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Il viaggio di Polissena Das tra il bene e il male della storia

Nel nuovo romanzo di Annalina Molteni, pubblicato da Ronzani Editor, una donna di confine attraversa le due guerre mondiali interrogandosi sulla violenza, sulla responsabilità e sulle ragioni dell’umanità. Il libro è stato presentato a Casa Ceretti per FestivalPOST di LetterAltura

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Una donna di confine, sospesa tra appartenenze familiari e lingue diverse, stati sovrani e campi di internamento, travolta dalla guerra ma capace di continuare a interrogarsi su ciò che le accade intorno. È Polissena, protagonista di “Polissena Das. Il viaggio verso il Golem” di Annalina Molteni, romanzo al centro del dialogo con Michele Mancino, vicedirettore di VareseNews, ospitato a Casa Ceretti a Verbania nell’ambito di FestivalPOST di LetterAltura. (foto sopra Annalina Molteni al FestivalPOST di Verbania)

L’IDENTITÀ TRAVOLTA DALLA GUERRA

La storia attraversa la Prima guerra mondiale e arriva fino al 1944. Polissena è una giovane farmacista di Trieste, laureata a Vienna, che a 23 anni viene investita da eventi molto più grandi di lei. Durante il conflitto viene internata in Piemonte e sperimenta sulla propria pelle cosa significhi essere considerata straniera da entrambe le parti: italiana per gli austriaci, austriaca per gli italiani. Una condizione che porta al cuore di uno dei temi del libro, quello dell’identità.
Annalina Molteni ha spiegato di aver avuto bisogno, per costruire il personaggio, di «una donna di confine», dotata di cultura e consapevolezza. Da qui la scelta di Trieste, città cosmopolita e porta dell’Impero, abitata da comunità e culture diverse.

IL CONFRONTO CON IL BENE E IL MALE

Polissena, però, non è un’eroina, bensì una giovane donna piena di dubbi che, di fronte agli sconvolgimenti della storia, arriva a sentirsi «come un fuscello», una foglia sballottata dal vento. La guerra nel romanzo viene osservata soprattutto attraverso chi la subisce. Non dalla prospettiva dei generali e delle strategie militari ma da quella dei civili, dei bambini, degli anziani, delle famiglie divise e delle persone costrette ad abbandonare i propri luoghi. Ed è qui che la vicenda di Polissena smette di appartenere soltanto al passato: migrazioni, spostamenti forzati e identità che diventano motivo di sospetto continuano a interrogare il presente.
La protagonista attraversa due stagioni di violenza. L’esperienza della Prima guerra mondiale ritorna, sotto un’altra forma, nella Trieste del 1944, segnata dalla persecuzione degli ebrei e dalla Risiera di San Sabba. È qui che diventa ancora più forte la domanda sul bene e sul male e sulla responsabilità individuale di fronte alla storia.

LE STORIE PERSONALI NELLA STORIA

A tenere insieme il racconto è anche la forza delle storie. Durante l’internamento, Leon intrattiene i bambini facendo credere di possedere una radio dalla quale arrivano racconti fantastici. Tra questi compare il Golem, trasformato nel “servitore dei giganti”: una creatura dalla forza enorme ma priva di ragione, alla ricerca di un nuovo padrone. La favola diventa un modo per raccontare la guerra ai bambini senza sottrarre loro la speranza.

LINGUE E DIALETTI 

Nel romanzo anche la lingua restituisce un mondo attraversato dai confini. Molteni ha intrecciato dialetti e idiomi diversi, dal trentino al veneto, dal triestino al giuliano, insieme al tedesco e allo yiddish. Una pluralità che accompagna quella delle identità e delle appartenenze e rimanda a quella Mitteleuropa che costituisce una presenza profonda nella scrittura dell’autrice. Ma è soprattutto nella ricerca di senso che il viaggio di Polissena trova la sua direzione.
La guerra distrugge relazioni, divide famiglie, traccia confini e produce dolore. Polissena, invece, continua a interrogarsi, anche quando non possiede risposte. E proprio nella capacità di farsi domande, di assumersi una responsabilità davanti a ciò che accade e di conservare una possibilità di speranza si trova forse il nucleo più profondo del romanzo.

SI SCRIVE PER SOTTRAZIONE

Molteni ha raccontato anche il proprio metodo di lavoro: scrive a mano, trasferisce il testo al computer, poi stampa e corregge sulla carta. Perché alla scrittura di getto segue necessariamente la revisione: «Si scrive per sottrazione, non per addizione.
Costruire un romanzo, è come costruire una casa, servono fondamenta perché possa stare in piedi» ha detto la scrittrice in chiusura dell’incontro.

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Pubblicato il 19 Ottobre 2026
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