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Watamu e Gede, terra di contrasti dove vivono i bresciani Alberto e John

Due fratelli di 25 e 28 anni, per metà bresciani per metà kenyani, che dopo la pandemia, ecco la scelta vivere a Watamu. «Non rimpiangiamo l’Italia. Qui la vita è più semplice e complicata allo stesso tempo»

Dalla Valcamonica al Kenya, la storia di Alberto e John

La solidarietà pura e concreta, l’Amani Gede School nata anni fa dall’idea di una (allora) turista di Cocquio Trevisago, si è sviluppata e sta crescendo dentro un contesto pieno di contrasti e contraddizioni. Watamu, Gede, piccoli villaggi che più entri verso la campagna, più sono poveri. Più ci si avvicina al mare e più ti rapisce la meraviglia di un luogo, con una bellezza che ti toglie il fiato: tuttavia è soltanto il primo impatto perché poi c’è l’altro lato della medaglia fatto di schifo, d’ingiustizie, di speculazione. Tuttavia, se ti sforzi di distogliere lo sguardo dal brutto, il bello ti riconquista in un attimo, con le tante storie virtuose.

Tra queste c’è quella di Alberto e John, due fratelli di 25 e 28 anni, per metà bresciani per metà kenyani. Con la pandemia, ecco la scelta definitiva: vivere qui, dopo essere cresciuti in Val Camonica. «Non rimpiangiamo l’Italia, anche se è sempre nel nostro cuore. Qui la vita è più semplice e complicata allo stesso tempo». Si vive con poco, in un luogo che è meraviglioso e, al tempo stesso, difficile. Alberto e John hanno creato il Paradise, poco più di un chiosco sulla spiaggia del Barracuda, in una baia incantevole: «Viviamo di pesca, siamo principalmente pescatori d’altura. E poi c’è il turismo che sta crescendo, anche se è piuttosto stagionale, soprattutto da dicembre a marzo».

Dalla Valcamonica al Kenya, la storia di Alberto e John

Da un paio di mesi, Alberto e John sono in piena lotta per difendere il proprio diritto di esistere con il proprio chioschetto. Una società già proprietaria di un grande albergo lì vicino sta tentando di appropriarsi di tutta la spiaggia del Barracuda: «Questi luoghi fanno gola agli speculatori da sempre, oggi più che mai – spiega Alberto – perché il turismo e l’intera area fino a Malindi sono in forte crescita. E qui sono abituati da sempre a fare i propri comodi sulla pelle della povera gente». Come queste cose possano accadere le capisci se consideri le contraddizioni di questi luoghi. La corruzione è un’arma molto utilizzata in tutto il mondo e ovviamente anche qui: «Stanno cercando di invalidare i nostri permessi, noi i permessi li abbiamo pagati e per molti sono stati ereditati».

La contesa ha avuto episodi anche violenti, come due mesi fa appunto, quando gli speculatori hanno assoldato trenta ragazzi di strada provenienti da Malindi, per abbattere tutti i chioschi sulla spiaggia: «Non erano persone di qui, sono arrivati imbracciando delle motoseghe e con l’appoggio di una squadra di poliziotti non di Watamu». Lo scontro è stato inevitabile: «Sono volati pugni e schiaffi, ma fortunatamente nessuno si è fatto male più di tanto. Loro, al momento, hanno desistito perché qui siamo molto uniti». A difendere i diritti locali c’è soprattutto la tribù dei Bajuni: «Watamu, il nucleo originario, è un villaggio costruito da una popolazione venuta dal mare, un mix di somali e arabi, i Bajuni. Con loro e tutte le persone che vivono di turismo attorno a questa spiaggia, siamo riusciti a respingere la violenza: siamo più di mille. Ora però, la battaglia è in tribunale».

Dalla Valcamonica al Kenya, la storia di Alberto e John

Alberto e John sono per ora tornati a vivere in simbiosi con le maree, guardando il mare dalla spiaggia: «In genere al mattino presto usciamo con la barca e facciamo rientro verso mezzogiorno. Per il pesce abbiamo soprattutto un compratore che poi rivende agli hotel e ai villaggi turistici, ma vendiamo anche alle altre persone». Il resto della giornata è vita da spiaggia, affittando qualche lettino e servendo bibite fresche.

La loro vicenda è una delle tante che rientrano nelle mille contraddizioni di Watamu, meravigliosa e fragile: la bellezza nasconde fino a un certo punto, il problema ecologico, per esempio. Ci sono tutele e un parco marino stupendo, ma l’inquinamento da rifiuti è sotto gli occhi di tutti, perché qui non c’è ancora coscienza ambientale ed è la condizione perfetta per chi vuole speculare. Poi, gli effetti si avvertono in situazioni bizzarre, come per esempio, l’invasione di cornacchie: uccelli che si nutrono di spazzatura qui creano spesso problemi di convivenza con l’uomo e allora si provvede con qualche piano di abbattimento che non risolvono la causa vera del problema.

Le case, i resort, gli appartamenti di lusso vengono su come funghi, tra Watamu e Malindi: comprare casa qui conviene ancora molto. E allora, l’espansione è in corso, ma ignora totalmente le povertà, è uno sviluppo che arricchisce pochi e lascia al massimo le briciole alla popolazione. La forbice tra i pochi ricchi e i tantissimi poveri si allarga sempre più: questo è tuttavia un luogo in cui svernano non meno di 5mila italiani (considerando anche l’area di Malindi). Tra questi, la maggioranza coglie solo alcuni effetti di tutto ciò, come la vicenda delle cornacchie: svariate decine di ragazzi sulla spiaggia che vedono il turista come un bancomat semovente rendono quasi impossibile passeggiare sulla battigia. E anche in questo caso, si può scegliere di non vedere la vera causa del problema. Sono tanti i vip italiani che hanno la villa qui, qualcuno fa anche beneficenza, altri addirittura speculano sulla solidarietà. Perché sì, c’è anche una sempre più diffusa moda di fare solidarietà per marketing personale, a misura magari di social. E così i contrasti di Watamu sono in due direzioni: ognuno sfrutta l’altro. Uno dei fenomeni più diffusi qui, per esempio, è il turismo sessuale soprattutto di donne in cerca di avventure esotiche, ma anche in questo caso, c’è chi se ne frega e lo considera un “dare e avere”.

Gede, invece, dove sorge la scuola di Merisha for Kenya è fatta di povertà africana che arriva dall’entroterra, contadini con poco o nulla che campano vendendo frutta e verdura, soprattutto, in una lotta costante con problemi quotidiani, come la mancanza dell’acqua. Sono settimane che qui non si vede un goccio di acqua pubblica, ma il problema non tocca le ville dei ricchi, i villaggi turistici che hanno alternative e riserve. Ecco, a Gede in molti non hanno alternative: ed è per questa gente, per i bambini di questi villaggi che si vuole costruire una scuola nuova.

In questo contesto di forti contrasti, l’intento puro di Merisha for Kenya sfida una realtà piena di degenerazioni: e, a prima vista, potrebbe sembrare un vaso di coccio circondato da tanti pericoli, burocrazia, corruzioni, speculazioni. L’unica arma sono le donazioni, sono le scelte di chi in Italia decide di prendere posizione: in difesa di questo bellissimo vaso di coccio.

Per sostenere il progetto: AMANI FOR GEDE – La scuola della speranza – Merisha for Kenya

Via Confalonieri, 5

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Pubblicato il 16 Novembre 2025

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