“Aggravante mafiosa inesistente”, appello per i condannati a Varese del processo Nerone
I difensori: per definire il metodo mafioso è necessario che l’organizzazione fosse attiva nel territorio, “e nella zona di Confine non c’è mai stata“
Metodo “mafioso“ contestato dalle difese degli imputati condannati in primo grado a Varese nell’ambito del processo “Nerone“, denominazione acquisita dal procedimento a seguito dell’indagine su una storia di incendi in Valmarchirolo di una decina e passa di anni fa.
Dunque la pioggia di condanne corroborate appunto dal modo di fare degli imputati che incutevano sulla cittadinanza una sorta di soggezione, non è argomento che convince le difese, che a seguito della pubblicazione, l’estate scorsa, delle motivazioni della sentenza, ora fanno scattare le impugnazioni in appello. Perché? I motivi risiedono in un ragionamento in diritto riassunto in uno degli incartamenti precsentati al tribunale di secondo grado di Milano da parte del difensore della maggior parte degli imputati, avvocato Corrado Viazzo.
In sostanza, dice il legale, per concretarsi questa aggravante è necessario che la cosca attiva nel territorio sia stata effettivamente nelle condizioni di operare. Che cioè sia, la cosca, – o la ‘ndrina, effettivamente attiva nelle zone in cui i reati contestati sarebbero stati consumati (parliamo di estorsioni, botte – violenza privata – spaccio di droga e minacce) – attiva o lo sia stata in modo diretto.
LETTERATURA MAFIOSA
E secondo le risultanze proposte dai legali, almeno sul piano storico o della “letteratura” mafiosa, non sembra che a ridosso del confine Svizzero sia stata attiva mai una organizzazione diretta al controllo del territorio come in realtà veniva contestato alle cosche del Varesotto in particolare alla locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo. In secondo piano i legali specificano che, proprio in virtù di quanto appena ipotizzato, i soggetti su cui veniva fatta pesare la vicinanza col “paese” o coi “cristiani“ che contano, non era nota alle vittime, cioè che esse non erano nella condizione di sapere che tizio o caio facessero parte di un contesto criminale con specifiche “coperture” mafiose, anche lontane sul piano geografico (in questo caso la riviera dei tramonti, in Calabria, costa tirrenica) .
L’AGIRE MAFIOSO
«Rammentiamo a noi stessi che per giurisprudenza costante, l’aggravante in questione richiede “che la condotta assuma veste tipicamente mafiosa e cioè che l’ agente ponga in essere, nella commissione del fatto a lui addebitato, un comportamento minaccioso tale da richiamare alla mente ed alla sensibilità del soggetto passivo quello comunemente ritenuto proprio da chi appartenga ad un sodalizio del genere anzidetto” (Cass. 32533/2020). Più nello specifico, sono stati ritenuti indici idonei ad ingenerare nella persona offesa una più accentuata condizione di minorata difesa: 1. la parvenza di un agire mafioso nella consapevolezza della presenza nel territorio di riferimento di sodalizi criminali 2. gli espliciti richiami all’appartenenza o alla vicinanza a tali sodalizi 3. le concrete modalità di coercizione poste in essere». E dunque è «il primo indice quello più rilevante: tutte le volte che si è contestata l’aggravante, le persone coinvolte agivano in zone ad alta densità criminale organizzata, onde vi era una sorta di fumus che gli autori dei reati fossero comunque collusi con la mafia, o vicini ad essa».
AL CONFINE
Dunque cosa accade nella zona di Lavena Ponte Tresa o della Valmarchirolo? «Nel nostro caso invece, il territorio di riferimento (la provincia Nord di Varese) non ha mai registrato-se non ai primi anni 90 (operazioni Isola Felice e Fiori di San Vito)infiltrazioni mafiose, tanto che nella recente geografia criminale della Provincia i punti cardini ai fini del 416 bis sono stati Legnano (Ndrangheta, con a capo Enzo Rispoli, collegata alla locale di Cirò Marina) e Busto Arsizio (stidda, con a capo i fratelli Nicastro, collegati a Gela). La stessa indagine Hydra circoscrive l’ambito operativo della c.d. Super cupola a partire da Gallarate. Tutto questo per dire Marchirolo, Lavena Ponte Tresa e paesi limitrofi non hanno contiguità con le associazioni criminali, per cui a nessuno verrebbe in mente di associare una intimidazione alla mafia».










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