I bambini con sindrome di Down sempre felici? Falso e disumanizzante
Nel nuovo episodio Alessandra Baruffato affronta il tema della complessità emotiva delle persone con sindrome di Down smontando il mito della felicità per natura
Nel nuovo episodio del podcast Occhi di Riso, Alessandra Baruffato affronta con decisione uno degli stereotipi più radicati e, a suo modo, dannosi legati alla sindrome di Down: l’idea che chi ne ha questa diagnosi sia sempre felice, sorridente, dotato per natura di un “carattere solare”.
Una narrazione positiva, ma disumanizzante
Baruffato, madre di Luna – una bambina con sindrome di Down – spiega come questo pregiudizio, apparentemente positivo, finisca per ridurre l’identità delle persone a un cliché. «Attribuire costantemente a nostra figlia uno stato di felicità permanente – spiega – è come negarle il diritto alla complessità emotiva. È una forma sottile di disumanizzazione».
Il podcast, nato per raccontare con autenticità la vita quotidiana di famiglie come quella dell’autrice, vuole spingere l’ascoltatore a cambiare sguardo: abbandonare l’etichetta per incontrare la persona, con tutto il suo spettro di emozioni.
Il diritto alla verità emotiva
Uno dei passaggi centrali dell’episodio riguarda proprio la negazione sociale delle emozioni considerate “negative”. Quando un bambino con sindrome di Down si arrabbia, è triste o si ribella, queste emozioni vengono spesso minimizzate o ignorate. «A Luna – sottolinea Baruffato – a volte non è concesso essere arrabbiata. Come se fosse meno legittimo per lei».
Riconoscere la piena umanità delle persone, anche nelle loro fragilità, è secondo l’autrice un passaggio fondamentale per una vera inclusione. Solo così si può parlare di rispetto e di relazioni autentiche.
Un invito a cambiare sguardo
Con “Occhi di Riso”, Alessandra Baruffato non propone una visione alternativa per pietà o retorica, ma per verità. Il suo è un invito concreto ad abbandonare le narrazioni accomodanti e a entrare in relazione con la realtà, anche quando questa è complessa o scomoda. «Dobbiamo iniziare a vedere i nostri figli non come simboli, ma come persone – conclude –. La loro umanità è piena, e anche i loro sentimenti lo sono».









