Ermanno Ferretti a Laveno: «Viviamo dentro alle storie»
Seguitissimo dai più giovani, Ferretti ha fatto tappa al Festival della meraviglia per approfondire il ruolo della narrazione e della filosofia nella società di oggi: un invito a mettere in discussione le storie che costruiscono il mondo, anche quelle che diamo per certe
Nonostante il tempo incerto e il conseguente cambio di venue, anche l’incontro con Ermanno Ferretti riempie la Sala Consiliare di Villa Frua nella quarta edizione del Festival della Meraviglia.
Ferretti è un volto noto soprattutto tra gli adolescenti liceali: negli ultimi anni è diventato una presenza “salvifica” nei giorni prima delle verifiche. I suoi video su YouTube sono per molti il modo più immediato per capire e ripassare i concetti chiave dei programmi scolastici.
Ma oggi al Festival della Meraviglia qui il registro si amplia.
Ferretti prende il tema del festival e lo ribalta in chiave filosofica. Parte dall’etimologia stessa della filosofia – “amore per la conoscenza” – per arrivare a una conclusione meno rassicurante e più interessante: la filosofia è lo strumento che ci permette di accorgerci che viviamo dentro storie.
Tutti raccontiamo storie. Sempre. Non sappiamo mai fino in fondo quanto siano vere, ma continuiamo a farlo. È qualcosa di profondamente umano. Dalle mitologie greche e latine, ai miti africani, fino alle civiltà precolombiane: ogni cultura ha costruito il proprio modo di raccontare il mondo.
E qui Ferretti richiama anche Jonathan Gottman e il suo The Storytelling Animal: siamo animali che raccontano storie. È così che trasmettiamo valori, norme, visioni. Le storie non sono solo intrattenimento: sono strutture che ci formano, che introiettiamo.
Il punto critico arriva quando, secondo Ferretti, pensiamo di aver superato tutto questo. Oggi tendiamo a credere di non avere più bisogno di storie, ma solo di scienza, di razionalità, di dati. Ma è davvero così?
La risposta è più ambigua. Forse sì, in parte. Ma nel momento in cui mettiamo da parte i vecchi miti, ne costruiamo inevitabilmente di nuovi. Anche la scienza, in fondo, è una forma di narrazione: ha bisogno di presupposti condivisi, segue un percorso, arriva a delle conclusioni. Non è fuori dal racconto, ma dentro.
La svolta, allora, è rendersi conto che non solo le storie attorno al fuoco sono storie: anche la nostra vita lo è. Ci raccontiamo continuamente qualcosa per convincere noi stessi. E questo vale anche per la politica, che non fa altro che proporre visioni del mondo – quindi, ancora una volta, storie.
La cultura occidentale stessa è una tra le tante possibili narrazioni.
E qui entrano in gioco i filosofi; Ferretti ce li presenta come coloro che si accorgono di questa dinamica. La filosofia diventa quindi uno strumento per fare i conti con le narrazioni, per metterle in discussione, per smontarle quando necessario. Quando un filosofo critica un sistema, in realtà sta criticando le storie che quel sistema produce.
Gli esempi sono inevitabili: Socrate e Friedrich Nietzsche. Figure che, in modi diversi, hanno scardinato certezze, messo in crisi verità date per scontate.
Ma attenzione: decostruire non significa dire che tutte le storie sono false. Significa riconoscerne la natura. Nietzsche, con il suo “Dio è morto”, non elimina semplicemente una credenza: mette in discussione il bisogno stesso di costruire “favole” per spiegare il mondo. Non esistono fatti puri, ma interpretazioni. Quindi, ancora una volta, storie.
Il rischio, però, resta, e Ferretti lo sottolinea con forza. Anche la filosofia può trasformarsi in una storia consolatoria, o peggio, in un sistema chiuso. L’Illuminismo, il marxismo: tentativi di smascherare false credenze che, a loro volta, rischiano di diventare nuove forme di dogma.
Per questo le storie vanno continuamente messe in dubbio. Non eliminate, ma interrogate.
Alla fine, ciò che resta della filosofia – almeno nella lettura di Ferretti – non è tanto un insieme di risposte, quanto una postura. Un atteggiamento.
Quello di chi non smette di farsi domande.
Di chi va in giro, letteralmente, a seminare il dubbio.
Forse allora quello che ci insegna la filosofia è che non esiste nessuna storia giusta.









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