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Ho lasciato un pezzo di cuore là, sicura che non lo riavrò più

Il racconto di Claudia: "Grazie ad ogni paziente, per avermi confermato che questo lavoro che ho scelto di fare a sedici anni è l'unico che amo e che so fare"

Varese - terapia intensiva Covid - foto di Maurizio Borserini

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Di seguito la storia di Claudia.

Sono un’infermiera di Sala Operatoria all’ospedale di Angera. Da più di 25 anni lavoro in quell’ambiente che ho sempre definito “a conduzione familiare”, perché è veramente così. Come in ogni grande famiglia ci sono amore ed odio, felicità e tristezza, parenti e serpenti. 

L’arrivo dell’emergenza ha sconvolto la routine di ognuno di noi, rivoluzionando mansioni, cambiando prestazioni e postazioni di lavoro.

Fino a quando, un giorno, alcuni di noi sono stati destinati alle Terapie Intensive dell’ospedale di Varese. Gli altri sono rimasti “a casa”, anche loro nella rivoluzione più completa.

Niente più come prima. 

La mia esperienza è stata devastante, sotto ogni aspetto. L’introduzione in un nuovo gruppo di lavoro, una realtà più grande e completamente diversa, la gestione di un paziente “nuovo”. Mi ci sono voluti quasi dieci giorni per riuscire a respirare normalmente, senza trattenere il fiato ogni volta che mi venisse chiesto di fare qualcosa, vivendo con quel senso di inferiorità tipico della “ragazza di campagna che va in città”. 

Poi, una mattina, ho varcato la porta della Terapia Intensiva Trapianti come si varca quella di casa. Ho ritrovato la mia nuova famiglia ed ho iniziato la giornata lavorativa, e così è stato per un mese e mezzo. Fino a quando mercoledì, quel reparto è stato smantellato e chiuso momentaneamente per la dovuta sanificazione e tutto il personale Angerese è rientrato alla base.

Ho lasciato un pezzo di cuore là, sicura che non lo riavrò più. Ho condiviso la sofferenza e la tristezza con i colleghi e con i pazienti, ma ho anche condiviso sorrisi e gioie per dei piccoli miglioramenti.

Ad ognuno di loro dico grazie. 

Grazie ad ogni paziente, per avermi confermato che questo lavoro che ho scelto di fare a sedici anni è l’unico che amo e che so fare. Grazie ad ogni collega (infermiere ed OSS) per avermi insegnato tutto, per avermi accolto, per aver condiviso con me e con gli altri la propria conoscenza.

Ai miei colleghi di Angera va però il mio ringraziamento più grande, perché loro hanno difeso CASA con quelle poche armi a disposizione.  E, visti i risultati, lo hanno fatto molto bene. 

Ognuno di loro ha combattuto la più grande battaglia sanitaria degli ultimi cento anni. 

La pandemia non ha cambiato le persone, ha solo confermato che chi è buono d’animo lo sarà sempre e chi non lo è, è destinato a vivere la sua vita con meno sole.

Il mio pensiero più caro va a tutti i pazienti e i loro familiari. 

Claudia Grossi, Angera

 

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Pubblicato il 28 Maggio 2020
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