«Condividiamo le anime», a Laveno un nuovo modo per raccontare la natura
Marzio Marzorati, di Legambiente Lombardia, ha invitato il pubblico del Festival della meraviglia a ripensare il proprio rapporto con il mondo naturale, a viverlo più da vicino e a riscoprire i suoi ritmi
La domenica del Festival della Meraviglia si apre con un laboratorio che è, prima di tutto, una domanda: come raccontare la natura?
A guidarlo è Marzio Marzorati, in rappresentanza di Legambiente Lombardia. Più che una lezione, la sua è una conversazione aperta, un esercizio collettivo di ascolto e immaginazione.
Si parte da un punto storico: l’ambientalismo, ricorda Marzorati, prende forma anche attraverso un cambiamento istituzionale, quando negli anni ’90 si comincia a separare la salute umana da quella ambientale, portando alla nascita di enti dedicati alla protezione dell’ambiente. Una distinzione che, paradossalmente, dice già molto del nostro modo di stare nel mondo.
E infatti la domanda arriva subito, diretta: siamo dentro la natura o la osserviamo da fuori?
Per rispondere, però, bisogna fare un passo indietro. O forse avanti: vivere. «Non si può raccontare qualcosa senza averla vissuta», è il punto da cui tutto si sviluppa. Si passa allora dalle teorie alle esperienze. Api, orti, cani, alberi, fiori: ogni partecipante porta il proprio frammento di relazione con la natura.
Ed è lì che emerge qualcosa di interessante. Il rapporto con la natura non è mai neutro: ti cambia il tempo. Ti obbliga ad aspettare, a ripetere, a osservare. È un rapporto generativo, che si trasforma mentre lo vivi. Non è mai lo stesso, anche quando i gesti lo sono.
Poi un altro ribaltamento: la conoscenza, che spesso riteniamo ci allontani dalla natura, in realtà può diventare una porta verso la meraviglia. Capire non significa distaccarsi, ma – forse – entrare ancora più a fondo. Non una presunzione di superiorità, ma la realizzazione di fare parte di un tutto molto più grande di noi.
Il laboratorio prende quindi una forma più intima. Un foglio, una traccia: io sono, io sento, io vivo. Ai partecipanti viene chiesto di raccontarsi, di tradurre in parole e segni la propria “anima”. Non come concetto astratto, ma come forza, attenzione, sentimento.
E quando queste “anime” vengono condivise, succede qualcosa. Quello che non è un luogo comune – l’anima, appunto – diventa improvvisamente comune. Non perché sia uguale, ma perché viene messo in relazione.
Alla fine, resta una parola sospesa, ma centrale: immaginazione. Perché forse raccontare la natura non significa descriverla, ma RI-trovare il modo di starci dentro – insieme.









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