tempo era sommerso dal mare, come dimostra anche il ritrovamento e lo studio di Habroichthys flaviae, un altro pesce fossile vissuto in queste antiche acque.

E proprio il fossile di Castelveccana dimostra che molto resta ancora da scoprire: reperti raccolti anche decenni fa possono conservare informazioni scientifiche di grande valore, che nuove ricerche e moderne interpretazioni sono in grado di riportare alla luce.

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Pubblicato il 08 Settembre 2026
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