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Laveno Mombello e il Ricordo: «Mia madre Ines, l’esodo e la paura: la fede vissuta di nascosto e la fuga sui carri merci»

La figlia di un’esule istriana racconta l’infanzia della madre sotto il regime di Tito, la sorellina morta di difterite e la notte della partenza verso Trieste: “Non eravamo accettati né di là né di qua”

Generico 09 Feb 2026

Gli occhi lucidi e il cuore in gola. Le parole della mamma che non c’è più e che tornano a galla con quella data, il 10 febbraio, e quelle storie, che sono il Ricordo.

Chiede di rimanere anonima, non ci tiene ad apparire, ma l’idea di raccontare arriva quasi spontanea perché si trova anche lei, come tutti gli anni, a ricordare. Lo fa a modo suo, nel corso di una delle tante occasioni che anche in provincia di Varese vengono organizzate per non dimenticare cosa fu l’esodo giuliano – dalmata, la tragedia delle foibe, il prezzo da pagare a volte anche con la vita per la sola appartenenza etnica, per le parole pronunciate in italiano, quella cultura sradicata a forza di odio e violenza del fanatismo politico.

Se esiste una correlazione fra le paure dei genitori e quelle dei figli, ed esiste perché è così che si sviluppa l’istinto, essa emerge nella sala consiliare di Villa Frua a Laveno Mombello dove sabato si è celebrata la Giornata del Ricordo coi relatori Pier Maria Morresi, dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Comitato provinciale di Varese, ed Eduardo Prencis, consigliere comunale di Laveno Mombello (nella foto qui sotto) .

Generico 09 Feb 2026

Lei ascolta. E alla fine della celebrazione si scioglie, e di fronte ad un caffè decide di parlare. Racconta. E l’orologio torna indietro domanda dopo domanda. Le lancette si fermano al 1947 a Postumia (oggi Postojna, Repubblica di Slovenia).

Sua madre, Ines, che cosa ricordava con più dolore del periodo prima dell’esodo?
«Il fatto di sentirsi sola, diversa. Era l’unica bambina che faceva catechismo: gli altri erano figli di persone legate al regime comunista. E lo faceva di nascosto. Il prete la portava in sacrestia, in un angolo. Anche la Prima Comunione fu così: lei e un altro bambino, praticamente basta. Quella cosa l’ha segnata per tutta la vita».

Che clima si respirava in casa?
«Mi raccontava di un clima di paura quotidiana. Mia mamma era figlia di un capostazione. Ricordava che i titini entravano in casa senza chiedere permesso. La porta non si poteva chiudere a chiave. Se trovavano scorte alimentari o qualcosa di “buono”, se lo prendevano. Per questo i miei nonni nascondevano il cibo nel cassonetto delle tapparelle, tenendole sempre abbassate anche di giorno».

C’è un episodio, in particolare, che nella vostra famiglia è rimasto come una ferita aperta.
«Sì, la morte della sorellina di mia madre. Aveva preso la difterite a scuola. Anche un compagno di classe, vicino di casa, stava malissimo. C’era un medico bravissimo, il dottor Adobbati: lo ricorderò per sempre. Fu portato via perché accusato di essere fascista e al suo posto arrivò un “dottore” scelto dal regime. Non riconobbe la gravità della situazione: diceva che era influenza. Quando i bambini furono portati a Trieste, era troppo tardi. Sarebbe bastata una tracheotomia. È una cosa terribile anche solo da raccontare».

Come mai la vostra famiglia viveva a Postumia e non a Milano?
«I miei nonni lavoravano in stazione a Milano. Ma vennero mandati al confino: se non aderivi al partito fascista non potevi restare. Così furono trasferiti a Postumia, che allora era territorio italiano. Lì nacquero mia mamma e mia zia».

La notte della fuga, come la descriveva sua madre?
«Avevano iniziato a preparare tutto ai primi di settembre del 1947, caricando i carri merci alla stazione di Sesana. Portarono via tutto ciò che potevano, anche le galline, il gallo, i conigli: non lasciarono nulla, erano parte della famiglia. Quando arrivò la notizia della firma (1), partirono nella notte. La paura era che il convoglio, lunghissimo, non riuscisse a superare il confine entro mezzanotte. Invece ce la fecero».

Una volta arrivati in Italia, trovarono accoglienza?
«In parte. A Trieste vissero per settimane nei carri merci in stazione. Poi furono ospitati da altri ferrovieri, perché tra ferrovieri ci si aiutava. Ma lo Stato italiano, per come la raccontava mia madre, non fece nulla. E c’era anche un altro dolore: non essere accettati. Lì eri “italiano” e venivi visto male, qui eri “quello che arriva” e venivi guardato con sospetto. Né di là né di qua».

Sua madre è mai tornata nei luoghi dell’infanzia?
«Per decenni non ha voluto: era terrorizzata. Solo nel 1993 siamo tornate, insieme. Ha ritrovato alcuni amici e per lei è stato importantissimo. Mi ha portato a vedere la casa: era una casa dello Stato, non di proprietà, almeno non c’era quel rimpianto materiale. Ma il segno, quello, non se n’è mai andato. Mi diceva spesso che delle foibe si parlava sottovoce: persone che sparivano, ragazzi che non si vedevano più. Lei era piccola, ma certe cose le ha capite col tempo. E la sua identità familiare è rimasta segnata per sempre».

(1) Il settembre del 1947 segna lo spartiacque definitivo per il confine orientale italiano, rappresentando il momento in cui le speranze di migliaia di persone si infransero contro la realtà dei nuovi assetti geopolitici. Con l’entrata in vigore del Trattato di Pace di Parigi, il 10 settembre di quell’anno, l’Italia perse ufficialmente la sovranità su gran parte della Venezia Giulia, sull’Istria, su Fiume e sulle storiche enclave dalmate. Per città come Zara, già devastata dai bombardamenti e stremata dall’occupazione, fu il colpo di grazia: il passaggio formale all’amministrazione jugoslava di Tito scatenò un clima di terrore alimentato da epurazioni e discriminazioni etniche. Tra il 15 e il 16 settembre, il controllo passò definitivamente nelle mani del regime comunista, costringendo la popolazione a una scelta drammatica attraverso il meccanismo dell’opzione: chi desiderava mantenere la cittadinanza italiana doveva abbandonare tutto ciò che possedeva. Le case e i beni dei partenti venivano nazionalizzati, trasformando l’esodo in un fenomeno irreversibile e di massa. Zara si svuotò rapidamente, diventando una città fantasma mentre i suoi abitanti fuggivano via mare verso i porti di Ancona e Venezia, diretti verso i Centri Raccolta Profughi sparsi per la penisola. Non meno tragico fu il destino dei cosiddetti rimasti, spesso anziani o indigenti, che si trovarono stranieri nella propria terra: la lingua italiana fu bandita, le scuole chiuse e la toponomastica cancellata, nel tentativo di sradicare secoli di storia e cultura. Quel settembre non fu dunque solo una scadenza diplomatica, ma una ferita aperta che segnò la fine della presenza italiana in Dalmazia, trasformando una comunità millenaria in un popolo di esuli in cerca di una nuova identità.

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Pubblicato il 14 Febbraio 2026
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