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Rolando Del Torchio riapre un bar confiscato alla mafia. “Scrivere mi ha aiutato ad andare avanti”

L'ex missionario rapito nelle Filippine racconta il suo difficile ritorno alla vita. In un libro edito da Piemme, la sua esperienza nelle mani dei terroristi

Generica 2020

Da Cesate a Garbagnate Milanese, un chilometro, forse meno: per molti un percorso banale, tra i rumori della provincia. Per Rolando Del Torchio è, invece, come una liberazione, la via d’uscita quotidiana dalla solitudine per farsi circondare da un mondo che lo attende anche questa volta come guida, riferimento. Come avveniva nelle Filippine, anche qui nella provincia lombarda. Esce dalla sua solitudine, Rolando, che nei giorni più faticosi ha come l’impressione di lasciarsi alle spalle una giungla per uscire a guardare il cielo. Oggi come nei giorni della prigionia: 181 sere aveva guardato le stelle, dalla foresta, e ogni volta come fosse l’ultima.

Del Torchio: “Libero con una vita da ricostruire”

Pandemia permettendo, ora c’è una serranda da alzare in centro paese, la macchina del caffè da accendere, il profumo delle brioches, le voci e gli sguardi dei ragazzi.

Ripartono loro, riparte lui

Storie difficili che si sono incrociate lì, ora lavorano insieme per riaprire un locale confiscato alla mafia e che da ora si chiamerà “Alla luce del sole”. Uscito vivo dalla giungla vera, dopo una terrificante esperienza da prigioniero nelle mani di terroristi islamici, l’ex missionario originario di Angera, torna a fare quello che aveva fatto per trent’anni nelle Filippine: l’educatore, il motivatore, il maestro di vita accanto agli ultimi. Contro le ingiustizie, controcorrente, come sempre.

Rolando Del Torchio arriva, tuttavia, alla nuova vita come un leone ferito: sei mesi terrificanti, tra il 2015 e il 2016, hanno lasciato il segno. E, forse, ancora di più hanno pesato gli anni da incubo seguiti alla sua liberazione, alla ricerca di una normalità che non c’era più, sempre prigioniero di una solitudine opprimente, un’angoscia interiore incompresa dagli altri. Quelle ferite interiori, oggi, sono cicatrici impossibili da nascondere. Tuttavia, grazie alla scrittura, Rolando Del Torchio è riuscito a metabolizzarle: in un libro, edito da Piemme.

«Durante i mesi di totale solitudine di lockdown – confida l’ex missionario – ho trovato la forza di far riemergere e mettere su carta molti ricordi, le mie riflessioni, alcuni pensieri su quel dramma che mi porterò sempre con me». Avrebbe dovuto fermarsi alcuni giorni e, invece, Rolando è tornato definitivamente “italiano”: «Avrei dovuto ripartire per le Filippine, dopo un breve periodo di vacanza ad Angera, il mio paese di origine, ma la pandemia mi ha trattenuto in Italia: in quei giorni chiuso in casa, sono riemerse le mie angosce, sono tornati a galla molti pensieri di quei sei mesi trascorsi nelle mani dei terroristi, sei mesi in cui venivo trattato come un animale destinato a morire. I ricordi non se ne andranno mai, quell’esperienza mi ha segnato per sempre. La scrittura mi ha, però, aiutato».

Un libro come il frutto di una terapia

«Più scrivevo, più ricordavo, più mi accorgevo di stare bene. Perché ricordare la mia prigionia nella foresta, ricordare le tante vicende non solo del rapimento ma anche della mia vita, tutto questo si è rivelato uno stimolo positivo. Dopo anni difficili, ho scoperto che ero io a controllare il mio trauma. Prima tendevo a vedere solo la sofferenza, con la scrittura mi sono accorto che la mia visione si allargava e andava a cogliere aspetti anche positivi».

