Premio Chiara alla carriera, la lezione di Riccardo Muti a Luino: “La musica non usa cannoni né missili”
Dal teatro alla pace, dalle “stoccate” contro le regie contemporanee al valore del canto collettivo: il Maestro conquista il Teatro Sociale con ironia, ricordi e una riflessione sul ruolo civile della musica
«Questo non è moderno o retrogrado: è cretino».
Riccardo Muti sta parlando delle regie d’opera contemporanee, dei faraoni che fumano sigari cubani e delle portaerei finite sul palco di Mozart. Il Teatro Sociale di Luino ride e applaude mentre il Maestro alterna battute taglienti, ricordi personali e riflessioni sul senso profondo dell’arte.
Il direttore d’orchestra è stato accolto da applausi lunghissimi al Premio Chiara alla Carriera 2026, in una serata aperta dal ricordo commosso di Bambi Lazzati, anima storica dell’associazione Amici di Piero Chiara. A dialogare con lui Andrea Kerbaker, dopo l’introduzione della giornalista Claudia Donadoni.
E proprio dal palcoscenico parte il racconto di Muti. Dal rapporto con la figlia Chiara Muti, regista cresciuta – racconta – «nei corridoi e nella platea della Scala», osservando i lavori di Giorgio Strehler, Luca Ronconi, Peter Stein e Roberto De Simone.
Per il direttore d’orchestra, il tema della regia porta inevitabilmente alle derive di certo teatro contemporaneo. E qui il Maestro alterna sarcasmo e indignazione. Racconta le discussioni con i registi a Salisburgo, le scenografie che tradiscono il senso delle partiture, i dettagli che stonano con libretti e compositori.
Cita Arnold Schönberg e Vasilij Kandinskij: «Se ciò che vedi disturba ciò che senti, è sbagliato». Poi affonda: il faraone che fuma sigari cubani, la portaerei inserita nel Così fan tutte, Alfredo della Traviata che canta “De’ miei bollenti spiriti” mentre taglia verdure in cucina.
La sala ride spesso. Lui pure. Ma dietro le battute emerge una visione rigorosissima del rapporto tra partitura, parola e scena. «Mai contro la musica», ripete più volte.
E quando Kerbaker gli chiede come convivano in lui severità e spirito, il Maestro torna a Molfetta, al padre medico «all’antica», alla casa piena di musica e dialetto. Racconta di quando il padre lo contestava durante Cavalleria rusticana perché dirigeva Mascagni in modo diverso dalla tradizione popolare che lui aveva in testa. «Figlio mio, Santuzza non è così», diceva ad alta voce dal palco del Comunale di Firenze.
Dai ricordi familiari il discorso si sposta rapidamente su educazione, rispetto e responsabilità culturale. «Il nostro lavoro non è una professione, è una missione». Per Muti chi sale sul palco non deve suonare per sé stesso ma “mandare messaggi culturali e spirituali”. E anche gli applausi, spiega citando Eduardo De Filippo, devono essere un gesto di gratitudine verso il pubblico. «La gente paga, viene ad ascoltare, e noi dobbiamo dire grazie».
Il dialogo si sposta poi sui giovani e sulla trasmissione del sapere. Muti parla della scuola italiana, dei suoi maestri al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli e al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, dell’eredità di Antonino Votto, assistente di Arturo Toscanini, che a sua volta aveva lavorato sotto lo sguardo di Giuseppe Verdi. Una catena di conoscenze e sensibilità che, dice, «non deve interrompersi».
Poi Ravenna, i cori popolari, le migliaia di persone che arrivano da tutta Italia per cantare insieme. «Cantare amantis est», ricorda citando Sant’Agostino: cantare è proprio di chi ama. E ancora: «La musica è portatrice di valori».
Parla dell’Inno d’Italia, del “Va’, pensiero” eseguito troppo spesso senza comprenderne il senso intimo, della lingua italiana “nata per la melodia”. E poi quel detto cinese che racconta di aver annotato anni fa su una partitura di Beethoven: «A forza di pensare ai fiori, i fiori crescono».
Il finale è dedicato alle “Vie dell’Amicizia”, il progetto che ha portato concerti nei luoghi feriti dalle guerre. Sarajevo, il Medio Oriente, i paesi arabi. E un episodio che cala il silenzio in sala: durante un’esecuzione del Mefistofele di Arrigo Boito, racconta, il canto del muezzin si sovrappose improvvisamente all’orchestra. I musicisti si fermarono. Nessuno parlò. «Il mio silenzio era rispetto», dice Muti. Poi il pubblico, novemila persone, esplose in un applauso.
«La musica non usa cannoni né missili», conclude il Maestro. «Noi abbiamo bisogno gli uni degli altri».
A raggiungere sul palco Muti sono poi stati il vicepresidente dell’associazione Amici di Piero Chiara Salvatore Consolo, i consiglieri Cesare Chiericati e Valentino Piccinelli e il viceprefetto Michele Giacomino, che ha consegnato al direttore d’orchestra il Premio Chiara alla Carriera 2026 leggendo la motivazione: “per aver saputo, col talento straordinario e un impegno instancabile, col valore aggiunto della simpatia, elevare la musica a linguaggio universale, ispirando generazioni e lasciando un’impronta indelebile nel panorama culturale”.»
Nel ricevere il riconoscimento ha richiamato ancora il legame tra parola, cultura e suono, citando Dante Alighieri: «La musica è il rapimento, non la comprensione». E poi un pensiero rivolto a Piero Chiara e alla lingua italiana, «patrimonio comune» custodito attraverso la cultura e la scrittura.
«Ormai che sono stato premiato – ha concluso sorridendo – in un certo senso sono anche parte della famiglia».








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