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Varese e il Friuli, un legame lungo 50 anni: la storia di chi partì e che oggi ricorda ancora

Chi per pochi giorni, chi per una stagione, chi si fermò per mesi e chi addirittura per due anni: cucinando, ricostruendo, facendo giocare i bambini, animando le tendopoli. Piccoli e grandi gesti che anche a cinquanta anni di distanza sono vivi nella memoria di tutti

A cinquant’anni dal terremoto che ha scosso e sbriciolato il Friuli abbiamo provato a seguire un dei moltissimi rivoli di solidarietà che nel 1976 fece affluire da queste parti un fiume impetuoso di umanità da tutta Italia e non solo.

È quello dei volontari del “gruppo Braulins”, un gruppo di oltre un centinaio di giovani che dal Varesotto arrivò qui per tendere la mano ad una popolazione piegata dalla violentissima scossa che rase al suolo le case e la speranza di un popolo.

Da Albizzate e da Sesto Calende, che non a caso oggi trovano in segno di riconoscimento il proprio nome in due vie del paese, ma anche da Malnate, da Solbiate Arno, Azzate, Caronno Varesino, Cassano Magnago, Ferno, Legnano, Busto Arsizio ci si mosse per aiutare.

Chi per pochi giorni, chi per una stagione, chi si fermò per mesi e chi addirittura per due anni: cucinando, ricostruendo, facendo giocare i bambini, animando le tendopoli. Piccoli e grandi gesti che anche a cinquanta anni di distanza sono vivi nella memoria di tutti, di chi aiutó e di chi si fece aiutare.

Terremoto Friuli
Via Albizzate a Braulins

Terremoto Friuli
Via Sesto Calende a Braulins

“Sono stati degli angeli, ci hanno donato luce e speranza nella fase più buia della nostra vita – ci racconta Lorena, che a maggio del 1976 aveva 12 anni -. Qui arrivarono in tanti e ricordo bene come tutto quell’aiuto riuscì a far ripartire il popolo friulano”.

Oggi, nel 2026, quel gruppo di volontari si è mosso organizzato dall’albizzatese Marta Prodan e accompagnato anche dai sindaci di Albizzate Mirko Zorzo e di Sesto Calende Elisabetta Giordani. Un’iniziativa che si inserisce nelle celebrazioni ufficiali che si tengono in tutta la zona. A Gemona con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del consiglio Giorgia Meloni ma anche nei tanti piccoli centri che allora furono colpiti. Noi siamo stati a Trasaghis ospiti della sindaca Stefania Pisu e dall’ex amministratore Ivo Del Negro.

Terremoto Friuli

Terremoto Friuli

La terra che tremó e poi la frana

Braulins è una piccola frazione del comune di Trasaghis incastrata tra le rive del fiume Tagliamento e le pendici del monte Brancot. Quello stesso monte che il 9 maggio del ‘76, a pochi giorni di distanza dal terremoto, grano facendo rotolare detriti e massi sul paese. Una doppia tragedia che costrinse a spostare la popolazione in una tendopoli oltre il fiume.

E proprio qui l’aiuto si fece concreto: grazie ai volontari e ai finanziamenti affluiti dal Varesotto fu costruita la sala polivalente, segno potente dell’inizio della ricostruzione di Braulins proprio lì dove era sempre stata.

Una storia di aiuto e ricostruzione, i volontari come motore d’aiuto, Zamberletti

La storia del terremoto del Friuli è una storia di luce tra le esperienza di ricostruzione post sisma. Una storia diversa tra le tante esperienze tutt’altro che positive che l’Italia ha conosciuto.

Quando alle 21.06 del 6 maggio 1976 la terra si sollevò sotto il Monte San Simeone, l’Italia non aveva una protezione civile. Il bilancio finale, dopo la replica devastante del 15 settembre, sarà di 965 vittime e circa 15mila lavoratori che persero il posto di lavoro per la distruzione o il danneggiamento delle fabbriche.

Terremoto Friuli
Volontari in una foto dell’epoca con Luigi Bassani di Albizzate e Padre Gianni Nobili

La nomina del Commissario straordinario avvenne soltanto 22 ore dopo la scossa e a ricevere l’incarico fu il sottosegretario all’Interno Giuseppe Zamberletti, varesino, deputato democristiano dal 1968, che già da anni si occupava di sicurezza pubblica e antincendio. Aldo Moro lo scelse perché era il suo uomo più operativo, ma soprattutto perché era uno dei pochi ad avere studiato a fondo proprio quella materia. Davanti aveva una macchina da costruire da zero: non esistevano dispositivi operativi, non c’erano piani di mobilitazione predisposti e nemmeno si sapeva con precisione dove indirizzare i soccorsi.

Terremoto Friuli

Due fattori favorirono il decollo dell’intervento. Il primo fu la straordinaria presenza militare in zona che permise operazioni di soccorso rapide ed efficaci, facilitando lo sgombero delle macerie, la riattivazione dei servizi, l’allestimento di ricoveri provvisori e cucine da campo . Il secondo fu lo statuto speciale della Regione, che le consentiva margini decisionali e finanziari più ampi: l’8 maggio, a 48 ore dalla scossa, il Consiglio regionale stanziò 10 miliardi di lire.
Su questa base Zamberletti costruì quello che sarebbe passato alla storia come Modello Friuli. Per la prima volta si istituirono i Centri Operativi nelle diverse zone colpite sotto la presidenza del sindaco con il potere di decidere sulle operazioni di soccorso, conoscendo le caratteristiche e le risorse del territorio . Era un ribaltamento culturale: fino ad allora la gestione delle calamità era materia centrale, prefettizia, militare. Il Friuli capovolse lo schema mettendo i Comuni e la Regione al tavolo del comando, accanto al commissario. Una formula sintetizzò la filosofia della ricostruzione e divenne celebre: «Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese». Far ripartire il lavoro era la condizione per non disperdere le comunità.

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Sotto la cenere del Friuli germogliò la cosa più importante: l’idea che il soccorso non potesse più poggiare solo sui militari di leva. Zamberletti intuisce che il futuro non può più basarsi esclusivamente sui giovani della leva militare, ma servono organizzazione, coordinamento e soprattutto il coinvolgimento dei cittadini . Nelle settimane successive al sisma, accanto agli alpini e ai vigili del fuoco, sul territorio operavano colonne autonome di volontari arrivati da tutto il Nord: gruppi aziendali, associazioni di paese, alpini in congedo che lavoravano spesso in coordinamento informale ma efficacissimo. Il commissario capì che quella forza, se riconosciuta e strutturata, era la spina dorsale di una protezione civile moderna.

Il ricordo e la riconoscenza come motore di ripartenza

Dopo mezzo secolo, oggi anche questa zona del Friuli è ricostruita e di quella tragedia resta qualcosa di diverso, che qui si respira in ogni sguardo, ogni via, ogni piazza: sono la memoria e la riconoscenza, valori che i friulani hanno saputo erigere a carattere distintivo di questa terra e che ancora oggi gli fa spalancare le porte delle proprie case a chi diede aiuto.

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Pubblicato il 06 Maggio 2026
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