Fakir, Roggero e il rischio che corriamo
La morte di Abderrahim Fakir a Bologna e il caso Roggero riaprono il dibattito su forze dell'ordine e legittima difesa. Due vicende diverse, un rischio comune: una propaganda che alimenta la paura e la sfiducia nelle istituzioni
Sono giorni difficili per il nostro Paese. Giorni caldi non solo per le temperature che non danno tregua. È la cronaca ancora una volta a parlarci di storie delicate e drammatiche. Domenica, nel quartiere Pilastro di Bologna, è morto Abderrahim Fakir durante un intervento della Polizia e di alcuni sanitari del 118. Aveva 42 anni, era di origine marocchina e viveva in Italia da diversi anni.
Da alcune ricostruzioni del Corriere della sera, “negli ultimi mesi, racconta l’avvocata dell’uomo, Fakir aveva manifestato timori legati all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione. «Aveva una paura immotivata di essere mandato via dall’Italia. Io cercavo di rassicurarlo: gli dicevo che era l’ultima persona che avrebbe dovuto avere paura, perché aveva tutti i documenti in regola»”.
La Magistratura ha acquisito tanto materiale grazie anche all’immediata disponibilità delle forze dell’ordine che avrebbero consegnato quanto in loro possesso. C’è un video straziante in cui si vede l’uomo immobilizzato mentre chiede aiuto. Lunedì la Procura di Bologna ha reso noto che gli agenti non risultano indagati, applicando una norma prevista dall’ultimo decreto sicurezza che consente di non procedere quando si ritiene che l’intervento sia stato giustificato.
Pietro Bartolo, il famoso medico di Lampedusa, ex europarlamentare, in un tweet scrive: «Ho visto e rivisto il video: rabbia e impotenza. Indipendentemente dai suoi trascorsi, è inaccettabile morire così. Resta il suo grido: “Aiuto, basta, basta!”. La vita è sacra».
È presto per fare qualsiasi analisi. Non si conoscono sufficienti elementi, ma abbiamo un dato certo: un uomo è morto mentre i sanitari sono stati a guardare un’azione di contenimento a cui ha partecipato anche un semplice cittadino.
Una vicenda che si sviluppa in un momento in cui i giornali sono pieni di informazioni che riguardano la storia di Mario Roggero, in carcere per i fatti di cronaca di cinque anni fa. Il gioielliere deve scontare una pena definitiva di 14 anni e 9 mesi di reclusione per aver ucciso due malviventi e ferito un terzo dopo che avevano rapinato il suo negozio. Gli aveva sparato alle spalle inseguendoli quando ormai erano in fuga. Anche in questo caso sono i video a consentire la ricostruzione dei fatti.
Queste storie che sembrano così lontane hanno un legame forte in un clima molto pericoloso. Clima alimentato anche da parte di chi dovrebbe avere sempre a cuore le istituzioni e il senso dello Stato.
L’Italia è un paese che a fatica è uscito dalla spirale della violenza. Per dare una risposta alla solita battuta «si stava meglio prima», teniamo conto che oggi, malgrado fenomeni eversivi ancora presenti, vedi anche i recenti fatti di cronaca che coinvolgono tanti giovani, siamo uno dei posti più sicuri al mondo. Nel 2025 ci sono stati 286 omicidi. Nel 2000 erano 741, nel 1975 900. Ma non sono solo questi dati a confermarci i progressi fatti. Il numero dei reati complessivi denunciati è più o meno lo stesso, intorno ai due milioni e 300mila, ma le rapine e i furti crollano, così come i reati contro la persona, ad eccezione delle violenze sessuali. Quello che va in controtendenza sono invece le truffe e i reati digitali.
Cosa ci dicono questi dati? Non certo che possiamo dormire sonni tranquilli, ma di sicuro confermano che non esiste un problema di violenza diffusa come viene spesso raccontato. Le ragioni sono tante e di diverso tipo. Abbiamo una solidarietà diffusa che attutisce i delicati problemi sociali che viviamo. È quella stessa energia che lavora per favorire il dialogo e la comprensione della complessità data da importanti cambiamenti figli di flussi migratori significativi.
A questo si unisce il fatto che in Italia, per fortuna, c’è una scarsa presenza di armi e il processo di democratizzazione delle forze dell’ordine è un fatto ormai consolidato. Un fatto che non va dato per scontato perché è figlio di principi democratici che richiedono che la fiducia nelle forze dell’ordine sia massima. Sono ancora troppi gli episodi di storture all’interno di quei corpi tanto importanti per la vita di un paese. Ogni volta che i vari corpi dello Stato vengono coinvolti in episodi di violenza o sopraffazione, ledono l’immagine e il valore di tutti i colleghi che rischiano tutti i giorni per garantire la sicurezza a tutti noi.
Tutto questo non possiamo sapere quanto abbia a che fare con i fatti di Bologna, ma è invece chiaro il rischio che corriamo con la storia del gioielliere. La richiesta di rivedere le norme sulla legittima difesa va in quella direzione. Al di là delle speculazioni politiche, ricordiamo che Roggero non potrà mai essere candidato: è pericoloso spingere nella direzione della difesa dei comportamenti di quel genere. Pericoloso perché lo scivolamento verso un paese più armato farebbe male a tutti e ne abbiamo esempi di quel genere in giro per il mondo.
Resta poi il tema centrale, sollevato con poche ma efficaci parole da Bartolo: «La vita è sacra». Tutte le vite, comprese quelle di chi commette reati, che vanno puniti senza alcun indugio: nessuno, però, ha il diritto di farsi giustizia da solo.






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