Il sogno di Giulia: “Vorrei far tornare le Fornaci Ibis di Cunardo al loro antico splendore”
Giulia Bonora, 28 anni, ceramista cresciuta tra i laboratori di Giorgio Robustelli, sogna di trasformare le storiche fornaci in un hub culturale della ceramica contemporanea: «Le ho nel cuore da quando ero piccola»
(foto di Roberto Vitali) La lavorazione della ceramica a Cunardo ha origini antichissime, con fornaci attestate fin dall’epoca romana. Sul finire dell’Ottocento il paese contava quattro fabbriche di ceramiche e diverse fornaci, ed era famoso in tutta Italia per il cosiddetto “blu Cunardo”, una tonalità nota solo ai maestri ceramisti locali di cui rimangono oggi rarissimi esemplari. In questo contesto, nel 1951 la famiglia Robustelli fondò la Ceramica Ibis all’interno delle vecchie fornaci da calce, e negli anni Sessanta il laboratorio cominciò ad accogliere artisti che vollero cimentarsi nella decorazione della ceramica. Nomi di primo piano: Fontana e Burri, Guttuso e Ennio Morlotti, Baj e Schumacher. Anche Piero Chiara veniva a dilettarsi alle Fornaci, lasciando una collezione di piatti dipinti di sua mano, destinati a essere riprodotti sulle copertine di alcuni suoi romanzi.
Nel 2014 Giorgio Robustelli creò l’associazione “Amici delle Fornaci Ibis” per il rilancio culturale del luogo e la sua trasformazione in museo all’aperto. Robustelli se ne è andato nel 2025 e oggi le Fornaci sono in vendita. E una giovane ceramista di 28 anni, Giulia Bonora, prova a costruire un progetto per riscoprire il loro ruolo artistico e culturale.
Bonora, nata e cresciuta a Cunardo, oggi vive e lavora a Castello Cabiaglio con il suo brand Keramô. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera, ha partecipato a bandi europei, ha girato l’Italia per imparare le tecniche. Ma la sua formazione più profonda è avvenuta qui, in via Fornaci a Cunardo, accanto a Giorgio Robustelli. Ora che le fornaci rischiano di finire nelle mani di chi non ne conosce il valore, ha deciso di rendere pubblico un sogno che ha da tanti anni.
Giulia, come sei arrivata alle Fornaci Ibis?
«Ci sono arrivata da piccola, con la scuola elementare: avevano selezionato alcuni bambini del paese per fare delle mattonelle in ceramica. Poi le ho perse di vista, come succede crescendo. Le ho ritrovate per caso, passeggiando per Cunardo, quando ho incontrato Giorgio davanti alle fornaci. Abbiamo cominciato a chiacchierare e da lì non me ne sono più andata: ho lavorato con lui per tre o quattro anni, ogni giorno, da garzona. Era già anziano, ma ho potuto assorbire tutto — i racconti, le tecniche, la storia del luogo».
Cosa ti ha dato quell’esperienza?
«Mi ha salvata, in un certo senso. Avevo vent’anni, il futuro era incerto, non sapevo bene cosa fare della mia vita. Le fornaci mi hanno appassionata così tanto da diventare la mia vita. Da lì è nata la decisione di fare l’Accademia, poi i bandi europei, i viaggi per imparare il più possibile, e infine il mio brand. Penso che le fornaci abbiano aperto gli occhi a tante persone oltre a me. Luoghi così fanno questo: ti cambiano la direzione».

Hai anche lavorato a un archivio documentale delle fornaci…
«Sì, nel tempo che ho passato lì ho cominciato a raccogliere materiali: flyer, volantini, documenti delle mostre. Abbiamo a che fare con artisti importanti — nel 1969 c’era Warhol, c’era Piero Manzoni, oltre a Guttuso, Fontana, Frattini e tanti altri. Insieme ad Alessandro Rocchetti abbiamo anche realizzato un piccolo documentario video su Giorgio, lasciando una testimonianza di lui che racconta la fornace, le opere, gli artisti. Un materiale che adesso ha un valore che allora non immaginavamo nemmeno e che sono pronta a mettere a disposizione per aiutare a realizzare il mio progetto».
Oggi le Fornaci sono in vendita. Cosa vorresti farne, se riuscissi a raccogliere le risorse?
«Sapevo da tempo che prima o poi sarebbe successo. Giorgio se n’è andato, la proprietà è passata alla famiglia che ha legittimamente scelto di mettere in vendita la struttura. Il mio grande sogno sarebbe stato rilevare io stessa il luogo, ma non posso farcela da sola e non posso aspettare troppo, perché ci sono già altri interessati. Il mio sogno è quello di mandare avanti la fornace per quello che è sempre stata, ma portandola nel presente. Una bottega di ceramica con produzione propria, residenze d’arte per artisti che rinnovino le collezioni ogni anno, una scuola di ceramica aperta al pubblico. Un vero hub culturale della ceramica contemporanea, che non tradisca la tradizione ma la faccia dialogare con il contemporaneo. E poi, per reggere economicamente, mi piacerebbe creare un piccolo spazio di ristoro — anche solo una piadina, qualcosa da bere — sul modello di certi luoghi culturali che conosco, come la scuola di Slow Food a Bra. Un posto dove si entra per la ceramica e si resta per stare bene».

Ne hai parlato a qualcuno, oltre ad aver lanciato una specie di “call to action” sui social?
«Sono anni che ne parlo. Contatti ce ne sono diversi, qualcuno ha manifestato attenzione per il mio sogno. Ci sono tanti artisti che hanno lavorato in fornace nel tempo — penso alla Fondazione Schumacher in Svizzera — che potrebbero voler contribuire. Poi ho tantissimi amici: artisti, musicisti, cuochi, molti della provincia di Varese, che si sono già offerti di fare eventi, lezioni, iniziative per raccogliere fondi. È una cosa a cui tengo davvero tantissimo».
Un appello a chi legge?
«Le Fornaci Ibis sono un patrimonio che appartiene a questo territorio, non solo a una famiglia o a una singola persona. Chi ha una connessione con questo luogo, chi conosce la sua storia, chi ha qualcosa da offrire — competenze, risorse, contatti — può cercarmi. Mi trova su Instagram con il brand Keramô. Voglio che questo luogo continui a esistere. E voglio che continui a formare persone, come ha formato me».






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