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Felice Cavallotti il “bardo della democrazia” sepolto a Dagnente sopra Arona

Volontario a diciott’anni con Garibaldi, sostenitore della libertà dei popoli e oppositore del colonialismo, poi appassionato oratore per le classi più povere, Cavallotti morì il 6 marzo 1898 a Roma

tomba Felice Cavallotti

Pur ricordato in tante vie d’Italia, Felice Cavallotti è oggi ai più sconosciuto, a differenza di Garibaldi o di Mazzini: eppure il “bardo della democrazia” è stato uno dei grandi protagonisti del Risorgimento italiano e della sua apertura verso la modernità (nella foto di apertura: monumento a Como).

Volontario in armi a diciott’anni con le camicie rosse di Garibaldi, sostenitore della libertà dei popoli e oppositore del colonialismo italiano, poi appassionato oratore a fianco della classi più povere, Cavallotti morì il 6 marzo 1898 a Roma, ucciso in un duello, uno dei tanti sostenuti in quel tempo in cui (anche) con la sciabola si difendeva l’onore.

Il bardo della democrazia venne sepolto a Dagnente, frazione di Arona, sulle balze erbose affacciate sul Lago Maggiore: “mio caro, mio piccolo Dagnente / qui un dì l’ossa mia poseran”, così Cavallotti ricordava quel luogo e la pace che trovava, “sdraiato su floridi margini in vetta alla verde collina”.

Ovviamente anche Dagnente ha il suo via dedicata a Cavallotti: proprio qui si trova la sobria casa contadina che il parlamentare (che prima frequentava Ghevio, ove aveva parenti) trasformò in suo ritiro, lontano dalla appassionata lotta politica di Roma, lontano dalla fumosa Milano in espansione industriale.

Come Garibaldi e Mazzini, come Carlo Pisacane, il “bardo della democrazia” è una figura che ai nostri occhi non può apparire lontanissima, con i suoi grandi baffi ottocenteschi nei busti e nei ritratti risalenti agli anni della sua attività parlamentare, ma la sua vita avventurosa e votata alle battaglie democratiche parla ancora oggi, se si prova a sfogliare qualche libro o anche rileggere le lapidi che quella lo ricordano nelle città d’Italia. Nato a Milano da famiglia veneziana, divenne volontario garibaldino a diciott’anni, fucile tra le mani e baionetta in canna per rendere libera l’Italia dalla dominazione austriaca, ma soprattutto per render libero il popolo. Celebre divenne poi una sua frase con cui superava il Risorgimento delle singole patrie riguardava a quello della libertà:«Abbastanza ci parlaste di una patria una; ora parliamo un poco di una patria libera».

Continuò a sostenere la lotta contro i tiranni, ad esempio quella del popolo greco sottomesso all’impero ottomano. Ma nell’Italia unificata e monarchica fu soprattutto il sostenitore delle classi popolari, contro le avventure coloniali di Crispi, contro la corruzione che già si annidava a Roma, per la separazione tra Stato e Chiesa contro la repressione dei moti popolari dalla Sicilia a Milano. Pur rimanendo sostenitore della democrazia borghese, con i suoi lunghi discorsi nelle aule parlamentari, seppe conquistare il rispetto del leader socialista Filippo Turati e in alcuni luoghi d’Italia il suo movimento radicale costruì alleanze con i socialisti.

Generico 06 Mar 2023

Proprio Filippo Turati gli rese maggio nel suo ultimo viaggio, quando da Roma  il corpo di Cavallotti fu portato fino a Milano, prima sepoltura prima di quella definitiva nel piccolo cimitero di Dagnente, creato su un colle da (allora) pochi anni: la grande urna stupisce e ancora oggi svetta al centro del piccolo camposanto.
Nelle vie del paesino in una lapide del 1914 lo ricordano “gli operai di Dagnente”, davanti alla casa “dove riposando temprava la sua grande anima d’uomo e il suo spirito di poeta per le battaglie contro l’immoralità nel nome della democrazia”.

Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it
Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare.
Pubblicato il 06 Marzo 2023
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