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Ricorderemo Antonio, ucciso di fronte ai suoi otto figli

Quest’anno le celebrazioni del 25 Aprile saranno dedicate alla figura di Antonio Dalla Costa, ammazzato sull’uscio di casa dalla Guardia nazionale repubblicana. Cinque dei suoi figli raccontano quella notte del 13 settembre 1944

Angera Antonio Dalla Costa

«La pioggia che quella notte ci salvò era la stessa che scese sul corpo di nostro padre, protetto solo da una coperta. Dopo che gli spararono rimase lì per tre giorni, fin quando il prefetto disse che potevamo spostarlo e seppellirlo». Quell’uomo era Antonio Dalla Costa, padre di otto figli, falciato da una raffica dei soldati della Repubblica sociale italiana durante un rastrellamento: quest’anno, il 25 Aprile, ci sarà anche il suo nome assieme a quelli di Arturo Merzagora, Achille Piazzi, Mario Greppi “martiri della Resistenza” come recita la lapide posta a loro ricordo ad Angera.

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Antonio non era un partigiano: fu una vittima di quello che accadde in Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Lotta di liberazione, guerra civile: per anni due concetti contesi più dalla politica che dalla storia; di certo in questa vicenda c’è che un italiano arrivato dal Veneto con la famiglia venne ucciso da altri italiani, forse scambiato per un partigiano.

Attorno a un tavolo, a Mombello, nel fresco di un pomeriggio che sembra d’estate e col Lago che si intravede lontano, siedono quattro degli otto fratelli Dalla Costa che la notte del 13 settembre 1944 erano in casa, a Cascina Tripoli, frazione di Capronno: tutt’intorno boschi, cascine, e partigiani. Luoghi ideali per nascondersi e passare qualche ora di riposo prima di imbracciare il fucile e muoversi verso il Piemonte, alla volta della Repubblica Partigiana dell’Ossola o magari restare nei paraggi per organizzare aziono o sabotaggi.

Luigi, che 71 anni fa aveva 12 anni, è un uomo dal volto buono che racconta, scuotendo la testa, dopo che le sorelle gli chiedono dei suoi occhi lucidi: «Quella notte i partigiani c’erano, nella stalla. Stavano poco distante da noi. Solo che avevano le sentinelle, si accorsero che stavano arrivando i fascisti, i quali trovarono i pagliericci ancora caldi. Erano all’incirca le tre di notte e sentimmo un gran movimento provenire da fuori: i repubblichini, avevano circondato la cascina. Nostro padre uscì e gli spararono subito. Non morì sul colpo, fece in tempo a dire qualcosa. Poi bussarono alla porta e chiesero a mia madre una coperta: era per il papà».

Quella notte fu un miracolo che non venne compiuta una carneficina, alla Cascina. Ricorda Flora, all’epoca nove anni, che il padre «aveva costruito una specie di giaciglio esterno, dove di solito tutta la famiglia dormiva». Ma quella notte pioveva e restarono in casa, al coperto; se i fascisti li avessero trovati addormentati, nel piccolo rifugio scavato nella terra, le cose sarebbero andate diversamente: la Guardia nazionale repubblicana «aveva già piazzato le mitragliatrici».

Antonio sapeva che sarebbe potuto succedere qualcosa alla sua famiglia, per questo aveva pensato ad una via di fuga, ad un riparo secondario e all’aperto.

«Il papà aveva paura: c’era troppa gente armata in giro, troppi fucili» racconta Luigi, «persino dei partigiani aveva paura. Ricordo che ripeteva ogni tanto: “O da una parte, o dall’altra, qui ci lascio la pelle”. Qualche giorno prima di morire passò da noi un prete: gli chiese di potersi confessare».

I Dalla Costa sono una famiglia di origini venete. Antonio, classe 1900, si trasferì ad Angera assieme alla moglie Germana e ai bimbi per lavorare come tuttofare all’istituto Don Guanella di Barza, nelle vicinanze di Angera. Poi a guerra non ancora scoppiata cominciò a lavorare come fattore a Cascina Tripoli: le vacche, la terra: tutta roba del padrone, che ogni tanto spariva.

