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Cassano Valcuvia LaivIn arriva a Cassano Valcuvia con 300 studenti per un Festival di teatro che è crescita Paola Manfredi, direttrice artistica di Teatro Periferico, organizzata per punti di domanda e risposta come richiesto: . Perché LaivIn 2026 arriva a Cassano Valcuvia? Teatro Periferico ha ricevuto l’incarico di organizzare questo Festival, che contemporaneamente si svolge a Mantova con Teatro Magro, direttamente da Fondazione Cariplo e dal capofila di progetto Alchemilla, di organizzare un festival. Certo, Mantova è una grande città capoluogo, mentre Cassano Valcuvia è un paese di 650 abitanti che sta al confine con la Svizzera. Non è magari un luogo marginale, ma sicuramente è un paese periferico, in una zona anche poco servita dai mezzi. Ma la scelta dei promotori di LaivIn è la stessa di Teatro Periferico è quella di sostenere i presidi culturali in zone periferiche perché sono importanti per la crescita che possono garantire alla comunità, la coesione sociale e la partecipazione. I 12 spettacoli in 3 giorni del LaivIn, dal 26 al 28 maggio, sono creati dai regazzi delle scuole per i loro coetanei. Che ruolo ha il Teatro per le nuove generazioni? Noi lavoriamo tantissimo adesso con i giovani. I giovani vengono molto più a teatro rispetto al passato, sono molto presenti nelle co-progettazioni con noi, sono il nostro futuro. Abbiamo investito in questa direzione e quindi il festival è stato spostato proprio in questo piccolo paese per questa scelta Saranno tre giorni (quest’anno è una forma più ridotta, l’anno prossimo saranno quattro), passeranno 11 scuole. Ci saranno presentazioni di attività di carattere inclusivo che facciamo sul territorio: un lavoro con i minori stranieri non accompagnati, che faranno un piccolo pezzo del loro spettacolo (hanno la stessa età degli adolescenti del festival), e un lavoro con i ragazzi disabili. Ci saranno anche dei laboratori di arte, faremo vedere le nostre trincee facendo riflessioni sulla vita, sulla pace e sulla bellezza, e un laboratorio di ascolto con Alchemilla all’interno del centro documentale. Il paese è piccolo ma ha molte cose: un teatro, una comunità di accoglienza, un ristorante gestito da ragazzi con disabilità, un museo e le trincee. Le scuole ci mostreranno i loro lavori (mezz’ora a disposizione per ognuna) e i ragazzi si conosceranno, discuteranno, frequenteranno laboratori e mangeranno insieme. Intervistatore: Una cosa che mi sembra bellissima è che è un festival, ma non è una competizione, cioè non ci sarà un… Paola Manfredi: Assolutamente no. Non è lo scopo. È teatro e musica soprattutto, ovvero condivisione. I progetti fatti all’interno delle scuole e presentati al LaivIn non hanno lo scopo di preparare attori né spettacoli che vengano premiati. Qui il teatro e la musica sono strumenti educativi di crescita e di espressione. Attraverso questi strumenti i ragazzi possono imparare a lavorare in gruppo, a ragionare, a creare, a esprimersi e a scoprire talenti che non sanno di avere. Tutto questo è una ricchezza che il festival può mostrare. Sono occasioni di crescita, non è importante il risultato. Certo, è importante far vedere il risultato perché ai ragazzi piace ricevere applausi e sentire la partecipazione degli altri, ma è fondamentale il processo che i ragazzi compiono per arrivare lì. La Comunità Europea continua a dire che è importante che questi progetti siano intersettoriali: la componente sociale, artistica, culturale e sanitaria devono sedersi allo stesso tavolo e ragionare insieme per il benessere delle persone. Intervistatore: E paradossalmente, in questo mondo in cui siamo tutti straconnessi, è una delle poche occasioni in cui studenti di diverse città e realtà riescono a stare insieme attorno a dei lavori propri. Paola Manfredi: Sì, con dei lavori propri, ma anche senza l’ansia di prestazione rispetto alla competizione. Oggi un ragazzo che balla “benino” hip-hop, una volta nella sua classe o scuola era l’unico e si sentiva importante. Oggi, se va a vedere sui social, è l’ultimo di una lista lunghissima perché il paragone è con il globale e non più con un piccolo gruppo di riferimento. Per questo è importante tornare ai piccoli contesti: affinché i ragazzi si sentano gratificati e capaci, e non abbiano continuamente quest’ansia di non essere all’altezza, di non essere pronti per il domani o di fallire, perché fallire può accadere ed è un bene
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