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Colpi alle sale slot: “Rapinatori giovani ma pronti a tutto”

Il primo atto del processo maturato dopo gli arresti seguiti a diversi colpi fra Luinese, Varesotto e Milanese. Armi, botte e soldi facili per fare la bella vita

Avarie

Ingenui e bamboccioni, tanto da non curarsi dei dettagli che con le indagini informatiche di questi tempi inchiodano chiunque: cellulare acceso, targa sulle auto letta dai varchi e quindi individuabile dopo i colpi e le foto su Facebook coi soldi in mano e le bollicine, stile Gomorra.

Ma in realtà anche «Rapinatori senza scrupoli che non esitavano a picchiare per derubare, ferire, intimorire», tanto che uno di loro, un pugile dilettante, veniva impiegato come ariete, «per colpire indistintamente uomini o donne».

C’era una folta rappresentanza del reparto investigativo dei carabinieri di Varese questa mattina nell’aula bunker per la prima tappa del processo che vede imputati tre dei rapinatori implicati nell’operazione “Beverly”: colpi alle sale giochi o slot del Luinese, ma anche nella zona dell’hinterland varesino e milanese.

La banda era composta da diversi elementi, in parte che hanno scelto il rito abbreviato mentre gli imputati di oggi sono finiti di fronte al presidente del collegio, il giudice Muscato, accusati dal pubblico ministero Floris di una serie di rapine messe a segno a partire dal settembre del 2018 che mise sul chi va là i carabinieri ma soprattutto diversi esercenti della fascia di confine: Marchirolo, Porto Ceresio, Bisuschio.

Una scia di colpi con gli investigatori che nelle primissime ore si trovarono di fronte personaggi con felpe calate sulla fronte, occhiali da sole e pistole in pugno.

Ma la banda non è di mestiere e lascia tracce grossolane già dopo il primo colpo.

I “ragazzi” si atteggiano a boss ma non ci sanno fare e seminano in giro le “firme”: l’auto presa a prestito dai genitori che viene intercettata dai varchi di controllo dopo il primo colpo, l’8 settembre alla sala giochi di Bisuschio. Non solo la targa viene immediatamente identificata e all’auto appioppato un sistema spia gps che rileva tutto – posizione e conversazioni – ma uno degli accusati si azzuffa col fidanzato della ragazza scelta come vittima che esce a tarda sera con l’incasso: lei viene rapinata, urla, il compagno interviene e sotto le sue unghie rimane il dna di uno dei fermati.

Tutto questo è stato ripetuto in aula da uno degli operanti escussi come testi: carabinieri esperti che non hanno faticato molto a ricostruire l’accaduto da cui l’indagine prese una pista ulteriore coinvolgendo anche i genitori di alcuni degli accusati, che sapevano ciò che i figli organizzavano e addirittura li incitavano durante i colloqui in carcere: «La prossima volta al fucile accorciagli le canne che fa più paura».

Tutti caduti nella rete della giustizia perché attirati come una farfalla alla fiamma di una candela che si chiama soldi facili, vita di agio ma a fronte di un alto rischio: se va male qualcosa ti ritrovi “dentro”. Un cotè familiare che non si spaventava di avere i carabinieri alle calcagna, addirittura in casa alla ricerca di armi da fuoco “parlate” durante le visite in galera, e che in un’occasione hanno visto una madre, sorella di uno degli arrestati, nascondere una pistola fra l’ascella e il corpo della figlia, un’ignara bambina di quattro mesi mere i militari cercavano l’arma, poi trovata e consegnata al Ris: «Poteva sparare». La prossima udienza è prevista a gennaio.

Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it
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Pubblicato il 03 Dicembre 2019
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