Carlo Campiotti: “I miei personaggi vorrebbero uscire dalla tela, perché lo spazio è infinito”
Fino al 4 ottobre la Galleria Pro Sesto Calende ospita la personale del pittore Carlo Campiotti, nato a Varese nel 1937 e residente a Casciago. Lo abbiamo intervistato: dalla scoperta della pittura a 15 anni al legame profondo tra i suoi personaggi e lo spazio infinito che li circonda
Fino al 4 ottobre la Galleria Pro Sesto Calende, in viale Italia 5, ospita la mostra personale di Carlo Campiotti, pittore nato a Varese nel 1937 e residente a Casciago, attivo in campo artistico dal 1955. In mostra i dipinti a matita e olio che da anni sono diventati il tratto distintivo della sua ricerca. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare, nelle sue parole, il senso di una pittura che dura ormai da settant’anni.
«I miei personaggi vorrebbero uscire dalla tela»
Alla domanda su cosa rappresentino le sue opere, Campiotti descrive un lavoro che nasce dal tentativo di superare i limiti fisici della tela stessa: «I miei dipinti rappresentano dei personaggi con una forte dinamica, e vorrebbero riuscire a fuoriuscire dalla tela, perché la tela è limitata. È una ricerca nel soprannaturale. Ognuno rappresenta qualcosa di molto umano, ma nello stesso tempo una ricerca soprannaturale, che è lo spazio che ci circonda, infinito».
Gli inizi: dal disegno alla Scuola del Nudo di Brera
Sull’origine della propria vocazione, l’artista non ha dubbi: «Credo di aver scoperto di essere un artista a 15 anni. Ho cominciato col disegno». Racconta poi il periodo di formazione, che lo porta per quasi due anni alla Scuola Libera del Nudo dell’Accademia di Brera, un’esperienza che però non lo convince fino in fondo: «Non mi ha soddisfatto: era troppo accademica per me. Per questo mi sono staccato». Da lì il suo percorso lo porta prima verso una fase di forte interesse per l’impressionismo, poi verso un periodo astratto, breve ma intenso: «Molto significativo per me».
«La pittura rappresenta la sostanza di me stesso»
Interrogato su cosa sia oggi per lui la pittura, Campiotti risponde con una dichiarazione che è quasi una sintesi della propria intera ricerca: «Rappresenta la sostanza di me stesso. Mi rappresento nella mia pittura, do un’importanza enorme al mio lavoro, che è molto impulsivo ed è molto determinato e preciso». E aggiunge, rivendicando l’unicità del proprio linguaggio: «Come non ha mai dipinto nessuno, dipingo io, in una maniera unica, e nessuno dipingerà come me».
Il colore, leggero ma denso di significato
Sull’uso del colore, Campiotti descrive un equilibrio particolare tra leggerezza e intensità: «È molto diluito, ma sempre leggero. Anche quando è molto leggero, ha un grande senso dello spazio. Anche i miei dipinti più importanti sono molto leggeri, ma molto significativi, e hanno una variazione notevole, come la musica: come un andante, o come alcune code molto intime, ma molto leggere». E rivendica un rapporto profondo, anche se non sempre visibile, con chi lo circonda: «Il bene che provo per gli altri è molto intenso, anche se non è apparente. Ma sono partecipe degli altri, perché mi danno la spinta per pensare sempre diversamente».

Stati d’animo sulla tela
Alla domanda se i suoi quadri rappresentino stati d’animo, la risposta è netta: «Sì, sono esattamente degli stati intimi, ma passeggeri, volanti. Per questo sono diversi uno dall’altro: non ne esistono due uguali». Descrive poi un motivo ricorrente nella sua produzione, quello delle figure affiancate che sembrano cercare una via di fuga: «Spesso sono di fianco, le figure, e segnano un cammino di fuoriuscita dalla tela medesima. Per questo sono molto umani, restano molto umani».
Sei mostre, e la sensazione di non essere mai definitivo
Sul proprio percorso espositivo, Campiotti conta sei mostre personali, includendo quella attualmente in corso a Sesto Calende, oltre a una ventina di altre esposizioni collettive o minori nel corso degli anni. Dell’appuntamento più recente parla con entusiasmo: «Mi ha entusiasmato e mi ha confermato nel mio movimento artistico, perché ho potuto vedere un lavoro molto coerente». Conclude con una riflessione sulla propria condizione di artista, mai arrivato a un punto fermo: «Mi sento sempre, fortunatamente, rinnovato continuamente. Non mi sento definito, alla fine. Ed è molto soddisfacente». E aggiunge, parlando della propria vita nel complesso: «Sono un essere felice. Sono felice della mia vita, nel mio percorso non la cambierei con altre».
Chi è Carlo Campiotti
Nato a Varese nel 1937 e residente a Casciago, Campiotti dipinge dal 1955. Dopo la parentesi alla Scuola Libera del Nudo di Brera, ha proseguito il proprio percorso in autonomia, attraversando una prima fase figurativa, un periodo astratto e infine l’approdo al linguaggio personale oggi esposto a Sesto Calende. Il suo curriculum espositivo comprende le personali del 1985 alla Galleria La Minima di Reggio Emilia, del 2004 alla Galleria Cesare da Sesto di Sesto Calende, del 2006 alla Galleria Liberty di Angera, del 2010 alla Galleria Cortina di Milano (con testo critico di Riccardo Barletta) e del 2019 alla Sala Veratti di Varese. A definire la cifra della sua pittura è stata, nel catalogo della mostra di Angera del 2006, la critica Martina Corniati, che ha scritto di un’immagine che nasce ogni volta simile e diversa, e di figure dagli occhi spesso asimmetrici, «come pupille o come fori», punti di contatto tra il loro silenzio e chi le osserva.
La mostra, allestita alla Galleria Pro Sesto Calende fino al 4 ottobre, è promossa con il patrocinio e il sostegno del Comune di Sesto Calende e dell’Associazione Pro Sesto Calende, guidata dal sindaco Maria Elisabetta Giordani.











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