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Alla scoperta della sponda lombarda del Verbano: da Leggiuno ad Angera

Leggiuno e le sue chiese ricche di storia, le pipe di Brebbia, le fornaci di Ispra e le vicende di San Quirico ad Angera nella terza e ultima tappa del nostro viaggio sulla sponda orientale del Verbano

Chiesetta di San Quirico Angera

La sponda lombarda del Lago Maggiore, quella considerata “magra” in contrapposizione con la “grassa” piemontese – con i suoi alberghi di lusso e clienti altolocati – nasconde alla vista numerosi luoghi ed edifici che troppo spesso vengono sottovalutati, quando non ignorati. Con un itinerario suddiviso in tre puntate (QUI la prima: dal confine a Brezzo di Bedero; QUI la seconda, fino a Laveno Mombello) proviamo a rivelarvi qualche chicca – ma anche alcuni punti famosi – da visitare al più presto. Magari in questa estate 2026.

Leggiuno

Quest’ultima parte non può non iniziare dal paese natale di “Rombo di Tuono”: il grande Gigi Riva. Qui, oltre allo splendido Eremo di Santa Caterina del Sasso, si può incontrare la chiesa di Santo Stefano Protomartire. Menzionata per la prima volta nell’846 e divenuta sede di un collegio di canonici fra XI e XII secolo, venne ristrutturata verso la fine del ‘500. San Carlo, durante la sua visita nel 1574, infatti segnalò le cattive condizioni in cui versava e i lavori vennero conclusi entro il 1581. Nel 1604 l’arcivescovo Federico Borromeo esortò il prevosto a riedificare la pieve e, a questo scopo, mise a disposizione un gran numero di materiali da costruzione provenienti da varie chiese semidistrutte del territorio. La cerimonia di posa della prima pietra si tenne il 18 giugno 1620.Tuttavia, i lavori furono sospesi dopo pochi anni, a causa soprattutto dell’imperversare della peste, dopo di che si ripartì con grande lentezza, tanto che l’arcivescovo Cesare Monti minacciò di trasferire la sede plebana altrove. Le strutture murarie vennero quindi ultimate nel 1648, ma l’edificio, una volta completato in ogni sua parte, poté essere benedetto solo nel 1670. Negli anni immediatamente successivi si procedette alla sopraelevazione del campanile e all’aggiunta della sagrestia. Tra il 1875 e il 1876, grazie a don Luigi Comolli, la chiesa fu oggetto del prolungamento della navata di una campata. La consacrazione venne impartita il 21 luglio 1894 dal vescovo di Pavia, Agostino Gaetano Riboldi. Nel 1994 la facciata venne modificata e cinque anni dopo, l’interno dell’edificio fu restaurato. Intorno al 2000 si procedette con l’esecuzione dell’adeguamento liturgico secondo le usanze postconciliari mediante l’aggiunta della mensa eucaristica rivolta verso l’assemblea. Il prospetto principale e i suoi tre portali lignei furono poi interessati da un restauro portato a compimento nel 2011. La facciata della chiesa è suddivisa in due registri, entrambi scanditi da lesene. Quello inferiore, più largo e d’ordine ionico, presenta i tre portali d’ingresso e due nicchie, mentre quello superiore è caratterizzato da una finestra a lunetta ed è coronato da un timpano  triangolare, sormontato da una croce di ferro. Annesso alla chiesa è il campanile a base quadrata, la cui cella presenta su ogni lato una monofora a tutto sesto ed è coronata dalla cupoletta poggiante sul tamburo ottagonale. L’interno, composto da una sola navata divisa in tre campate su cui si affacciano le cappelle laterali, conserva alcune opere di pregio (a partire da una pala e dai tre affreschi raffiguranti i Santi Caterina, Primo e Feliciano della scuola del Beato Angelico).

Proprio ai Santi Primo e Feliciano è dedicato la chiesa forse più importante, almeno dal punto di vista storico, del territorio comunale. Il primitivo edificio di quello che oggi è l’oratorio dei Santi Primo e Feliciano fu edificato nel IX secolo dal vassallo carolingio Eremberto. La sua lapide sepolcrale, reimpiegata come mensa d’altare, fu rinvenuta in occasione del restauro del 1920 e si può vedere murata sulla parete orientale del presbiterio. Il campanile romanico è ritenuto dell’XI secolo, in pietra, con irregolari monofore e bifore sui quattro lati della cella campanaria. La facciata presenta un portale realizzato nel’600, utilizzando materiali antichi e forse provenienti dalla Mediolanum romana. Si trattano di due colonne in marmo proconnesio (una varietà di marmo bianco molto usato nell’Impero Romano) sormontate da capitelli, anch’essi in marmo proconnesio, databili al V-VI secolo. Tra navata e presbiterio sono collocati tre lastroni provenienti da un sarcofago romano in marmo proconnesio smembrato. Conteneva il corpo di Caius Iulius Grattianus, come recita l’iscrizione preceduta dalla dedica agli Dei Mani. A destra della facciata si trova un’ara funeraria di notevoli dimensioni in marmo di Musso (dal colore bianco\grigio ed estratto nell’omonimo comune nel comasco). Come si desume dalla descrizione, trascritta dal celebre archeologo Theodor Mommsen, rappresenta il monumento funerario di Lucius Virius Frontinus, pontefice a Milano, innalzato per lui dal figlio, Lucius Virius Vinicianus.

Alla scoperta della sponda lombarda del Verbano: Porto Valtravaglia, Castelveccana e Laveno Mombello

Brebbia

In quella che fu la sede di una delle più antiche pievi della Diocesi di Milano, prima che San Carlo la spostasse nella più importante Besozzo, si può visitare Il Museo della Pipa. Nato nel 1979, ha reso pubblica una collezione privata di pipe (inclusa una collezione di Gianni Brera) oltre ad oggetti e scritti correlati realizzati dal fondatore della Pipe Brebbia, Enea Buzzi.

