“Io mai con i clan” parlano gli imputati nel processo sul metodo mafioso a Nord di Varese
L’accusa: droga, usura ed estorsioni nel nome della “famiglia“. Furti e rapine nel passato di uno degli uomini a giudizio, “ma non faccio parte del Sistema”
La buona parola per far rientrare il debito, la telefonata per aggiustare le cose, le minacce per avere i soldi, la coca ceduta: tutto servendosi del rispetto che si deve alle famiglie in odore di ’ndrangheta, magari perché legate a rapporti di parentela che si riverberano nel timore che si può incutere con le parole, oltre che con gli schiaffi.
Nel processo che vede imputati, con l’aggravante del metodo mafioso, una ventina di soggetti per fatti avvenuti intorno al 2017 nel Nord del Varesotto, procedimento meglio noto come inchiesta “Nerone” (perché partita da una serie di incendi ad auto e furgoni nella zona della Valmarchirolo), è giunto il momento degli imputati.
Che, per legge, possono anche non dire nulla nel corso del processo, ma per i quali la legge dispone comunque il diritto di rendere dichiarazioni spontanee di fronte al giudice, come pure di essere sottoposti ad esame in aula.
E dunque ecco le parole in aula di Berardino Moneta, detto “Dino”, o “Il Pelato”, considerato sì innocente fino a prova contraria, ma anche uno dei bracci operativi di “Zio Pino”, alias Giuseppe Torcasio, cognome noto nell’area Nord del Varesotto a ridosso del confine svizzero. Torcasio, imputato, uomo di coppola e poche parole, è seduto tranquillamente in aula, presente a ogni udienza.
Nei capi d’imputazione è a Torcasio Giuseppe che viene declinata la parentela con Vincenzo Torcasio detto “’u Niru”, «condannato per associazione di stampo mafioso con sentenza emessa dalla Corte di Cassazione il 14 luglio 2017», personaggio egemone a Lamezia Terme e contiguo alla cosca Giampà.
Questa vicinanza — secondo l’accusa, retta dalla Direzione Distrettuale Antimafia — sarebbe sufficiente per sviluppare una «forza intimidatrice» «derivante dal suggestione di un vincolo associativo e dalle condizioni di assoggettamento e omertà che ne derivano».
Un assaggio di tale omertà si è avuto durante l’escussione delle vittime dei reati contestati, che ben si guardarono dal denunciare ai tempi, ma che a causa delle intercettazioni ambientali disposte dalla polizia giudiziaria sono finite nel processo a testimoniare con un rosario di «non so, non mi ricordo, non mi pare»: dichiarazioni che hanno fatto respirare un’aria pesante, di pura omertà, rappresentando di fatto un’arma spuntata per l’accusa.
A questa situazione, nell’udienza di martedì, si sono sommate le dichiarazioni di Moneta, classe 1973, originario di Napoli ma da anni residente in Valcuvia, il quale ha fatto riferimento al suo passato criminale legato a svariati reati, dai furti alle rapine. «Sì, lo ammetto: la mia specialità in gioventù sono stati i reati contro il patrimonio, per i quali ho passato diverso tempo in carcere, dove ho conosciuto parecchi affiliati ai clan di camorra. Più volte mi è stato chiesto di entrarvi, ma ho sempre declinato l’invito».
Poi, nel prosieguo dell’esame, “Dino” ha dato un saggio dell’“atlante criminale” e delle sue regole che presuppongono l’affiliazione anche in ragione geografica: «Al massimo sarei potuto stare con la gente mia (la camorra, ndr), ma di certo non coi calabresi né coi siciliani», leggi ’ndrangheta e Cosa nostra.
Dal racconto in aula — su invito del difensore Corrado Viazzo e dal controesame del pm DDA Giovanni Tarzia — non emerge dunque alcuna dichiarazione di affiliazione ai clan, tanto meno alle famiglie di Lamezia Terme. «Sì, conosco Giuseppe Torcasio, lo conosco da anni, almeno dal 1993. Lo stimo. E lo apprezzo». E ancora: «Non ho mai avuto nella mia vita imputazioni legate a reati di mafia».
Le domande si sono spinte oltre, chiedendo all’imputato se avesse conoscenza di soggetti coinvolti in altre inchieste di criminalità organizzata, come il grande processo “Bad Boys” sulle Locali di ’ndrangheta attive nel Varesotto. «Sì, ho conosciuto Nicodemo Filippelli, e ho solo sentito parlare dei Rispoli. Ma niente di più».
Mai nessun clan, ribadito anche nelle dichiarazioni spontanee: «Voglio essere io il responsabile della mia vita, non voglio finire all’ergastolo o, peggio ancora, sotto terra». Fato che è stato ribadito anche dal secondo imputato escusso, il nipote di Moneta.
Il processo è alle battute finali: dopo un’udienza tecnica, a gennaio si terrà la discussione con le eventuali richieste di pena. E a febbraio la sentenza.