«I partigiani non ci fecero mai del male, ma portavano le armi. Arrivavano, entravano in stalla, prendevano una bestia e se ne andavano facendo segno con l’indice di stare zitti – racconta Luigi -. Mio padre non poteva ovviamente opporsi. Ma sapeva che il movimento attorno alla cascina non sarebbe passato inosservato».
Non è chiaro se le persone citate da Luigi fossero partigiani a tutti gli effetti o personaggi della zona che volevano approfittarsi del momento per vendere carne al mercato nero.

Sta di fatto che in guerra anche un boccone di pane o un sorso d’acqua al nemico equivale a un atto ostile, e può costare molto caro. Per questo Dalla Costa pagò con la vita per un crimine mai commesso: forse quello di stare in silenzio per proteggere i suoi cari; al momento della morte aveva 44 anni e otto figli: il più grande era Guido, di 17 anni, che dopo quella notte venne preso dai fascisti e portato a Varese, picchiato e torturato per farlo parlare, per sapere dove fossero i partigiani; poi lo lasciarono andare. Il più piccino era Renzo, 5 mesi.

E poi c’era Germana, la moglie. Forse anche il suo nome andrebbe accompagnato a quello del marito sulla lapide: aveva 37 anni quando si trovò sola, con tanti figli, nel mezzo dì una guerra terribile.

«No, non restammo lì a Cascina Tripoli per molto tempo, la mamma non ce la faceva a vivere dove le avevano ammazzato il marito – ricorda Maria, 4 anni al momento dei fatti – . Appena finita la guerra volevano separarci: volevano mandarci in un istituto e lasciare con la mamma solo quattro figli: i due più grandi e i due minori. Lei rispose: “Piuttosto una patata asciutta al giorno, ma i miei figli me li tengo”. E così fu. Restammo a Capronno altri due anni e poi trovammo posto in una cascina dell’avvocato Aldisio di Laveno: aveva molta terra da lavorare ed eravamo tutti impegnati nei campi o con le bestie».

Man mano che gli otto fratelli venivano grandi, arrivava il lavoro in fabbrica, alla ceramica, in cotonificio ma sempre insieme, sempre con mamma Germana, che di cognome faceva De Lazzer. «Ricordo la spesa – racconta Ada, classe 1942 – . La mamma lavorava nelle case a Laveno, faceva le pulizie, stirava, e badava a noi. Ricordo che solo di pane ne compravamo quattro chili al giorno. Altri tempi. Ma ce l’abbiamo fatta».

Più di una volta le maestre di Laveno chiesero alla signora Dalla Costa di raccontare ai bambini delle scuole che cos’era la guerra.

E in una cosa il destino fu galantuomo, con Germana: le risparmiò la sofferenza di veder morire un figlio. I tre degli otto fratelli che ora non ci sono più se ne andarono dopo di lei. «Al suo funerale c’erano molti giovani: i suoi racconti lasciarono il segno».

Tra i figli c’è anche Elda, la più anziana dei cinque fratelli ancora in vita che quel settembre di 71 anni fa aveva 14 anni e nel 1995 trascrisse un diario dove si parla di quella notte.

Ma è stato solo grazie ad un lavoro di archivio fra le carte del Comune, che la storia di Antonio Dalla Costa è divenuta recentemente di dominio pubblico. E’ nato così l’interessamento per questa figura e la necessità di non lasciare ad uno stretto giro di parenti e nipoti il peso e l’onere di ricordare quanto accaduto.

Antonio Dalla Costa è morto, ma i suoi figli si sono salvati e hanno generato a loro volta decine di nipoti e pronipoti a cui oggi, come a tutti noi, questa storia serve per capire quanto sia prezioso il tempo di pace.

* * *

Il prossimo 25 aprile alle 11 in piazza Garibaldi ad Angera verrà scoperta la lapide con inciso il nome di Antonio Dalla Costa.

Ringraziamo la famiglia Dalla Costa per essersi resa disponibile a raccontare questa storia, affrontando ricordi dolorosi, e la dottoressa Sonia Gliera, responsabile della riorganizzazione dell’archivio storico comunale di Angera.
Un grazie particolare al signor Renato Salina, presidente dell’Anpi di Angera e a C. S., che col buon fiuto giornalistico ha segnalato l’esistenza di questa storia.

Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it
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Pubblicato il 17 Aprile 2015
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