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La vita di Amos Tenerini-Levy è come un romanzo: da Brezzo di Bedero ai Genesis, fino al rap a 80 anni

In occasione della pubblicazione de "Un altro inverno" l'ex tour manager e discografico si racconta: "Ho organizzato tour in tutto il mondo. Ma oggi, a 80 anni, le sfide più difficili sono la burocrazia e le difficoltà che compromettono la dignità degli anziani"

Amos Tenerini-Levy

Lo abbiamo incontrato in centro di Varese, dove si trovava per una commissione. L’idea iniziale era quella di parlare di Un altro inverno, il brano rap che nelle scorse settimane ha portato Amos Tenerini-Levy all’attenzione delle cronache locali. Una canzone nata da una vicenda personale, legata a un piano di lottizzazione che coinvolge alcuni terreni di famiglia sul Lago Maggiore e che da decenni non trova soluzione. Ma dopo pochi minuti di conversazione è impossibile non rendersi conto che il suo rap sulla condizione degli anziani è soltanto l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga.

A 80 anni Amos vive a Brezzo di Bedero, ma gran parte della sua vita si è svolta altrove. In Inghilterra, negli Stati Uniti, negli uffici delle agenzie musicali, dietro le quinte di tournée internazionali, nelle gallerie d’arte londinesi e nelle prime avventure imprenditoriali online quando internet era ancora un territorio quasi sconosciuto. Un percorso che oggi sta raccogliendo in un’autobiografia già arrivata a novanta pagine e che, ascoltandolo raccontare, restituisce il ritratto di una persona che sembra aver passato la vita a cercare il progetto successivo.

Da Brezzo all’Inghilterra

La prima svolta arriva molto presto. Amos lascia il Lago Maggiore a tredici anni. Suo padre era già emigrato in Inghilterra per lavoro e, dopo qualche tempo, vengono raggiunti da lui e dalla madre.

«Mio padre era nel settore alberghiero – racconta durante il nostro lunch, come lo definisce lui, che per abitudine mischia l’italiano con l’inglese senza soluzione di continuità -. Prima è partito lui, poi due anni dopo siamo arrivati noi. L’idea era che anch’io seguissi quella strada». Frequenta infatti una scuola alberghiera, ma il destino prende presto una direzione diversa. Durante gli anni del college viene eletto responsabile delle Students’ Union, le attività sociali degli studenti, una figura che si occupava anche di organizzare feste, eventi e concerti. È lì che entra in contatto con il mondo delle agenzie musicali. «Mi hanno dato un elenco di università e college e mi hanno detto di iniziare a telefonare. Da lì è cominciato tutto. Vendevamo le serate dei Genesis a 100 sterline».

Anche il cognome con cui verrà conosciuto nel settore musicale nasce in quel periodo. Tenerini diventa infatti Tenerini-Levy, o più semplicemente Amos Levy nel mondo professionale. «Quando telefonavo per vendere le serate delle band in Inghilterra il mio cognome non era facilissimo da capire. Allora sono andato da un avvocato, ho cambiato nome e sono diventato Amos Levy. Non sai quante porte mi ha aperto». Non lo racconta come una scelta identitaria, ma come una decisione pratica. Una delle tante che prenderà nel corso della sua carriera.

Gli anni dei Genesis e del progressive britannico

La Gran Bretagna della seconda metà degli anni Sessanta e dei primi Settanta è uno dei centri mondiali della musica. Amos vi entra da una porta laterale, ma privilegiata: quella degli organizzatori, dei promoter e delle agenzie. «La prima agenzia per cui ho lavorato aveva Peter Green. Poi sono passato a un’altra dove c’erano molti gruppi progressive rock. A quei tempi vendevamo le serate ai college e alle università».

Nel suo racconto i nomi che hanno segnato la storia del rock arrivano come si stesse parlando di persone qualunque. Genesis, Peter Green, Van der Graaf Generator, Emerson Lake & Palmer. Per lui sono ricordi professionali, come quelli legati a importanti professionisti del settore, come Armando Gallo e Tony Chapman, con cui Amos ci ha messo in contatto per una piacevole telefonata su WhatsApp sull’asse Varese-Los Angeles-Cornovaglia.

Tornando al racconto, in quanto tour manager il compito di Amos era fare in modo che le cose funzionassero. «Mi è sempre piaciuto sviluppare progetti. Organizzarli. Farli partire. Quando una cosa entrava nella routine, dopo un po’ cercavo qualcosa di nuovo». Una frase che aiuta a capire molte delle tappe successive della sua vita. Amos sembra muoversi continuamente verso nuove sfide. Raggiunto un obiettivo, il suo interesse si sposta altrove.

I New York Dolls e gli Stati Uniti

Verso la metà degli anni Settanta arriva il trasferimento negli States, preceduto da alcuni tour europei. «Ho fatto due tour con i New York Dolls e poi sono andato in America».

Negli Stati Uniti resterà fino al 1982. Sono anni trascorsi tra New York, Los Angeles e altre Colorado, dove si è sempre occupato di logistica e tournée.  «Quando facevo il tour manager ero quello che gestiva tutta la macchina. Con gli Aerosmith eravamo in trentadue. C’erano due palchi, le luci, gli spostamenti. Doveva funzionare tutto, tra l’altro erano davvero gli anni di Sex, drug and Rock ‘n’ roll».

Il suo racconto non indugia sugli aneddoti da backstage, piuttosto emergono alcuni episodi della sua vita privata («mi sposai a vent’anni, a Londra avevo conosciuto una ragazza olandese e dopo poche settimane celebrammo un piccolo matrimonio privato») oppure la fascinazione per l’organizzazione, per la costruzione di progetti complessi, per la gestione di strutture che coinvolgevano decine di persone. Ed è proprio quella inclinazione che continua a guidarlo anche quando si allontana temporaneamente dalla musica.

