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Il rastrellamento nazifascista del ’44, morte e rinascita della Val Grande

Iniziò l'11 giugno di 75 anni fa, durò due settimane, migliaia di SS e soldati combatterono contro 500 partigiani. La Val Grande fu devastata, ma si trasformò così nella più grande area wilderness d'Italia, oggi custode anche di questa storia

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L’11 giugno del 1944, settantacinque anni fa, migliaia di militari dell’esercito tedesco, di SS e di soldati fascisti  circondarono l’area della Valgrande. L’obbiettivo era colpire le formazioni partigiane in crescita: quando il rastrellamento terminò, 300 partigiani erano morti e decine di alpeggi e piccoli insediamenti – abitati da pastori, boscaioli, carbonai – erano stati distrutti.
È la cronaca di una sconfitta, ma è anche la semina che porterà alla Liberazione meno di un anno dopo.

Nell’enorme area tra la valle del Toce, Verbania e il Lago Maggiore, la Val Vigezzo e il confine svizzero si trovavano, a inizio giugno, circa cinquecento partigiani, tra cui molte reclute appena arrivate per sfuggire al bando fascista di leva obbligatoria. Non erano più bande, ma embrioni di brigate, anche se ancora poco armate. La formazione più organizzata era la Brigata Valdossola, una formazione “apolitica” (cioè solo antifascista, senza legami con i partiti) che vedeva tra gli arruolati anche molti giovani provenienti da Milano e dall’Alto Milanese, in particolare dalla zona di Gallarate, Busto Arsizio e dintorni.

La Valdossola era comandata da una figura anomala, il quarantenne Dionigi Superti, ex militare di carriera, mandato al confino dal fascismo: nei giorni dell’armistizio, mentre l’esercito si dissolveva e i tedeschi occupavano l’Italia, Superti si trovava in zona come direttore di un’azienda di disboscamento e trasformò i suoi boscaioli in combattenti partigiani. Accanto a lui, tutto diverso per carattere e impostazione, era Mario Muneghina, comunista dalla vita avventurosa (era stato volontario nella Prima Guerra Mondiale, aveva partecipato all’impresa di Fiume e alla guerra di Spagna nelle file repubblicane).

C’erano poi la brigata Battisti e la Giovane Italia, altre due formazioni – nate subito dopo l’8 settembre – che fin dal nome si richiamavano a uno spirito nazionale e risorgimentale. Qui si distinsero anche Armando Calzavara “Arca”, 25enne sottotenente del bersaglieri,  i fratelli Enzo e Franco Plazzotta di Gemonio, l’operaio cremonese “Guido il Monco”, il coraggioso e umile alpino Mario Flaim, che arrivò in Valgrande a maggio, appena prima del rastrellamento.

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Partigiani della Giovine Italia di fronte all’alberghetto di Pian Cavallone, dal sito Parco Valgrande

Quando tedeschi e fascisti entrarono in Valgrande, i partigiani attuarono una resistenza in forma di guerriglia, con scontri in particolare nei punti d’accesso. Ma i numeri erano impietosi: 450 partigiani  contro circa 4mila nazifascisti (è la stima più prudente, altre parlano di oltre diecimila).
Partiti dal lago dalla valle del Toce e dalla Val Vigezzo, tedeschi e fascisti attuarono un cordone per impedire la fuga dalla Valgrande, occuparono le posizioni più alte e strinsero la morsa.


(La prima puntata di Valgrande ’44 – storia del rastrellamento, una produzione di Stefano Cerutti, dieci video disponibili su Youtube)

Un primo scontro a fuoco fu al ponte di Casletto (perdite pesanti tra gli attaccanti, dieci caduti tra i patrioti, tra i feriti anche Cesare Scampini di Samarate). 
A Miazzina i partigiani del tenente degli alpini Mario Flaim riuscirono poi a colpire il nucleo comando fascista, uccidendo quattro ufficiali. Al Pian di Sale verso la val Cannobina gli uomini di Muneghina travolsero due postazioni tedesche fortificate.

Man mano che i nuclei rimanevano isolati e i partigiani si arrendevano, si passò a vere e proprie stragi, con l’uccisione di prigionieri, spesso sul posto, sugli alpeggio alle bocchette: sette furono fucilati ad Aurano (tra questi Luciano Gussoni e Rolando Raimondi, di Busto Arsizio), sette all’Alpe Fornà, undici all’Alpe Casarolo, tra cui il bustocco Andrea Bottigelli.
Diciotto – tra cui Carlo Rocca da Busto – a Pogallo, quattro al ponte di Falmenta in Val Cannobina (tra cui Ausano Lupi) .

