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“Mio padre è morto. Da Ats una gestione raccapricciante, vergognosa e inumana”

Il racconto di Andrea ripercorre le tappe che hanno portato alla morte di suo papà e alla gestione della quarantena della famiglia

coronavirus foto generiche vario varie

È complesso raccontare il dolore, specialmente quando lo si vive, è difficile anche non trascendere, ma talvolta bisogna fermarsi, scollegarsi dal proprio mondo e collegare la spina della lucidità, per denunciare tutto ciò che non funziona.

Questa è proprio un’accusa dura a un sistema che vacilla e che nell’emergenza ha mostrato tutte le sue lacune, amministrative si intende. Non c’è da farne una questione di schieramento politico – nonostante la politica rientri inevitabilmente tra i punti da affrontare nel presente e nel futuro – bensì da analizzare tutti i passaggi di una storia raccapricciante.

Alcuni punti vi sembreranno familiari, forse perché li avete vissuti o li state vivendo, forse perché avete già letto delle lettere simili, pubblicate anche qui su Varese News. Sono state la spinta ultima per raccontare quanto segue, in unione con la rabbia nel leggere le ultime dichiarazioni di Ats, secondo cui la gestione di casi e famiglie sta andando per il meglio. Assurdità.

Riavvolgiamo il nastro e torniamo all’8 marzo scorso, data dell’inizio di questo incubo. Mio padre manifesta i primi sintomi di ciò che, passando da influenza e bronchite, si rivelerà coronavirus. Cinque giorni dopo viene ricoverato e il 15 marzo risulta positivo al tampone, iniziando il proprio percorso in terapia intensiva. Io e mia madre, conviventi a contatto diretto con lui, fin dai primi sintomi abbiamo evitato ogni contatto con l’esterno, e dopo questa notizia ci autoponiamo in quarantena, come da protocollo, attendendo una telefonata dell’Ats. Dopo vari tentativi di contattarne gli uffici, veniamo chiamati venerdì 20 marzo, quando ci viene comunicato lo stato di quarantena, la segnalazione in Prefettura e le norme da seguire per la nostra salute. Tutto formalmente corretto, se non fosse che sono passati ben sette giorni dal ricovero. Nel frattempo entrambi ci mostriamo plurisintomatici (febbre, tosse, bassa saturazione per me, perdita dell’olfatto e febbre per mia madre), ma nonostante le molte telefonate non riusciamo ad ottenere un tampone. Il nostro medico di base agisce, giustamente, come da protocollo e si preoccupa di noi telefonicamente, fissandomi una visita in un centro apposito per sospetti Covid. Questo appuntamento, però, presupporrebbe una violazione della quarantena obbligatoria e così arriva una nuova nostra telefonata all’Ats. Dopo un colloquio del nostro interlocutore con i suoi superiori, ecco la risposta: devo chiamare un’ambulanza che mi porterà all’appuntamento e riporterà a casa. Come un taxi, in sostanza, che invece che assistere le emergenze, farà da chaffeur al sottoscritto. Bello vero? Se fosse una barzelletta, ma è la folle realtà. L’altra soluzione? Farsi ricoverare, come se la sovraesposizione al virus in reparto non fosse un problema e la presenza di un membro della nostra famiglia in ospedale non fosse abbastanza.

La visita salta in accordo con la nostra dottoressa, perché avrebbe violato il DCPM 08.03.2020 e la quarantena comunicataci dalla stessa Ats. Siamo di nuovo abbandonati a noi stessi. Soli nella malattia, con un padre e marito ricoverato in ospedale e alcuni sintomi in corso, abbandonati da un ente che ci chiamerà la volta successiva a distanza di due settimane dal ricovero di mio padre. In questa telefonata, responsabilmente, comunico la fine della mia febbre (durata 11 giorni) al 23 marzo, qualche giorno prima, e mi viene assegnata una nuova quarantena che terminerà il 6 aprile. Nessun problema nel portarla a termine, anzi. Ma in tutto questo, ancora nessun tampone all’orizzonte, nonostante in data 27 marzo la Regione Lombardia abbia aperto ai tamponi per tutti i sintomatici e plurisintomatici. Resta il problema di una malattia formalmente superata, ma del possibile contagio per chi ci è vicino: nel caso specifico, due nonne di 80 anni che vivono sole e una sorella in gravidanza. Un fatto più volte ribadito.

Mio padre si aggrava nei giorni successivi e l’8 aprile, dopo aver combattuto strenuamente – con l’aiuto prezioso di un personale sanitario preparatissimo ma abbandonato a turni strazianti, sottonumerato e con mezzi risicati – ci lascia. Al dolore si aggiunge l’incredulità per la nuova telefonata firmata Ats, arrivata in data 10 aprile: l’Agenzia di Tutela della Salute non era a conoscenza del fatto, pur seguendo il nostro caso da vicino. Nel 2020, nell’era dei bollettini aggiornati minuto dopo minuto e comunicati ogni sera, con computer e informazioni che viaggiano ad altissime velocità. Tutto normale, no?

La seconda quarantena approssimativa termina. E mi stupisco di come si possa essere superficiali quando ogni giorno facciamo la conta di chi non ce l’ha fatta, quasi fosse la normalità. Si ragiona ad occhio, si contano 14 giorni, davanti a studi che dimostrano come anche 21, 28 o 30 possano non essere sufficienti perché il virus scompaia, insieme alla potenzialità di contagio. Comunque nessuno di noi esce di casa. Precauzioni e rispetto per chi lotta ogni giorno, nonostante legalmente (e per Ats) siamo clinicamente guariti. E, fatto più straziante, nessuno di noi può consolare il dolore dell’altro in un momento così delicato, nemmeno quello delle categorie più “fragili” di cui sopra, e provvedere alle sue necessità.

Ieri, infine, l’ultimo capitolo di questa storia (per ora) con una nuova telefonata. Il tema? I tamponi. La risposta? Vaga per diverse ore, poi una data, incerta: 27 aprile. Sì, perché ieri 16 aprile si registravano gli appuntamenti per il prossimo lunedì, ma quello non sarà il nostro turno. Noi verremo contattati, forse, nei prossimi giorni per fissare un appuntamento presumibilmente ai primi di maggio, con i risultati che causa sovraffollamento slitteranno ancora (ma questa non è una colpa). E così si arriverà, forse, almeno una quarantina di giorni dopo l’ultimo sintomo ad avere la possibilità di sottoporsi al primo test, che potrà certificare (si spera) la fine del virus. Quaranta giorni, cinquanta dall’inizio dei sintomi. In mezzo mille telefonate, una tragedia, l’abbandono e il mancato supporto alle persone in difficoltà.

Una gestione raccapricciante, vergognosa, inumana. Non siamo soli in questa battaglia, di lettere ne ho viste parecchie, così come ho visto la lamentela dei sindacati e tante ancora ce ne sarebbero da citare. Eppure, tutto questo non è nuovo, tutto questo già lo scrissi da umile cittadino in una lettera ignorata all’amministrazione un mese fa, spiegando le problematiche vissute da ognuno di noi. Concludo dicendo che approssimando si corre solo un enorme rischio: vanificare i tanti sforzi di medici, ospedali e volontari.

Ma va tutto bene, vero Ats?”

di
Pubblicato il 18 Aprile 2020
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