Dallo studio di registrazione alle gallerie d’arte

In Colorado partecipa alla realizzazione di uno studio di registrazione. «Mi avevano presentato una persona che voleva costruirlo. Ho fatto da project manager e poi mi occupavo di portare gli artisti. Andavo ai concerti, cercavo contatti, proponevo lo studio». Anche questa esperienza dura alcuni anni prima di lasciare spazio a qualcos’altro. La nuova svolta arriva grazie a una compagna inglese che lavorava nel mercato dell’arte.

«Comprava opere alle aste e poi le rivendeva ai galleristi. Abbiamo iniziato così». Da quell’attività nasceranno tre gallerie d’arte a Londra.

Per oltre un decennio Amos lavora nel settore. Racconta di collezionisti, imprenditori e iniziative immobiliari. Racconta anche di una lunga battaglia legale legata a un progetto di ampliamento, conclusa con una vittoria sul piano giudiziario ma rivelatasi economicamente insostenibile. È una storia che, in qualche modo, anticipa uno dei temi che riemergeranno molti anni dopo: il confronto con regolamenti, autorizzazioni e procedure amministrative.

Internet quando la rete era ancora una scommessa

Ma se c’è un filo rosso che attraversa l’intera vita di Amos è la curiosità verso le novità, come testimoniato dall’utilizzo dell’AI in Un Altro Inverno.

Quando internet è ancora agli inizi, decide di investire anche in quel mondo. «Abbiamo creato un portale dedicato all’arte: si chiamava EasyArt (un nome che gli avrebbe dato qualche iniziale grattacapo, risolto senza contenziosi, con una nota compagnia aerea). Oggi sembra qualcosa di assolutamente normale, ma stiamo parlando del 1995-96». L’obiettivo era raccogliere gallerie, artisti e contenuti in un unico spazio online. Successivamente il progetto si amplia, tesse collaborazioni con musei e si espande in diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, di cui Amos è il responsabile del portale. «Molti non capivano ancora cosa sarebbe diventato internet».

Anche il suo rapporto con la tecnologia continua nel tempo. Racconta di aver acquistato i primi computer negli anni Novanta e di aver sempre cercato di seguire le trasformazioni digitali. Come fu con MySpace (ve lo ricordate?), uno dei primi social network (tutt’ora attiva) a fiorire a inizio Anni 2000.

Il ritorno sul Lago Maggiore e il tour in Giappone

Il ritorno sul Lago Maggiore arriva anche per ragioni familiari. Le condizioni della madre iniziano a peggiorare e Amos sceglie di trascorrere sempre più tempo in Italia. La musica, però, continua a occupare una parte importante della sua vita.

Nei primi anni Duemila torna infatti a lavorare con EMI grazie a rapporti costruiti in una breve esperienza molti anni prima (quando era attivo lo stabilimento di Caronno Pertusella) e si dedica allo sviluppo di nuovi progetti artistici. Tra questi c’è quello dei The New Story, una band sulla quale decide di investire personalmente. «Lavorammo per organizzare un tour di 10 date in Giappone», racconta.

Un’opportunità nata anche grazie al successo ottenuto dal gruppo su MySpace. L’interesse di una casa discografica giapponese contribuisce ad aprire nuove prospettive e, una volta rientrato in contatto con EMI, il progetto trova ulteriore slancio. Tra i nomi citati durante l’intervista compaiono anche Tiziano Ferro, Mondo Marcio e alcune band seguite nei primi anni Duemila che all’epoca pubblicavano sotto l’etichetta discografica, che naturalmente collaborava con la celebre trasmissione TRL: «Così ho conosciuto Alessandro Cattelan: sono contento nell’aver visto la bella carriera che ha fatto in questi anni».

La canzone nata da una battaglia personale

L’ultimo capitolo della sua storia nasce però a pochi passi da casa. Un altro inverno, il brano pubblicato nelle scorse settimane di cui abbiamo parlato anche in questo articolo.

Da quella situazione personale è nato un testo che allarga lo sguardo alle difficoltà economiche e burocratiche che, secondo Amos, accomunano molte persone anziane. Il progetto è stato poi sviluppato con l’aiuto dell‘intelligenza artificiale, sia per la parte musicale sia per il videoclip realizzato insieme all’amico Stefano Bertelli.

«Lui costruiva le varie scene e io gli dicevo cosa funzionava e cosa no. L’abbiamo sviluppato passo dopo passo». La canzone è così diventata un modo per riportare l’attenzione su temi che considera spesso trascurati: «il costo della vita, le pensioni, la burocrazia e la difficoltà di mantenere la propria autonomia in età avanzata».

Un libro ancora da finire

Se oggi la canzone rappresenta il progetto più visibile, in realtà Amos guarda già oltre. Da tempo sta lavorando a un’autobiografia. «Siamo arrivati a novanta pagine ma c’è ancora tantissimo da raccontare». Non è difficile credergli. Nell’arco di un pranzo la conversazione passa dall’Inghilterra degli anni Sessanta ai Genesis, dai tour americani degli Aerosmith alle gallerie d’arte londinesi, fino ai primi esperimenti di commercio online e all’intelligenza artificiale.  Proprio questa potrebbe la chiave per leggere la sua storia. «Se domani qualcuno mi chiamasse per un progetto interessante, partirei subito».

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Pubblicato il 29 Settembre 2026
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