Monteviasco, la rabbia di chi resiste: “Perdiamo clienti e soldi, dopo sette anni e mezzo di sacrifici adesso basta”
Barbara Ragazzi e Roberto Tosi, che gestiscono il Vecchio Circolo, raccontano le conseguenze della nuova chiusura della funivia. Prenotazioni cancellate, attività in difficoltà e un paese che chiede risposte. Arriva anche Rai 1
«Io sto perdendo tanti, tanti soldi. La gente prenota e poi disdice. Ho già perso tre compleanni, un gruppo di cinquanta svizzeri non verrà più e continuano ad arrivare disdette. Adesso voglio capire a chi devo chiedere un risarcimento, perché lo esigo».
La voce di Barbara Ragazzi, che insieme al compagno Roberto Tosi gestisce il ristorante e bar Il Vecchio Circolo di Monteviasco, racconta meglio di qualsiasi documento la stanchezza di chi continua a credere in un paese straordinario, ma si trova ancora una volta a fare i conti con l’isolamento.
La nuova chiusura della funivia, inizialmente prevista per i controlli e gli interventi periodici di manutenzione, si sta prolungando oltre le aspettative. E per chi vive e lavora nel piccolo borgo della Val Veddasca, raggiungibile soltanto a piedi quando l’impianto è fermo, ogni settimana in più significa clienti persi, occasioni mancate e un futuro che torna a farsi incerto.
Dopo sette anni e mezzo trascorsi senza funivia, durante i quali hanno continuato a lavorare e a costruirsi una clientela affrontando quotidianamente il sentiero, Barbara e Roberto non sono più disposti ad accettare altri rinvii senza spiegazioni.
«Per sette anni e mezzo non abbiamo mai detto niente, perché sapevamo che bisognava trovare un gestore e risolvere i problemi. Abbiamo fatto avanti e indietro a piedi, ci siamo costruiti la clientela. Ma adesso basta. Siamo stufi di essere sempre accondiscendenti davanti a decisioni sbagliate di altre persone, quando poi siamo noi a rimetterci».
«La gente vuole venire a Monteviasco, ma poi rinuncia»
La cosa che fa più male a Barbara è che l’interesse per Monteviasco non manca. Anzi, negli anni il borgo ha saputo conquistare nuovi visitatori, attratti dalla bellezza del luogo, dalla sua storia e dalla possibilità di vivere un’esperienza lontana dai ritmi della quotidianità.
«La gente ha voglia di scoprire questo paese. Lavoriamo tanto con il passaparola, le persone vengono, poi ne parlano agli amici e tornano. Non ci possiamo lamentare dell’interesse che c’è. Ma adesso mi prenotano, anche quando li avviso che la funivia è chiusa, e poi mi richiamano per disdire».
Un meccanismo che sta provocando perdite importanti. Barbara racconta di aver visto sfumare feste di compleanno, pranzi organizzati e gruppi numerosi. E il problema non riguarda soltanto gli incassi immediati: ogni cancellazione rischia di allontanare persone che magari avevano programmato da tempo una visita.
«Io ho un’attività commerciale, ho delle spese. Posso comprendere un mese di chiusura per i controlli, anche se settembre era un mese bellissimo per lavorare. Ma se poi si va avanti fino alla fine di ottobre, e magari oltre, per me non va più bene».
Roberto Tosi: «I controlli sono necessari, ma qualcuno deve assumersi le proprie responsabilità»
Accanto a Barbara c’è Roberto Tosi, cuoco del Vecchio Circolo, che interviene con parole altrettanto dure. «Il problema è semplicissimo. La chiusura per i controlli va bene, ci sono manutenzioni da fare e nessuno lo mette in discussione. Ma qui non stiamo parlando soltanto di manutenzione. Ci sono passaggi che, secondo noi, non sono stati completati da chi avrebbe dovuto farlo».
Roberto tiene a distinguere le responsabilità e sottolinea che, a suo giudizio, non sono da attribuire all’azienda incaricata dell’esercizio della funivia. Richiama inoltre l’impegno della Regione Lombardia e della Provincia, sostenendo che entrambe abbiano fatto quanto di loro competenza.
Il suo è un atto d’accusa nei confronti di ritardi amministrativi che, secondo i gestori, starebbero impedendo la ripartenza dell’impianto. Responsabilità che chiedono vengano chiarite ufficialmente dagli enti interessati.
«Non puoi mettere in croce un paese. Noi abbiamo resistito sette anni e mezzo senza funivia, ma adesso, per un lavoro che doveva durare tre o quattro settimane, ci ritroviamo con centinaia di persone che non vengono. Parliamo di trecento, quattrocento clienti persi tra settembre e ottobre».
La frustrazione cresce anche davanti agli obblighi che continuano a pesare sulle attività.
«Le tasse arrivano, arrivano l’Imu, i costi dei rifiuti, dell’acqua. Noi dobbiamo continuare a pagare tutto. Però non possiamo lavorare normalmente. Non funziona così».
Per Barbara e Roberto la richiesta è diventata molto concreta: conoscere le ragioni del prolungamento della chiusura, ottenere una data credibile per la riapertura e capire come affrontare i danni economici subiti.
La protesta arriva su Rai 1
La vicenda di Monteviasco sta richiamando anche l’attenzione della televisione nazionale.
Secondo quanto riferito dai gestori del Vecchio Circolo, domenica 11 ottobre arriverà a Monteviasco una troupe di Rai 1, mentre lunedì 12 ottobre è prevista una diretta televisiva dedicata alla situazione della funivia e alle difficoltà del paese.
