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Laveno End of Summer: 2534 modi per organizzare un festival (e altre storie da dietro le quinte)

Questo articolo vuole raccontare la fine di quest'edizione del Laveno End of Summer Festival dal punto di vista di chi ci ha lavorato dentro

Laveno End of Summer Festival

Ciao, mi presento: io sono Arianna (Arianna Bonazzi), ufficio stampa e radio partner, nonché maniaca delle pulizie del Parco di Laveno. Per questo articolo finale ho deciso di raccontarvi una storia diversa dalle altre. Non voglio limitarmi a fare un resoconto dal punto di vista di un qualsiasi spettatore venuto al festival: questa volta voglio raccontarvelo da dentro, nel suo organigramma, perché è giusto raccontare anche la storia che ci sta dietro, quella più nascosta, ma che permette davvero la creazione di un evento. Amo raccontare storie e spero che questa vi prenda e vi emozioni come ha fatto con me.

Un lavoro che comincia mesi prima

Per capire cosa significhi organizzare questo festival, bisogna partire da lontano: il lavoro comincia quasi un anno prima, anche se Carolina di solito impone di non parlarne fino a ottobre, salvo poi essere la prima a ricascarci con le idee per l’edizione nuova già dal giorno dopo.
Organizzare un festival vuol dire essere sempre presenti e assumersi delle responsabilità, credendo in qualcosa che non dà alcun tornaconto economico, ma che si fa per la voglia e la gioia di farlo. Non siamo idealisti, sia chiaro: le crisi, i breakdown e i litigi ci sono, come in ogni progetto, ed è giusto che sia così. Ma dopo mesi di riunioni settimanali, telefonate a destra e a manca e spedizioni in giro per la provincia alla ricerca di sponsor disposti a credere in un gruppo di ragazzi, vedere tutto concretizzarsi sotto i propri occhi è davvero bello.

Penso a tutto il lavoro di SteVisual (Stefano Solazzo), che si occupa di grafica, progettazione e direzione creativa: dietro ogni scelta ci sono discussioni, confronti e tentativi per arrivare alla soluzione migliore. E Ste è sempre pronto a rimettersi in gioco, cambiare e aggiustare le cose fino a trovare una conclusione che possa convincere tutti.

Penso al supporto di Veronica Gallo nelle proposte degli artisti e nella formulazione del tema nei primissimi mesi di organizzazione del festival.

Penso infine alle spedizioni in macchina del giovedì mattina con Massjj (Massimo Torresan), Marta (Marta Biddau) e Gerva (Mattia Gervasini), a fare il giro porta a porta sperando che qualcuno ci volesse sostenere: un festival che rimane comunque gratuito, che porta musica ed emozioni senza chiedere l’ingresso, perché l’arte dovrebbe essere anche questo – emozioni che non hanno bisogno di essere pagate. È un dibattito più ampio, complesso e impossibile da esaurire qui, ma nel nostro piccolo significa moltissimo riuscire a portare qualcosa che possa davvero essere per tutti.

I giorni del festival: tra corse, radio e improvvisazione

Tutto questo lavoro converge poi nei giorni dell’evento, quando si è sempre lì dalla mattina presto fino a notte inoltrata, ognuno con il proprio ruolo, e con gli organizzatori che corrono da una parte all’altra per risolvere ogni tipo di problema. Le frasi che si sentono più spesso sono sempre le stesse: “Dov’è Luca War (Luca Guerra)?”, “Mattia (Mattia Lanteri) e Gerva (Mattia Gervasini), ci serve la corrente alle bancarelle oltre il ponte!!!”, “Ari (io), guarda che ti cercano in 26” – e quando nessuno sa cosa rispondere, la risposta è sempre la stessa: “Chiedi a Giorgio (Giorgio Genovese) o Carolina (Carolina Barzan)”.

Dietro a tutto questo ci sono dinamiche pratiche di cui il pubblico spesso non si accorge nemmeno: come l’inventiva di Eddy (Edoardo D’Errico) e Jonny (Jonatan Mizzon), che hanno sviluppato un programma ad hoc per la gestione delle casse e dei pagamenti nel modo più efficiente possibile. E poi Davide Binda, che si è occupato di risolvere tutti i problemi di logistica e trasporti, e senza il quale, testuali parole dell’organizzazione, “non saremmo riusciti a fare nulla”.

Laveno End of Summer Festival

Poi ci sono gli Alpini, che ci hanno dato una mano con i gazebo; il mitico Ermanno Masseroni, sempre pronto a intervenire, che si è occupato della pulizia del parco; e i pompieri, che hanno organizzato le attività di Pompieropoli per i più piccoli. Sono tutti esempi di una collaborazione che attraversa le generazioni: ragazzi, adulti e volontari di lunga esperienza che, ognuno a modo proprio, contribuiscono a costruire lo stesso festival.

