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“La cultura rende i giovani non acquistabili dalla mafia”

Dalle Clarks sciolte dall'asfalto di Via D'Amelio alla forza dello studio: all'Istituto Superiore di Sesto Calende il racconto sull'antimafia da parte di La Torre e De Francisci, che hanno vissuto le lotte a Cosa Nostra. Il loro appello agli studenti del Dalla Chiesa

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Le scarpe sporche di asfalto fuso in via d’Amelio sono l’immagine forte, il ricordo incancellabile, che Ignazio De Francisci ha scelto per descrivere agli studenti di Sesto Calende i giorni più duri della storia d’Italia. Per la settimana della legalità il procuratore – oggi in pensione – che lavorò nel pool con Falcone e Borsellino, ha portato la sua testimonianza nell’aula magna dell’Istituto Carlo Alberto Dalla Chiesa, affiancato da Franco La Torre, figlio di Pio, il politico che firmò la legge sul reato di associazione mafiosa.

L’incontro, moderato da Adelio Airaghi, rientra nelle iniziative del mese della legalità promosse quest’anno in concerto dal sindaco di Taino, Stefano Ghiringhelli, dalla prima cittadina di Sesto Calende, Elisabetta Giordani, e, naturalmente, dalla scuola sestese, che, come ricordato dal dirigente scolastico Rino Marotto, è intitolata a una persona che ha dedicato la propria vita per combattere la mafia: il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Sesto Calende antimafia

L’ASFALTO DI VIA D’AMELIO

De Francisci ha rievocato, oltre all’autobomba di via d’Amelio, anche l’odore di gomma bruciata e l’autostrada di Capaci sventrata dall’esplosione. Una stagione fatta di sangue e di (maxi) processi che ha segnato un punto determinante per l’intera nazione. Il particolare è quello delle scarpe quel caldo giorno di luglio in vi, e le sue «Clarks, devastate dall’asfalto ridotto praticamente allo stato liquido, che non avrei mai più potuto né voluto rimettere»: un simbolo fisico per una cicatrice personale e fortissima per il grande dolore dato dall’assassinio di Borsellino, e qualche mese prima, del giudice Falcone, di sua moglie – la magistrata Morvillo – e dela scorta. «Oggi vivete in un Paese migliore, pur con tutti i suoi problemi, perché lo “stato maggiore della mafia” è finito in galera» ha spiegato, sottolineando come il risultato contro la criminalità organizzata è stato raggiunto grazie all‘impegno collettivo di magistratura e forze dell’ordine. Secondo il relatore, la storia del Paese passa inevitabilmente da quei luoghi e dalla conoscenza di ciò che è accaduto.

IL SISTEMA MAFIA E IL BANCHETTO DI DON RODRIGO

Il valore dello studio, «strumento di libertà», è stato invece il nucleo dell’intervento di Franco La Torre. Ripercorrendo la vicenda del padre Pio, nato a Baida, tra le frazioni più in difficoltà di Palermo, ha raccontato come la scuola sia stata la sua prima forma di riscatto. «Mia nonna Angela diceva che bisognava studiare per non meritare quella vita di stenti» ha ricordato La Torre, che ha saputo ben dialogare con i ragazzi, coinvolgendoli a partire delle materie studiate scuola. 

pio la torre

Il primo romanzo a parlare di Mafia? Non il Giorno della civetta di Sciascia, come penserebbero in molti, bensì i «Promessi Sposi» e il banchetto di Don Rodrigo: il famoso capitolo manzoniano, che descrive trai commensali dell’antogonista del romanzo anche il dottor Azzeccagarbugli, il Conte Attilio e il podestà di Lecco, è in effetti l’esempio perfetto, ante litteram se vogliamo rispetto alla concezione “canonica” di organizzazioni come Cosa Nostra, per descrivere «il sistema», ovvero quella cultura fatta di oppressione e al tempo stesso di relazioni opache tra criminalità e pezzi della società.

LA MAFIA E IL POTERE ATTRATTIVO MORTALE E CANCEROGENO

«Il sistema della mafia – spiega La Torre – ha la capacità di rispondere al bisogno immediato. Quello che non ti dice è però è quello che succede dopo». La prigione, le minacce, la violenza e la morte. «La mafia ci conosce benissimo e sa generare, illegalmente, soldi facili. Per questo esercita un grande potere attrattivo su chi è in difficoltà. Studiando la storia della mafia possiamo essere però consapevoli che quel salto, carpiato e mortale, è in realtà un altissimo rischio (verso se stessi e verso la società, ndr.)». 

franco la torre

L’importanza di non piegare la testa davanti alle lusinghe, alle scorciatoie, è stata ribadita dal comandante della stazione dei Carabinieri, Giovanni Opessio. Il rappresentante dell’arma ha ribadito come la mafia tema «la cultura perché rende i giovani consapevoli e non acquistabili». Un concetto ripreso anche dai due sindaci, Elisabetta Giordani e Stefano Ghiringhelli, che ha invitato i ragazzi a combattere il sistema mafioso nella quotidianità, il primo passo è quello di «rispettare il proprio ruolo di cittadini».

Sesto Calende antimafia

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Pubblicato il 17 Aprile 2026
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