Ispra

Nel paese che ospita il JRC si trovano, proprio sul lago, ancora cinque fornaci. Esse presentano una forma troncoconica di grandi dimensioni (3/4 metri di diametro ed un’altezza di 6/9 metri). Avevano da un lato lo scarico della calce ed all’antipode, ma più rialzato, l’ingresso del camino del braciere di combustione della legna. Venivano costruite con particolari mattoni e pietre per garantire la presenza all’interno di materiale refrattario, atto a mantenere il calore accumulato dalla combustione. Il tronco/cono della fornace veniva riempito dall’alto con la materia prima; il “sasso calcareo”, spaccato opportunamente in grandezze variabili da pochi centimetri sino a qualche decina di centimetri. Il riempire con sassi piccoli o grandi costituiva il “tiraggio” della fornace. Con “sasso calcareo” grande si aveva un tiraggio maggiore ma una cottura più difficoltosa all’interno del sasso stesso e con “sassi calcarei” più piccoli minor tiraggio, spesso miglior cottura ma tempi allungati. La legna posta nel braciere veniva incendiata e mantenuto acceso il focolare per giorni. I fumi, entrando nella fornace da un apposito condotto, attraversavano il “sasso calcareo” cedendone il proprio calore che poteva raggiungere a regime gli 800/1.000 gradi centigradi. La qualità della legna arsa nel braciere era l’altra variabile ai fini di una buona “infornata”. La cottura della calce avveniva a fuoco lento e durava più giorni. La calce viva quindi, a cottura ultimata, veniva tolta manualmente dal lato opposto del braciere e doveva essere spenta con appositi lavaggi d’acqua. L’operazione era classificata pericolosa per la produzione di gas venefici.

Sulla sommità del Monte del Prete, collina più prossima al centro storico abitato, sono presenti i ruderi del Castello di San Cristoforo. La fortificazione godeva del panorama di tutto il medio Verbano che lo collegava, “a vista” con altri castelli (anche quelli della cosiddetta “sponda grassa” mediante le segnalazioni con fuochi). Si trattava di un impianto modesto, diroccato già nella seconda metà del ‘500, fu costituito con la tipologia dei castelli a recinto, di cui rimangono solo parte della torre d’ingresso, una cisterna e una porzione delle mura, ridotte al livello del terreno.
In cima al Monte dei Nassi (o meglio Tassi, dal momento che, in passato, esisteva una foresta di tassi) sorgeva la chiesa medievale di San Crescenzio. I ruderi si limitano a pochi resti delle fondazioni di un ampio locale e di un alto muro che sovrasta la parete scoscesa che sale dal lago, quasi dalla punta d’Ispra.
In epoca remota, attorno alle chiese vi erano i luoghi di sepoltura. Non fa eccezione la chiesa parrocchiale, infatti in occasione degli scavi per la realizzazione delle condotte d’acqua per il JRC (fine anni 1950 inizi 1960), si rinvennero sul lato destro centinaia di reperti ossei umani, chiaro segno di antica presenza cimiteriale.
Are, lapidi ed urne sono presenti nei parchi delle ville Sagramoso-Brivio, Ranci e Castelli (poi divenuta sede del Municipio).

Angera

Il viaggio termina nella città conosciuta per la sua maestosa Rocca Borromeo. Oltre ad essa, una menzione la meritano anche il Palazzo Borromeo, edificio neoclassico arricchito al centro da un timpano triangolare, e la chiesa di San Quirico.
Quest’ultima fu costruita sull’omonimo colle di fronte alla rocca ed è dedicata al Santo bambino martirizzato con la madre Giuditta, anch’essa Santa, sotto l’imperatore Diocleziano intorno al 304 a Tarso (città natale di San Paolo). La prima menzione è datata 1300 ma, da questo momento, non si ha più documentazione fino alla visita pastorale di San Carlo (il quale trovò l’edificio in cattive condizioni). Ordinò allora di distruggerla e riutilizzare i materiali per costruire una nuova chiesa dedicata a Santa Maria ma gli angeresi non lo ascoltarono. Questo perché erano particolarmente devoti a San Quirico tanto che, nella visita pastorale del 1749, l’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli trovò la chiesa in ordine per merito delle ristrutturazioni eseguite a spese dei cittadini. Il piccolo edificio, a capanna, presenta un corpo centrale che stenta a raggiungere i 5 metri di lunghezza e i 3,5 di larghezza. Il soffitto è a volta, vi è una cappella semicircolare e infine, appoggiato al muro che conduce a quest’ultima, un altare di grandi dimensioni rispetto alla struttura. Nonostante i lavori di ristrutturazione realizzati nel corso dei secoli, la chiesa presenta ancora diversi problemi. A differenza di molte chiese del XII secolo, San Quirico possiede un cimitero adiacente. Una volta usciti dal sentiero che conduce alla chiesa, sul lato sud appare una meridiana posizionata nel 1988 e realizzata dall’artista Alvinio Ravasi. Frontalmente si innalza un piccolo campanile color grigio cemento con una copertura piramidale. Infine, sopra il portone di ingresso, è fissata una lapide recante la frase: IL 23-VI-1935 IL CARDINALE SCHUSTER QUI SALITO CONCEDEVA 200 G.DI I.^ A CHI RECITA TRE VOLTE IL CREDO, testimonianza della visita pastorale del prelato ad Angera.

Alla scoperta della sponda lombarda del Verbano: dal confine a Brezzo di Bedero

Via Confalonieri, 5

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Pubblicato il 02 Luglio 2026
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