Il museo dell’Antropocene con Frank Raes: “Gli oggetti raccontano il nostro tempo”
Climatologo belga che ha lavorato a lungo al Joint Research Centre di Ispra, oggi continua a interrogarsi sul rapporto tra uomo e pianeta. L'intervista a La materia del giorno
A Laveno Mombello c’è un luogo che non assomiglia a nessun altro museo. È il Museo delle Tecnologie dell’Antropocene, fondato da Frank Raes, climatologo belga che ha lavorato a lungo al Joint Research Centre di Ispra, e che oggi continua a interrogarsi – e a far interrogare – sul rapporto tra uomo e pianeta. Il museo ha recentemente raggiunto un traguardo simbolico: il millesimo visitatore. «È stata una ragazza di una classe del liceo di Luino – racconta Raes – e abbiamo festeggiato questo momento». L’intervista di Ilaria Notari a La Materia del Giorno.
Ascolta l’intervista
Un museo nato da un’idea lontana
L’origine del progetto risale a molti anni fa, quando Raes si trovava a Los Angeles e visitò il Museum of Jurassic Technology, un luogo capace di mescolare realtà e immaginazione, lasciando il visitatore sospeso tra meraviglia e dubbio. «Uscivi chiedendoti cosa fosse vero e cosa no. Mi è rimasta l’idea di fare qualcosa di simile».
Quell’intuizione ha preso forma dopo il pensionamento, circa dieci anni fa, trasformandosi in un museo unico nel suo genere, ospitato in una casa a Mombello, frazione di Laveno.
Raccontare l’Antropocene attraverso gli oggetti
Il museo affronta il tema dell’Antropocene, l’epoca in cui l’impatto dell’uomo ha modificato profondamente gli equilibri della Terra: dal clima alla biodiversità, fino agli oceani e alle correnti atmosferiche. «Un tempo i cambiamenti erano dovuti a cataclismi naturali – spiega Raes – oggi il cataclisma siamo noi».
Per raccontare tutto questo, Raes ha scelto una strada particolare: non libri o teorie, ma oggetti. Molti sono costruiti direttamente da lui, altri provengono da scambi con artisti. Il risultato è un museo che sta a metà tra scienza e arte, dove ogni elemento diventa un punto di partenza per riflettere.
Un’esperienza che coinvolge le scuole
Negli ultimi anni il museo si è aperto anche alle scuole del territorio – da Laveno a Varese, fino a Milano – con percorsi pensati appositamente per gli studenti. Divisi in piccoli gruppi, i ragazzi visitano gli spazi, scelgono alcuni oggetti e costruiscono un proprio racconto sull’Antropocene. «Discutono molto tra loro – sottolinea Raes – più che limitarsi a guardare. E da queste discussioni emergono spesso idee sorprendenti, anche per noi».
Un museo “da scoprire”
L’accesso al museo avviene su prenotazione, tramite il sito, e le visite sono quasi sempre guidate dallo stesso Raes. Un’occasione di dialogo diretto con visitatori spesso curiosi e con background diversi. «Non è un museo tematico tradizionale – spiega – chi viene non sa cosa aspettarsi. Ma spesso esce con gli occhi spalancati».
Il sogno: portare il museo in città
Tra i desideri futuri c’è quello di portare la collezione fuori da Mombello, in contesti più frequentati: «Mi piacerebbe allestire una mostra temporanea a Varese, Milano o anche all’estero, per far conoscere questi oggetti a un pubblico più ampio».
Il Festival della Meraviglia torna a maggio
Accanto al museo, da quattro anni prende vita il Festival della Meraviglia, che quest’anno tornerà dall’8 al 10 maggio a Laveno Mombello, con alcune tappe anche a Luino e Castronno. Il festival, multidisciplinare come il museo, intreccia incontri, spettacoli e riflessioni. Il tema dell’edizione 2026 sarà “Storia, storie e storielle”, con uno sguardo filosofico e politico sul modo in cui costruiamo e interpretiamo la realtà. «Il nostro rapporto con il mondo passa sempre attraverso una narrazione – spiega Raes – e oggi queste narrazioni possono essere facilmente manipolate». Durante il festival sarà possibile visitare il museo, che per l’occasione presenterà anche nuovi oggetti e installazioni.
Un invito a incontrarsi, oltre lo schermo
In un’epoca dominata dalla comunicazione digitale, il museo e il festival vogliono essere anche uno spazio di incontro reale. «È sempre più difficile portare le persone fuori di casa – conclude Raes – ma è fondamentale creare luoghi dove incontrarsi e parlare. È così che possiamo capire noi stessi, gli altri e il mondo».










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