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Il bagliore delle candele illumina il parco Boschetto di Germignaga per il 25 novembre

Una cinquantina di persone circa hanno preso parte all'iniziativa promossa dal primo cittadino Fazio. Una giovane donna: "Peccato mancasse una fetta di popolazione, la mia generazione"

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Candele accese, alcune tenute tra le mani, altre posate sulla panchina rossa recentemente inaugurata. Lo sguardo rivolto verso il basso, mentre si rievocano, nome per nome, le donne a cui è stata negata la possibilità di vivere, vittime delle violenze perpetrate dai propri compagni, ex fidanzati, mariti, dall’inizio dell’anno.

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Un momento intenso quello che si è tenuto ieri sera, sabato 25 novembre, al parco Boschetto di Germignaga, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. Un’iniziativa promossa  dal primo cittadino Marco Fazio, che ha visto la partecipazione di circa 50 persone. Con il rumore del lago sullo sfondo, e con il freddo pungente di una serata di novembre sul viso, i partecipanti hanno assistito, prima in silenzio e poi con un minuto di rumore, a questo significativo momento, aperto dal primo cittadino con le parole del senatore Sensi, in merito alla proposta di legge per il contrasto alla violenza di genere. Parole di un uomo – come tiene a sottolineare Fazio – di che si interroga e si assume una responsabilità, «due cose che noi uomini dobbiamo fare tutti, perchè le cose cambino».

“Ne parliamo tutti, un Paese intero, scosso, attonito, impietrito. Parlano le donne, indomite, stanche; stavolta parlano perfino gli uomini, richiesti di trovare voce per dire, per condannare, certo, per assumersi una responsabilità. Questa è cosa più difficile e gravosa, se possibile (se ne parlava stamattina), dell’addossarsi una colpa, in un dibattito pubblico che oscilla tra il dovere della responsabilità individuale e l’urgenza di quella collettiva, di genere. Anche se facciamo di tutto per non vederla, esiste, colleghi, una continuità fra gli elementi strutturali abituali della violenza di genere e l’estremo del femminicidio, perché in fondo è questa continuità che molti fra noi negano, mettendosi al sicuro. Io ho ucciso? No, ma uno di noi uomini, di noi maschi lo ha fatto. Io ho stuprato? No, ma uno di noi uomini, di noi maschi lo ha fatto. Io ho molestato, aggredito? No, ma è uno di noi uomini che lo ha fatto. Io ho umiliato, ? Sì, l’ho fatto. E quanti di noi l’hanno fatto e lo fanno ogni giorno? Io ho silenziato? Sì. Io ho diminuito? Sì. Io ho dato per inteso? Sì. Fatto quelle battute, usato quel linguaggio, escluso, spiegato non richiesto? Sì, l’ho fatto, a volte di proposito, a volte, peggio, senza pensarci, senza neanche accorgermene.

Non è ciò che ci interessa in gioco qui, ma che ci riguarda, ciò che non possiamo più tacere, i conti che dobbiamo cominciare a fare con la nostra identità e la sua crisi, che – lo vediamo – pagano le donne, spesso con la vita, sempre nella vita. Siamo diventati una mafia noi maschi? Lo siamo sempre stati? Siamo padri e figli, fratelli e complici di una prevaricazione, di un abuso eretto a sistema, di un danno che si perpetua e vive di noi e in noi? La domanda giusta non è se lo abbiamo fatto, se uno o tanti di noi abbiano ucciso, violentato, aggredito, umiliato, offeso, diminuito, reificato, insultato, minacciato, spiato, controllato, sequestrato una donna: perché lo abbiamo fatto. La domanda giusta non può essere neanche se lo faremo di nuovo, se accadrà di nuovo, perché sappiamo tutti che accadrà e che lo faremo di nuovo. La domanda giusta che ognuno di noi – parlo degli uomini, dei maschi – si dovrebbe porre oggi è: perché può accadere? Perché posso farlo? Sono fatto così? È il desiderio? È il possesso che esercito? La fisicità? È la mancata formazione? È un’educazione sbagliata? È la famiglia, il branco, il clan? È la cultura patriarcale? Schemi e strutture, anche economiche e di potere, che ci guidano e alle quali non facciamo eccezione, nessuno di noi? È una malattia? È una tara, un baco nelle relazioni tra uomo e donna? Il punto è questo: perché può accadere? Perché accade? A noi è chiesto non di dare la risposta a questo interrogativo smisurato; in questo caso forse sarebbe davvero opportuno tacere, di fronte a questo abisso. [Noi però], dobbiamo diffondere una consapevolezza più matura, evitare violenze, proteggere libertà, salvare delle vite. Una società che si fonda sul dare libertà, deve poi saperla proteggere. Per questo abbiamo il diritto e le leggi che regolano l’incontro e lo scontro di queste libertà, che limitano l’abuso, lo riducono, cercano di neutralizzarlo. Anche se siamo sempre daccapo, non siamo sempre daccapo, come ricordava la senatrice Malpezzi. Dobbiamo saperlo, avere fiducia e crederci. Questo è lo Stato di diritto e non di polizia. Sapevamo tutto, certo che sapevamo e su questo siamo e saremo giudicati, per quello che non abbiamo fatto, che non abbiamo saputo fare, per ciò che avremmo dovuto fare, che potevamo fare e non abbiamo fatto”

Tra i presenti, anche i sindaci di Duno, Marco Dolce, di Grantola, Adriano Boscardin e di Porto Valtravaglia, Ermes Colombaroli. «Peccato mancasse una fetta di popolazione – ha concluso una giovane donna presente -, la mia generazione».

L’evento si è concluso con un minuto di rumore, «perchè Giulia sia l’ultima, perchè noi uomini possiamo essere il motore del cambiamento» ha concluso Fazio.

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Pubblicato il 26 Novembre 2023
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