Al Pizzo Marona con Flaim caddero i bustocchi Eliano Crespi e Franco Guerra, gettati vivi giù dalla vetta. Pagò un tributo pesantissimo Samarate, che vide uccisi Carlo Broglia, Giovanni Praderio, Giovanni De Poli, Gaetano Ricci, Bruno Zocchi, Giuseppe e Pietro Introiti, Luigi Milani, molti falciati dalle mitragliatrici tedesche al rio Portaiola.
E ancora caddero Antonio Buraschi da Saronno, Gianfranco Mauceri da Venegono Superiore, Luigi Giudici da Solbiate Olona, Olindo Pasetti di Tradate, Pietro Pedrocca che morì a Ghiffa, proprio dall’altra parte del lago rispetto al suo paese, Castelveccana.

Molti prigionieri furono invece trasferiti più a valle: a Malesco furono torturati e poi uccisi al cimitero di Finero il già citato Gaetano Ricci da Samarate e Pietro Pezzotta, detto “Scalabrino”: originario della Bergamasca, era cresciuto a Busto (oggi è dedicata a lui una via del quartiere di Borsano).
Il 20 di giugno quarantatré partigiani e patrioti catturati – tra cui una donna, la 32enne Cleonice Tomassetti  – furono fatti sfilare a Intra, sotto un cartello che li definiva “banditi”. La lugubre parata anticipò di poche ore la strage che oggi prende il nome dalla località di Fondotoce, frazione di Verbania dove i prigionieri furono uccisi, rafficati a gruppi di tre.

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Tra i fucilati c’erano il tenente Ezio Rizzato, un ufficiale di carriera dell’Esercito Italiano originario del Veneto, e anche alcuni ragazzi che venivano dal Varesotto: Arturo Merzagora era un pescatore ventenne di Angera, c’era poi un «piccolo di Varese», uno dei quattordici non identificati. 

Da Busto Arsizio veniva invece Carlo Suzzi: colpito due volte, rimase a terra fermo, a occhi spalancati come fosse morto, e si salvò (qui il racconto dalla sua voce). Curato da abitanti di Fondotoce, tornerà a combattere e verrà soprannominato “il quarantatré”, perché avrebbe dovuto essere la 43esima vittima della strage. È morto nel 2017.

partigiano carlo suzzi
Carlo Suzzi nei primi giorni di maggio del 1945, sul lungolago di Intra, le mani appoggiate alla canna del suo mitra Mab

Al 27 di giugno nove prigionieri – tra loro Luigi Macchi di Sacconago – vengono fucilati a Beura, nel fondovalle del Toce: è l’atto finale del rastrellamento. Mentre già sui monti i nuclei di superstiti si riuniscono e si prendono cura dei feriti, affidati all’infermiera Maria Peron, che prestò anche la sua opera ai valligiani colpiti dalla violenza degli occupanti.
Nell’arco di sedici giorni, i nazifascisti avevano infatti devastato l’intera zona:  furono distrutte per rappresaglia 208 baite e cinquanta case del paese di Cicogna, colpite da un bombardamento tedesco; tre rifugi e un alberghetto (al Pian Cavallone) furono distrutti per privare i partigiani di basi logistiche e ricoveri in quota.

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I ruderi dell’alberghetto al Pian Cavallone, mai ricostruito; foto wikipedia

Le distruzioni di quel lontano 1944 cambiarono per sempre quei monti: la comunità diffusa di boscaioli e pastori – colpita anche dalle fucilazioni – non si riprenderà mai più e l’intera zona, nel Dopoguerra, verrà abbandonata, ancor più velocemente di altre aree montane in Italia. La Valgrande è diventata così, oggi, la più grande area wilderness d’Italia, oggi tutelata da un Parco Nazionale, dove si cammina per ore senza trovare alcun segno di vita o insediamenti.

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Partigiani dell’85esima Brigata Valgrande Martire, con il comandante Mario Muneghina, al Pian Cavallone, aprile 1945; foto archivio Casa della Resistenza

Quanto ai partigiani, si riorganizzarono presto: nacque la Brigata Valgrande Martire, che accolse nuove reclute, ancora una volta molte dall’Alto Milanese. Ad agosto arrivarono nuove armi pesanti trafugate alla Isotta Fraschini di Cavaria dagli operai della 127° Brigata Sap di Gallarate. Insieme alla Valtoce, alla Valdossola e ai garibaldini della Redi, la Brigata Valgrande Martire sarà protagonista  – solo due mesi e mezzo dopo – della “prima liberazione dell’Ossola”: dopo giorni di assedio e puntate fulminee, i patrioti sloggiarono i nazifascisti da Domodossola e dalla valle del Toce, dalla Val Vigezzo e dalla Val Cannobina. Durata quaranta giorni, la Repubblica dell’Ossola fu il primo esperimento democratico in Italia, tra settembre e ottobre del 1944.

Sei mesi dopo, il 24 aprile ’45, gli uomini di Mario Muneghina e Armando Calzavara “Arca” liberarono Verbania. Il giorno successivo centinaia di uomini delle brigate partigiane si misero in marcia sulla statale del Sempione e da Laveno verso l’Autolaghi: il Monte Rosa scese a Milano, per liberarla e scrivere la parola fine sulla dittatura e cinque anni di guerra.

Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it
Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare.
Pubblicato il 11 Giugno 2019
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