Naufragio del 18 aprile nel Mediterraneo: 11 anni dopo a Luino la mostra che ridà identità ai migranti morti
Trentatré vite riconosciute su oltre mille: tra oggetti, testimonianze e il lavoro di Emergency e LABANOF, il percorso che riporta le persone al centro
Era il 18 aprile 2015 quando un peschereccio carico di migranti si capovolse nel Canale di Sicilia: una delle più gravi tragedie del Mediterraneo, con oltre mille vittime. Oggi, 18 aprile 2026, undici anni dopo, a Luino quel naufragio torna ad avere dei volti, nella mostra allestita fino al 26 aprile a Palazzo Verbania.
L’esposizione “Un nome, non un numero”, promossa da Emergency Varese in collaborazione con il Tavolo per la Pace dell’Alto Verbano e il LABANOF, prova a fare ciò che il mare ha cancellato: restituire identità.
A guidare i visitatori è anche la voce dei volontari di Emergency, come Katia Cataldo, visibilmente commossa mentre accompagna tra le sale e ricostruisce, passo dopo passo, il senso di un lavoro che parte dai resti per arrivare alle persone.

«Entrando nella sala si trovano esposte le storie dei 33 migranti riconosciuti: gli unici su circa mille morti a cui è stato dato un volto» spiega. Trenta sono disposte su piedistalli, come in una sorta di memoriale, mentre altre trovano spazio su due sacche da cadavere recuperate, bodybag trasformate in supporto narrativo. «Purtroppo una non ci stava e l’abbiamo inserita in una delle teche con gli oggetti».
Ma è proprio sugli oggetti che la mostra cambia prospettiva e diventa più concreta. «La maggior parte era associata a un corpo – racconta – effetti personali: portafogli, soldi, fotografie ovviamente rovinate dal mare, un cerotto». Oggetti comuni, quotidiani, che però qui assumono un altro peso. «Questa è forse la cosa più toccante: è terra, sabbia della loro patria. Se la sono portata da casa».
Tra le cose recuperate, anche una ricevuta ospedaliera: «Noi abbiamo la sanità gratuita, loro no. Queste sono spese sostenute prima di partire». Frammenti minimi che non raccontano solo la fine, ma restituiscono il prima, le condizioni di partenza, le scelte obbligate.

Ogni elemento è legato a un codice, a un corpo, a una storia ancora in cerca di nome. Dietro c’è il lavoro del LABANOF, il laboratorio di antropologia forense dell’Università di Milano, che ha ricostruito il profilo del DNA dei corpi recuperati e continua a lavorare per identificarli. «Stanno cercando, insieme alla Croce Rossa italiana, di contattare le famiglie che sospettano di avere un parente su quel barcone, per confrontare i dati» spiega Cataldo. Un lavoro lungo, ancora in corso, che prova a ricucire legami interrotti.
Nella sala successiva il messaggio resta lo stesso, ma passa attraverso oggetti ancora più familiari: spazzolini, dentifrici, cellulari. «Sono oggetti di uso comune, uguali ai nostri, proprio per far capire che possiamo essere noi», sottolinea la volontaria.
Accanto al racconto del recupero e dell’identificazione, la mostra presenta anche il lavoro di Emergency nel Mediterraneo. «Questa è la parte in cui cerchiamo di togliere lavoro al LABANOF», dice Cataldo, sintetizzando così l’obiettivo dei soccorsi: evitare nuove vittime. Il percorso ricostruisce un salvataggio tipo, dalla partenza della nave all’avvistamento, fino al soccorso e allo sbarco, e mostra anche i kit consegnati ai naufraghi, con abiti puliti e beni essenziali.

All’ingresso un video di cinque minuti racconta le immagini del recupero del barcone, mentre poco più in là una postazione di realtà virtuale permette di partecipare a un’operazione di salvataggio. Completano il percorso un libro e una graphic novel che spiegano il lavoro svolto: «Nascono proprio con la volontà di far capire cosa è stato fatto e perché».
Undici anni dopo, quel naufragio continua a interrogare. E passa anche da qui, da una mostra che prova a restituire identità a chi l’ha perduta.









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