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Omertà e intimidazioni, così comanda la malavita vicina alle cosche nell’Alto Varesotto

Un’indagine della direzione distrettuale antimafia di Milano scoperchia un giro diffuso di malaffare che si esprime con tecniche collaudate tipiche di organizzazioni mafiose. Diciannove gli indagati sospettati di essere vicini della malavita calabrese e campana

carabinieri varese

Una fila di reati “comuni“ che vanno dall’estorsione alla violenza privata passando per minacce e intimidazioni, l’usura e lo spaccio di sostanze stupefacenti: 19 indagati e 28 capi di imputazione.

Detta così può suonare come un’indagine su malavita violenta di provincia e malaffare maturato nei giri brutti a ridosso del confine di stato, lungo le valli e sulle sponde del Lago Maggiore che portano verso il Canton Ticino.

E così sarebbe, se non fosse che affianco a molti dei reati contestati figura anche un numero, “416 bis” che nel linguaggio del codice penale porta diritti alla direzione distrettuale antimafia che scoperchia la pentola su quello che accade nell’Alto Varesotto sottoposto a una divisione del territorio che a nord fa riferimento a famiglie di spicco nella galassia della malavita calabrese, mentre nella zona più vicina alle valli si poggia sulla criminalità organizzata di stampo campano.

NERONE, LA GENESI
Tutto parte alcuni anni fa, tra il 2016 e il 2017 attorno a una serie di incendi dolosi di auto e furgoni in Valmarchirolo. Fioccano le informative dei carabinieri, partono la prime indagini che valutano come quei roghi, benché chiaramente dolosi non siano del tutto scollegati gli uni dagli altri e nascondano un sottobosco da approfondire. La Procura apre un’indagine che viene svolta dal reparto investigativo dell’Arma di Varese che mette sotto osservazione diverse utenze telefoniche, con intercettazioni ambientali e tecniche da dove gli investigatori cominciano a rendersi conto del coté fatto non di criminalità spiccia, ma nutrito di una rete di contatti e relazioni che riportano ad ambienti di peso: criminalità organizzata con radici lontane ma che attecchiscono anche al confine con la Svizzera. Per questo le indagini passano di mano, e da Varese si arriva a Milano, alla direzione distrettuale antimafia.

LA DDA
I pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Giovanni Tarsia cominciano a indagare e fa specie che i nomi dei paesi che emergono dalle prime risultanze e nelle ricostruzioni diffuse di molti dei 28 episodi riassunti nell’atto di conclusione delle indagini notificato ai 19 indagati non siano quelli classici a cui la magistratura milanese in questi mesi ci ha abituati, legati cioè alle «locali» di ‘ndrangheta che gravitano attorno a centri come Lonate Pozzolo o Ferno, Malpensa in generale, o Legnano. Qui le minacce, i tentativi di estorsione o i pestaggi avvengono nei paesini del Nord della provincia. Avvengono, secondo i magistrati milanesi, «avvalendosi della forza intimidatrice derivante dalla suggestione di un vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento e omertà che ne derivano, in ragione della peculiare richiesta che esprime tecniche collaudate tipiche di controllo del territorio» e della continuità con le cosche. Una formula che suona come una ricostruzione quasi testuale contenuta proprio nell’articolo 416 bis del codice penale: non viene contestata la direzione di un’attività criminale, ma la partecipazione ad essa.

ESTORSIONI E COCA
La specificità di quanto accade nella zona della Valmarchirolo e fino al confine Svizzero riguarda soprattutto, secondo le ipotesi investigative dell’Antimafia, una forte propensione a intimidazioni fotocopia rivolte a piccoli imprenditori, famiglie non rientrate da prestiti ma anche funzionari comunali raggiunti fin sotto casa e in alcuni casi anche picchiati per velocizzare pratiche edilizie: chi non ci sta viene raggiunto e minacciato, e nuovamente minacciato di non denunciare. Metodi da manuale adottati dalle “famiglie“. In particolare da queste parti gli inquirenti rilevano una forte vicinanza con la famiglia Giampa’, cosca egemone della zona di Lamezia Terme.

Nella zona fra la Valcuvia e la sponda del lago nella zona del medio Verbano invece si intrecciano giri di spaccio legati a cocaina e marijuana. Le località sono puntini di una cartina geografica criminale che a macchia di leopardo svela ponti e relazioni fra Leggiuno, Cuveglio, Cuvio, Brenta: tutti reati legati alla droga e allo spaccio per i quali la chiusura delle indagini riguarda attività in concorso imputata sempre a più soggetti in concorso.

LE INTERCETTAZIONI
Le indagini applicano come anticipato diverse tecniche per raggiungere l’obiettivo di comprendere quali siano gli intrecci criminosi, e nella rete degli investigatori finisce di tutto, telefonate, chiacchierate in luoghi pubblici e in auto, persino conversazioni afferenti a magistrati la cui posizione è stata successivamente archiviata: stiamo parlando di un’indagine che conta migliaia e migliaia di pagine di trascrizioni di intercettazioni telefoniche e ambientali. Dialoghi che nell’inchiesta della DDA di Milano svelano la capacità di persuasione assunta dagli affiliati che alludono a metodi tipici della criminalità organizzata dove basta un nome, o un riferimento anche velato al boss locale per spaventare e raggiungere l’obiettivo.

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 29 Ottobre 2021
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