Ne è uscito un racconto pazzesco, che trascina il lettore dentro la giungla, assieme a Rolando prigioniero, di fronte a terroristi in gran parte figli della miseria e dell’ignoranza. Il racconto porta il lettore dentro le sfaccettature impensabili dell’estremismo islamico, in un angolo dimenticato dal mondo, sull’isola di Jolo, nelle Filippine. Tuttavia, il libro è anche un percorso tortuoso dentro alla vita di Rolando Del Torchio, che oggi ha 62 anni: dalle sue prime ribellioni giovanili al Pian di Verra, nel corso delle esperienze di comunità con l’oratorio di Angera e don Carlo Gerosa (negli anni Settanta), fino alle sue battaglie a favore degli indifesi e contro la corruzione e la deforestazione nelle Filippine:

«Sono sempre andato controcorrente, mai spinto da convinzioni ideologiche, bensì dall’istinto che mi porta ad agire per il bene comune, dalla voglia di affiancarmi a chi ha bisogno di aiuto. La mia era ed è una ribellione sociale».

Non ho mai accettato compromessi e questo ha avuto conseguenze sempre”

Dal Lago Maggiore alle Filippine più povere: dopo un percorso religioso, padre Rolando è stato catapultato dentro un mondo complesso, duro, difficile da comprendere, come l’Asia dimenticata, quella dei villaggi di Sibuco, un puntino sull’atlante, attorno alle foreste tropicali devastate da affaristi di provincia, grandi interessi, mafie. Si è scoperto un riferimento per gli altri, con la responsabilità di dover dare risposte credibili a tanta gente povera, sfruttata, disillusa, gente che aveva bisogno di una luce, di speranza.

«Ho sempre rispettato un criterio, un metodo ben preciso: guardare, vedere, discernere, agire. Prima occorre cercare di capire dove sei, in che contesto ti trovi, qual è il problema e poi però bisogna discernere, valutare la soluzione migliore e agire. Fare, essere concreti. Non ho mai accettato compromessi e questo ha avuto conseguenze sempre».

Come, per esempio, gli attentati subiti e le minacce di morte ricevute da missionario, quasi vent’anni fa, ma anche i contrasti personali con le istituzioni ecclesiastiche, diversità di vedute che lo hanno portato a una crisi interiore irreversibile, fino alla rinuncia al sacerdozio.

«Quello fu un periodo molto difficile e complicato per me, mi sono ritrovato come in un deserto, a fare una scelta che fosse coerente, e non era la più comoda. Una decisione, quella di chiedere la dispensa dal sacerdozio, che molti non hanno capito, soprattutto ad Angera. Alcuni, lo riconosco, hanno accettato e mi hanno sempre voluto bene, ma molti altri volevano bene soltanto a Padre Rolando, non a Rolando. I silenzi di molte persone, in Italia, mi hanno fatto sentire ancora una volta dentro a una solitudine che ancora oggi è la mia unica compagna nei momenti difficili».

Va anche riconosciuto che le tante persone ad Angera e non solo, che per anni hanno donato e si sono spese per i progetti solidali da lui proposti nelle Filippine, si sono trovate, a un certo punto, disorientate: un riferimento come lo è sempre stato Rolando non lo si immagina fragile e in difficoltà come tutti. Il disorientamento era ed è normale. «Tanti nella loro semplicità mi hanno sempre incoraggiato, tra la mia gente di Angera, ma altri sono scomparsi, a partire dai leader: molte persone le ho perse, ma ne ho ritrovate di nuove. Oggi, il mio rapporto con la comunità è nullo, nessuno mi ha mai chiesto nulla, nessuno mi ha proposto un’alternativa.  Quando uscii dalla prigionia, nel 2016, accettai un incontro pubblico ad Angera, ma sbagliai perché era troppo presto, era un dramma ancora troppo fresco nella mia mente».

I sei mesi nelle mani dei terroristi, la liberazione inaspettata («avevo passato sei mesi pensando soltanto di dover morire», confida Rolando), il ritorno nel mondo, la fatica a reinserirsi, la depressione e di nuovo la solitudine…«La pandemia e la scrittura mi hanno riportato alla costante della mia vita: rimboccati le maniche, riscattati da solo, vai avanti».

