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Il presidente degli industriali Roberto Grassi: “Fate presto”

Di fronte allo scoppio della crisi politica in piena emergenza sanitaria, economica e sociale il numero uno di Univa si dice senza parole: "Non ce ne sono più"

roberto grassi

Roberto Grassi, presidente dell’Unione industriali della provincia di Varese, interviene nel dibattito relativo alla crisi politica innescata in questi giorni all’interno della maggioranza di Governo. Grassi si dice sconcertato per quanto sta avvenendo nei palazzi a Roma dove la politica sembra più occupata a gestire il potere che la crisi.

«Siamo sconcertati di quello che sta avvenendo sul fronte politico mentre il Paese è di fronte a una crisi economica con pochi precedenti nella storia, a causa di una pandemia che ancora sta correndo, soprattutto qui nella nostra provincia. Le imprese manifatturiere stanno tenendo duro e i numeri dimostrano la nostra capacità di andare avanti contro tutto e tutti. Stiamo riuscendo a fare, imprenditori e lavoratori dipendenti insieme, da argine sociale, con fatica, sacrifici e investimenti. Non altrettanto sta avvenendo, invece, nel campo politico. Sono mesi, dall’inizio dell’emergenza sanitaria, che richiamiamo tutte le forze politiche alla collaborazione nell’interesse generale, mettendo all’angolo differenze, visioni di parte e ricerca del consenso. Guardavamo già esterrefatti all’incapacità di collaborazione tra maggioranza ed opposizione, ora, di fronte allo scoppio di una crisi politica in piena emergenza sanitaria, economica e sociale rimaniamo senza parole. Non ce ne sono più. Resta solo il grido: fate presto!

Alla nostra classe politica non manca solo l’incapacità di progettazione, ma, a quanto pare, anche il senso dell’urgenza. Sia nel cogliere le opportunità delle risorse europee del Recovery Fund, sia di mettere in sicurezza il nostro debito pubblico che sta aumentando ad ogni scostamento di bilancio proposto dal Governo e approvato dal Parlamento. Nessuno ne parla, ma è una bomba che prima o poi scoppierà se non pensiamo oggi a un programma di rientro. Rischiamo di annullare qualsiasi effetto benefico del Recovery Fund se i mercati perderanno fiducia in noi e non acquisteranno più i nostri titoli di Stato. Il Recovery Fund è un’occasione storica ma non c’è ambizione nei progetti che sono stati presentati. È un problema di visione e di metodo. Di visione, perché il Recovery Fund non può servire all’Italia semplicemente per crescere dello zero virgola per cento o dell’uno virgola qualcosa. Se è questo ciò che ci aspettiamo stiamo già fallendo oggi.

Nel Recovery Fund deve essere inserito e programmato solo ciò che da qui al 2026 trasformerà l’Italia in un Paese diverso, profondamente cambiato nelle sue capacità di crescita, di tenuta sociale e di opportunità per le nuove generazioni, risolvendo una volta per tutte quei problemi atavici e strutturali che frenano il nostro sviluppo da decenni. Solo investimenti che aumentano il Pil possono rendere sostenibile il nostro debito pubblico. Di metodo, perché, oltre al fatto di non coinvolgere adeguatamente le parti sociali, stiamo accumulando ritardi anche nelle capacità di esecuzione del piano. Non basterà rispettare i tempi di presentazione dei progetti entro l’inizio di aprile. I soldi che arriveranno dovranno essere spesi entro il 2026. E in questo emergerà, fin dai primi mesi, tutta la fragilità dell’impianto amministrativo e burocratico del Paese. Possibile che nessuno capisca che proprio in questa fase storica serva una radicale riforma della pubblica amministrazione? Non possiamo perderci nell’esecuzione.

Serve snellezza e rapidità nel fare le cose. Per ogni investimento previsto nel Recovery Fund deve essere fissato un obiettivo misurabile passo dopo passo. Fase dopo fase. Inserire questa autovalutazione nella capacità di esecuzione di un piano tanto importante sarebbe già un segnale di forte cambiamento nei confronti dell’Europa, ma anche di noi stessi. Sarebbe un segnale di serietà e affidabilità. Il mondo non ci capisce. Noi imprenditori varesini che esportiamo la metà del valore che produciamo lo possiamo testimoniare in prima persona. Le interlocuzioni con i nostri clienti e fornitori di questi giorni sono improntate all’incredulità. Una politica più seria e affidabile serve anche alla capacità delle imprese di stare sui mercati».

Pubblicato il 15 Gennaio 2021
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