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Quando cantavamo al circolino

La notizia della chiusura del Twiggy fa riflettere su come siano cambiati alcuni spazi collettivi e popolari nel corso degli ultimi decenni. Varese è una provincia ricchissima di circoli e luoghi di incontro che via via sono andati persi

La storia e i numeri di Varesenews

La chiusura del Twiggy non segna la fine di un’epoca come scrive la nostra collega. È una brutta notizia perché quel locale era un punto di riferimento importante in città. Lo racconta bene chi ci ha lavorato, ma potrebbero farlo anche le migliaia di persone che ci sono entrate ancche solo per una volta .

Un locale vivace, allegro, pieno di vitalità e soprattutto aperto. Basterebbe ricordare che, considerato uno spazio “alternativo”, fu punto di riferimento della campagna elettorale del centro destra alle ultime amministrative. Uno di quei posti dove ti sentivi di casa, con qualsiasi idea o tessera avessi in tasca. Poi va ricordato che lì trovano spazio anche le Cantine Coopuf e il Filmstudio con la sua sala cinematografica. Insomma, uno spazio vitale e pieno energie positive. Peccato.

La vera svolta e il cambio di un’epoca arrivò a cavallo degli anni Ottanta e Novanta quando andarono in crisi tanti circoli. Varese, per quanto si possa stentare a credere, è stata una città ricca di quelle esperienze. In ogni castellanza ce n’era uno. Erano nati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo dopo frutto del lavoro collettivo e delle prime società di mutuo soccorso. Erano spazi autenticamente popolari pensati come luoghi di incontro per il tempo libero, ma anche come soluzione abitativa per alcuni. In quasi tutti, oltre ai locali per il bar, era presente il classico campo di bocce.

La storia dei circoli è un grande patrimonio culturale. A ogni cambio generazionale a partire dagli anni Settanta, la frequentazione diventava sempre minore e via via si erano trasformati in punti di ritrovo solo per gli anziani. La crisi portò a due diverse soluzioni. Alcuni come Giubiano, Casbeno, Masnago, Capolago, Bizzozero, vennero convertiti in ristoranti, pizzerie, mense popolari tradizionali, altri cercarono vie originali che mantenessero parte delle tradizioni. Tra questi i vecchi circoli di Bosto e di Biumo.

In via sant’Imerio nel 1988 nacque la cooperativa La castellanza che diede il nome al circolino, come i più lo chiamavano. Era un incrocio tra tante esperienze. Aveva due punti di riferimento forti nelle realtà del Circolone di Legnano e in locale ticinese a Balerna. Un luogo di incontro con proposte culturali e spazi per giocare. Frequentato da giovani e famiglie. In quei locali nacquero decine di esperienze, si pensi solo al commercio equo e solidale e a questo giornale che prese le prime mosse nell’autunno del 1997.



Poco dopo la nascita de La Castellanza, anche i “cugini” di Biumo, in via De Cristoforis, lanciarono una propria proposta. Nacque Novecento, un locale che ricalcava molto l’esperienza di Bosto. Esperienze che sono durante più o meno vent’anni. Un ciclo di vita che ha attraversato almeno due generazioni di persone. Le esperienze cooperative si chiusero all’inizio di questo secolo e fu allora che arrivò il Twiggy.

Quanto successo a Varese lo si ritrova in tanti paesi della provincia perché quell’impegno popolare a cavallo della fine dell’Ottocento era una caratteristica forte della vita sociale. C’era un’energia forte per costruire un futuro che partiva dall’idea collettiva. Non aveva una caratterizzazione solo socialista, perché molte esperienze cooperativistiche erano chiamate “bianche”, come riferimento al mondo cattolico e alla Democrazia Cristiana. Erano luoghi laici a differenza degli oratori, altra esperienza ricchissima da queste parti.

E ora? Quella crisi di un’idea collettiva per la costruzione del futuro vive una forte difficoltà da decenni. La nostra realtà ha sempre vissuto con la prospettiva della crescita economica. Di fronte a un cambio di scenario culturale più che finanziario, sembra che cercare soluzioni collettive non funzioni più. È un indicatore del malessere che attraversa la nostra società. Chi ci osservava da fuori affermava che l’Italia era un Paese dove si cantava tanto. Gli spazi dei circoli erano fatti anche di questo. Fateci caso, chi canta più? Dove trovate persone che stanno insieme cantando?

Il tema non è solo quello ovviamente, ma perdere spazi collettivi è un vero cambio d’epoca e non per l’arrivo della pandemia. Quella semmai toglie alcuni veli e ci lascia più nudi, a corto di idee più che di soldi, che pure rischia di diventare una vera urgenza per troppe persone.

Pubblicato il 30 Gennaio 2021
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