Generica 2020

Una mano tesa, in realtà, Rolando l’ha trovata eccome, qualche mese fa

È quella, anche piuttosto robusta, di don Massimo Mapelli, con il quale Del Torchio condivise i primi anni di “gavetta” alla Caritas Ambrosiana, e che oggi lo ha portato a coordinare il progetto “Alla luce del sole” a Garbagnate Milanese. «Il rapimento mi ha posto di fronte a un fatto: non credevo di portar fuori la pelle da quella giungla. Invece è iniziata una nuova vita: a che pro, perché mi è stata data una seconda chance di vita? Non so ancora rispondere. Quando vedo che il mio esserci in un progetto diventa importante per persone nate e cresciute in situazioni difficili, quando vedo che la mia parola, il mio insegnamento li far star bene, allora io sento che la mia seconda chance di vita è qui».

Riparte dalla provincia, dalla Lombardia ricca, ma piena di contraddizioni e disagi. Rolando ha l’animo ferito, le cicatrici dell’Asia, della prigionia, delle sue battaglie si scorgono tutte, ma resta un lottatore: «Il rapimento mi ha fatto tremare, soffrire, mi ha fatto sudare sangue, mi ha portato via gli amici, la vita normale, mi ha portato via gli affetti, ma non ha portato via mai me stesso, non è mai riuscito a strappare le radici più profonde che ho.  Non sono caduto nella trappola di andare via e odiare la vita: ho visto l’odio, ho visto la forma dell’odio, ho visto la gente che odia. E ne sono uscito con la certezza che no, l’odio no, non lo coltiverò mai».

Una lavagna appesa a una parete del bar di Garbagnate riporta questa frase: “Piccole persone, in piccoli luoghi, facendo piccole cose, possono cambiare il mondo”.

Il cammino di un “vecchio” leone riparte, battendo la stessa pista di sempre: che sia in una foresta dall’altra parte del mondo, o in un angolo degradato della provincia lombarda. Che ora rinasce.

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Guardavo  il cielo: un libro sorprendente

Il 7 ottobre 2015, Rolando Del Torchio, classe 1958, originario di Angera, venne rapito nelle Filippine da un gruppo terroristico islamico, Abu Sayyaf, che si dichiarava vicino all’Isis. Oltre a lui, nelle stesse settimane, il medesimo gruppo terroristico rapì anche altre persone, in gran parte cittadini stranieri. Due canadesi furono uccisi nell’aprile 2016. Rolando Del Torchio, invece, fu liberato pochi giorni prima, era l’8 aprile 2016, dopo sei mesi di prigionia trascorsi in condizioni estreme. “Guardavo il cielo” è il racconto, spesso crudo, di quell’esperienza nella foresta, cronaca disperata sì, ma che conduce il lettore dentro alle dinamiche “tribali”, a volte sorprendenti, dei terroristi carcerieri di Rolando. I trasferimenti interminabili nella foresta, la fame, la paura di morire, il tentativo di dialogare con i suoi aguzzini, le cronache della prigionia s’intrecciano, poi, con altri ricordi personali, che ricostruiscono il percorso di una vita controcorrente, trascorsa con la costante ambizione di affiancarsi a persone in sofferenza e in difficoltà. Dalle ribellioni giovanili, frequentando la comunità parrocchiale di Angera, al costante impegno a favore delle comunità più povere, senza compromessi nelle battaglie contro gli speculatori e gli sfruttatori della foresta, a Mindanao, nelle Filippine. E’ un libro indubbiamente toccante, che Rolando Del Torchio non ha scritto soltanto per se stesso, come una liberazione,  ma per gli altri: per far capire e offrire spunti insoliti non soltanto sull’estremismo islamico, ma anche sul dovere morale di non scendere mai a compromessi.

Rolando Del Torchio,

“Guardavo il cielo. Ostaggio dei terroristi islamici: la vera storia di un uomo libero”

Edizioni Piemme, 288 pagine, 18,50 euro.

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Pubblicato il 13 Marzo 2021
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