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Le lacrime di un padre

Con grande determinazione fino all’ultimo il papà di Iljic ha seguito le operazioni di salvataggio fino allo sfogo finale, tra gli ultimi sforzi dei soccorritori

ivann cesca«La prima cazzata l’ha fatta quando aveva due anni». Tutto è concesso, a quest’uomo alto e robusto che sta in camicia al calare del sole: suoi sono i geni, trasmessi al figlio, che probabilmente hanno salvato la vita a Iljic, 36 anni, restato aggrappato un giorno e una notte tra i dirupi di Santa Caterina del Sasso, a Leggiuno.
Ivan, così si chiama il padre di Iljic Cesca, alle 18 era già da tempo sul posto, dove erano in corso le ricerche, assieme alla nuora.
Un pomeriggio in cui la speranza di ritrovare il figlio in vita si affievoliva di ora in ora.
Una brutta sensazione cominciata nella giornata di ieri, lunedì primo di ottobre, quando non lo ha visto rientrare: «Lo aspettavo da me, aveva preso la mia auto per farsi un giro, poi più nulla». Telefonino muto, interrogativi, chiamata ai carabinieri, denuncia, ricerche. Poi l’intuizione di una gita fatta qualche giorno fa proprio qui, in uno dei punti più belli del lago.
E difatti, parcheggiata sotto un gruppo d’alberi, un po’ in disparte, la Honda grigia, trovata poco dopo l’ora di pranzo. Ma Iljic no, non c’era. Quest’uomo a braccetto con una donna più giovane, faceva avanti e indietro fra il dirupo e il campo base dove arrivavano vigili del fuoco, elicotteri, cani molecolari.
Non è giusto riportare le conversazioni carpite in questi momenti di concitazione: sono pensieri di un padre che, comprensibilmente, perde la bussola per l’ansia, la confusione.
Poi – ed erano le 18.45 – la luce che accende gli occhi di speranza trova la scintilla in una secca comunicazione radio: “Trovato, vivo”. Corsa degli uomini del soccorso alpino per arrivare ai mezzi. Strizzate d’occhio e pollice alto dei soccorritori, che preparano i moschettoni e si aggiustano il casco: c’è da sbrigarsi. E lui, Ivan, sempre lì che fa avanti e indietro fino a che la notizia viene confermata e scoppia la felicità: si avvicina al punto dove le corde cominciano a tirare e la barella aspetta (nella foto in alto, è il signore di spalle con camicia e jeans, pochi secondi prima del recupero del figlio). Ancora avanti e indietro, tra le grida di chi sta lavorando decine di metri più in basso, più vicino al lago.
Poi si lascia andare nei ricordi che riguardano un figlio amante di un pizzico d’avventura, un po’ spericolato, fin dalla giovane età. Racconta e ricostruisce quello che è accaduto in questi giorni e poi regala un aneddoto, personale, intimo, ma che vuole raccontare.
«La prima cazzata l’ha fatta quando aveva due anni – ricorda Ivan, col sorriso liberatorio. Quella volta trovò la porta aperta e prese la via Ciro Menotti, poi di corsa in via XXV Aprile a Varese…di giorno, con macchine e tutto. Mi chiamarono al lavoro, lo ricordo come se fosse ieri, e mi dicono: “Corri che tuo figlio è scappato”. A due anni. Volo a casa e mi butto a cercarlo: lo trovo mano nella mano con un nonnetto, al parco di Villa Recalcati, dove c’è la Provincia: lo stava riaccompagnando a casa».
Non trattiene le lacrime, Ivan, quando sente gli uomini, là sotto, che tirano su suo figlio, a cui con calma e affetto si avvicina, quando la barella compare tra gli alberi e il guard rail. Anche stavolta è volato da lui, ed è finita bene.

Pubblicato il 02 Ottobre 2012
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