Festival della Meraviglia 2026: Giovannelli apre il dibattito tra narrazione e contro-narrazione
Nell'epoca dell'intelligenza artificiale, il ruolo del giornalista resta quello di uno «scienziato del racconto», che sa verificare e approfondire
La quarta edizione del Festival della Meraviglia entra subito nel vivo. Dopo i saluti iniziali e l’apertura affidata a Giuliana Iannaccaro, è il dialogo tra il direttore del festival Frank Raes e il direttore di VareseNews Marco Giovannelli a dare il primo vero ritmo alla serata.
Il tema è chiaro fin dall’inizio: non esiste una sola narrazione. E, soprattutto, non dovrebbe mai esistere.
Raes lo mette sul tavolo senza giri di parole: ogni racconto genera una contro-narrazione, e nessuna delle due è sufficiente, da sola, a spiegare il mondo. Giovannelli raccoglie subito il punto e lo sposta su un piano concreto, quotidiano, quasi urgente. Il problema oggi, spiega, non è solo il rischio di una narrazione unica – sempre pericolosa – ma anche quello opposto: un pensiero debole, incapace di strutturarsi, che finisce per lasciare spazio a semplificazioni e “storielle”.

È proprio qui che il tema della serata – storia, storie e storielle – prende forma. Se la Storia costruisce scenari complessi e richiede strumenti per essere compresa, le storielle rischiano di diventare scorciatoie narrative che non spiegano, ma semplificano e spesso deformano.
Secondo Giovannelli, il ruolo del giornalismo sta esattamente in questo spazio di tensione: intrecciare i livelli, tenere insieme la complessità senza renderla incomprensibile. “Tradurre” è la parola chiave che ritorna più volte nel suo intervento. Tradurre decisioni, processi, fenomeni, senza banalizzarli ma rendendoli accessibili. Perché quando questo lavoro manca, ciò che resta è solo apprensione.
E di apprensione, oggi, ce n’è molta. Giovannelli lo lega a trasformazioni profonde: il calo demografico, la difficoltà delle nuove generazioni, un’ansia diffusa che attraversa la società. Non è un caso, sottolinea, che tra le principali cause di morte tra i giovani emergano anche i suicidi. Un dato che non viene citato per fare allarmismo, ma per restituire il contesto emotivo e sociale in cui le narrazioni circolano.
Da qui, il discorso si allarga al cambiamento radicale dell’informazione. Giovannelli individua tre passaggi chiave: l’arrivo del web negli anni ’90, la svolta del 2008 con smartphone e social network, e la fase attuale, dominata dall’intelligenza artificiale. Se prima esisteva un sistema lineare – il fatto e chi lo raccontava – oggi siamo dentro un ecosistema reticolare, dove ogni individuo può produrre contenuti.
«Siamo tutti, in parte, giornalisti», ammette. Ma questo non elimina il ruolo del giornalista professionista. Lo trasforma.
Il giornalista, dice, resta uno «scienziato del racconto»: qualcuno che conosce le regole, che lavora con metodo, che sa muoversi nella complessità. Non è più l’unico a raccontare, ma è ancora fondamentale per dare profondità, per verificare, per costruire senso. E soprattutto per stare dentro le comunità.

È qui che emerge uno dei passaggi più forti del dialogo: oggi il valore del giornalismo non è solo nel racconto, ma nella presenza. Nell’essere “in mezzo”, nel capire e restituire ciò che accade mentre accade, in un contesto in cui tutto cambia rapidamente, spesso nel giro di poche ore.
L’intelligenza artificiale accelera ulteriormente questo processo. Apprende, produce, rielabora. Ma proprio per questo, sostiene Giovannelli, il bisogno di giornalismo non diminuisce – aumenta. Perché più cresce la quantità di contenuti, più diventa necessario qualcuno che sappia orientarsi, selezionare, spiegare.
Il rischio, altrimenti, è duplice: da un lato la narrazione unica, dall’altro il rumore indistinto di infinite “storielle”.
Il dialogo si chiude senza soluzioni definitive, ma con una direzione chiara. In un mondo che racconta sempre di più, capire come raccontare – e soprattutto come ascoltare – diventa una responsabilità collettiva.
E forse è proprio qui che si annida, ancora, la meraviglia.








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