L’appuntamento dovrebbe coinvolgere gli abitanti e le persone che da tempo seguono la vicenda, con un collegamento dalla zona di partenza dell’impianto. «Lunedì mattina ci sarà la diretta su Rai 1. Ci saremo anche noi», spiega Roberto, che per partecipare dovrà assentarsi dal lavoro nella sua impresa di costruzioni.
È un’occasione per portare il caso oltre i confini della provincia di Varese, ma soprattutto per chiedere che alle parole seguano finalmente decisioni e tempi certi.
La richiesta che arriva da Monteviasco non è quella di rinunciare ai controlli di sicurezza, la cui necessità non viene messa in discussione. È quella di non lasciare ancora una volta il borgo sospeso nell’incertezza.
Un paese che non vuole arrendersi e una comunità che gli vuole bene
Attorno a Monteviasco, però, non ci sono soltanto amarezza e proteste. C’è anche una comunità molto più ampia dei pochi residenti che continuano a vivere nel borgo.
Ci sono gli escursionisti che ne percorrono i sentieri, le famiglie che vi tornano da anni, gli amici del paese, le associazioni, i volontari e tante persone che hanno imparato a conoscere e amare questo angolo della Val Veddasca.
Sono persone che, mentre chiedono alle autorità competenti una risposta concreta e una soluzione definitiva, esprimono anche solidarietà a chi continua a tenere aperte le attività e a custodire la vita del paese.
Da questa rete di affetto nasce anche un appello: continuare ad andare a Monteviasco, non abbandonarlo proprio nel momento in cui ha più bisogno di sostegno.
Significa scegliere di percorrere il sentiero per chi può affrontarlo in sicurezza, organizzare una visita, fermarsi a mangiare al Vecchio Circolo, sostenere le iniziative locali e continuare a parlare di un luogo che rischia troppo spesso di essere ricordato soltanto per i problemi della funivia.
Naturalmente il cammino a piedi non può sostituire un collegamento pubblico, soprattutto per gli anziani, per chi ha difficoltà motorie e per chi deve trasportare merci e materiali. Ma può rappresentare, per chi ne ha la possibilità, un gesto concreto di vicinanza.
Anche le associazioni del territorio stanno pagando il prezzo dell’incertezza. Roberto ricorda le difficoltà di chi aveva programmato manifestazioni e feste, ritrovandosi poi nell’impossibilità di organizzarle come previsto.
È un danno che va oltre il bilancio di un ristorante: riguarda la socialità, l’accoglienza e la possibilità stessa di mantenere vivo il borgo.
Da Materia alle iniziative delle associazioni: Monteviasco ha tanti amici
Che Monteviasco non sia soltanto un paese isolato, ma un luogo capace di creare legami profondi, lo dimostrano anche le tante iniziative nate negli ultimi anni per valorizzarne la storia e mantenerne viva la memoria.
Nel novembre 2025, a Materia Spazio Libero di Castronno, un incontro dedicato alla storia, alla crisi e alla rinascita di Monteviasco aveva riunito testimonianze, fotografie d’epoca e racconti degli Amici di Monteviasco. Un viaggio nella vita di un borgo che all’inizio del Novecento contava circa 450 abitanti, fatto di castagne, allevamento, lavoro e migrazioni, ma anche di una straordinaria capacità di resistenza.
Storia, crisi e rinascita di Monteviasco, il paese più isolato di Lombardia
Un’occasione per ricordare che dietro le difficoltà di oggi c’è una comunità con una storia importante, che merita di essere conosciuta e tramandata.
Lo racconta anche il Quaderno dei Ricordi, custodito sotto il portico della chiesa, accanto alla casetta dei libri. Nato da un’idea di Bertino e Vittorina, raccoglie pensieri, dediche e testimonianze di chi è passato da Monteviasco. Le sue pagine, sfogliate e valorizzate dai volontari dell’associazione Monteviasco Borgo e Natura, conservano parole lasciate da visitatori di diverse nazionalità.
Sono soltanto alcuni esempi di un impegno che comprende iniziative culturali, manifestazioni, attività associative e gesti quotidiani di cura del territorio.
Proprio l’associazione Monteviasco Borgo e Natura, nei giorni scorsi, ha dato voce alla crescente esasperazione di residenti, proprietari di case e operatori economici, denunciando non soltanto la prolungata chiusura della funivia, ma anche le difficoltà legate ai rifornimenti, all’acqua, ai rifiuti e ai servizi essenziali.
È un patrimonio di relazioni che non può essere disperso.
Per questo la protesta di Barbara e Roberto non è soltanto quella di due ristoratori che vedono diminuire gli incassi. È la voce di chi ha scelto di investire in un paese difficile, di restare quando sarebbe stato più semplice andarsene, di credere che Monteviasco possa continuare ad avere un futuro.
E oggi quella voce chiede due cose: alle istituzioni risposte concrete e tempi certi per la riapertura della funivia; a tutti coloro che amano Monteviasco di continuare a frequentarlo e sostenerlo.
Perché la solidarietà è importante, ma da sola non basta a garantire la sopravvivenza di un paese.
«Bisogna trovare veramente una soluzione, perché così non si può andare avanti», conclude Roberto.
È una frase semplice, che dopo quasi otto anni di attesa pesa più di tante altre parole.






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