E poi c’è il backstage, il vero cuore nascosto del festival. Sotto il gazebo dei tecnici fonici, se foste pubblico di quello che succede lì dietro, vedreste Luca Re punzecchiare Titti (Tiziano Pedrazzoli) e tutto il team di TiEvent con le più assurde idiozie – che ovviamente arrivano fino al rifacimento dei profili social del primo da parte del secondo. Vedreste Fede Caon (Federico Caon) trovare, sotto il sole, 2534 modi diversi per proteggere la testa con un asciugamano: se vi servono consigli di styling per un turbante da indossare in un imminente viaggio nel deserto, chiedete sicuramente a lui. E in mezzo a tutto questo, il più serio resta palesemente Spina (Andrea Spinazza), stage manager, che imperterrito ha fatto filare tutto liscio per tre giorni, oltre a fare anche il suo lavoro di chitarrista.

Le squadre dietro le quinte

Accanto a chi tiene in piedi la macchina organizzativa, c’è il fantastico team media e comunicazione: il responsabile Andrea Garbin, i fotografi e videomaker Simone Crespi (detto anche Sinone Calabrone), Alessio Picarella, Eleonora Prencis, Federico Riva, Erica Abbiati e Davide Pozzoli, le responsabili dei contenuti social Sara Dhana e Giulia Garbin, e la responsabile dell’ufficio stampa e radio – ovvero io. Vi giuro che sembriamo tutti molto seri, ma spoiler: siamo quelli che risentono di più del sole e che impazziscono già alle due del pomeriggio, tra la poca rete, le foto che non si riescono a passare perché pesano troppo, il caldo sotto la tenda che fa raggiungere ai dispositivi elettronici temperature quasi solari e le panche su cui siamo seduti che sudano più di noi. Ma devo ammettere che, per quel che mi riguarda, quest’anno è stato un team bellissimo, efficientissimo e molto professionale: andate a vedere i loro lavori e ingaggiateli, perché sono davvero bravi.

A rendere possibile tutto questo sono soprattutto i volontari, più di 40, troppi per nominarli tutti: ragazzi stupendi che si sono proposti per partecipare alla realizzazione di un evento in cui credevano davvero, senza mai lamentarsi. Tra loro, i ragazzi del CCDG hanno gestito anche il beach volley – Giacomo Masci e Gloria Russillo in particolare – mentre Marta Biddau, allo stand del merch, con le sue impagabili doti di arredatrice improvvisata è riuscita a far quasi esaurire tutte le scorte di merchandising, cosa che non capita quasi mai.

E poi c’è chi si è occupato di nutrirci: Oscar Marella, che per tre pranzi ci ha sfamato con tanto amore; gli Amici del Panzerock, con i loro panzerotti iconici, panini e patatine, capaci di rendere felici e con la pancia piena volontari e pubblico allo stesso modo; e Luca Re che, alle 10 di mattina, si presenta puntualmente con 30 brioche dedicate ai volontari, a salvarci dai cali di zucchero per tutta la mattina. Perché il cibo dei festival ha un sapore diverso: sa di condivisione e comunità.

La fatica e il senso di tutto questo

Di tutto questo lavoro, chi forse ne parla meglio è Carolina, amministrazione e produzione del Laveno End of Summer Festival, che racconta con gli occhi lucidi:

È un insieme di emozioni difficile da spiegare. Ci sono momenti in cui sei stanca, in cui qualcosa va storto e ti chiedi perché continui a farlo. Poi arriva il momento in cui alzi gli occhi, guardi il palco, vedi migliaia di persone che cantano, ballano, si emozionano, e capisci perché ne è valsa la pena. In quei momenti capisci che tutto il resto scompare. Le notti sveglie, la fatica, i problemi, l’ansia, le discussioni, le cose che non hanno funzionato: rimane solo la sensazione di aver creato qualcosa che ha fatto stare bene qualcuno. Organizzare un festival, alla fine, è questo: trasformare un sogno in qualcosa che puoi vedere negli occhi degli altri.

Ci sarebbero davvero tante altre cose da dire, ma non ho abbastanza spazio e, soprattutto, ho paura di dimenticare qualcuno – cosa che sicuramente ho fatto, e per questo mi scuso enormemente. Ho cercato di raccontarvi perché continuiamo a fare questa cosa e cosa significa per noi, e spero possa essere anche un incentivo a continuare a seguirci e a supportarci nei prossimi anni.

Considerazioni Post Scriptum

C’è ancora chi pensa che i ragazzi facciano le cose solo per il proprio interesse: “Organizzano un festival di musica dove c’è gente che urla, che poi lascia sporco in giro, che fa “casino”. E poi chi sono questi artisti che chiamano? E poi la musica è troppo alta. E poi questo. E poi quello.”
Ma per tre giorni di festival all’anno, vogliamo davvero dire che è un evento da annullare per il troppo rumore?

La musica è da sempre uno dei collanti di aggregazione e collettività che esistono dall’inizio della civiltà umana. Non c’è niente che arrivi come la musica, unico vero linguaggio universale. E io, che sono stata in giro a osservare tutti per tre giorni, posso assicurare con grande gioia ed emozione di non aver visto solo ragazzi: ho visto bambini felici correre per il parco, guardare le bancarelle, ascoltare gli artisti; ho visto anziani passeggiare e sorridere davanti ai ragazzi impegnati nell’organizzazione; ho visto persone di tutte le età ballare insieme. Non ho visto singoli: ho visto persone, insieme, condividere un momento.

Ditemi voi se esiste qualcosa di più bello.

Arianna Bonazzi

Via Confalonieri, 5

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Pubblicato il 29 Settembre 2026
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