Quantcast

Storie di alpeggi e alpigiani, la lezione dello scrittore Paolo Crosa Lenz

Ancora uno sguardo sulla storia del territorio grazie al materiale raccolto da Paolo Crosa Lenz per le scuole e i docenti del Vco

Dopo i fiori e le piante delle montagne ossolane lo scrittore e docente Paolo Crosa Lenz ci parla degli alpeggi, che si stanno preparando a tornare alla vita dopo il riposo invernale.

La scuola al tempo del coronavirus / 11

Storie di alpi

Questa settimana vi parlo di alpeggi. Vi racconto le storie dei primi alpeggi dell’Ossola e anche dell’ultimo costruito. I primi nascono da vicende feudali raccontate da pergamene, l’ultimo da vicende contadine raccontate dalla memoria popolare. In Ossola gli alpeggi sono più di mille, ma nessuno li ha mai contati. Ognuno ha una sua storia e un percorso individuale. Anche loro, come gli uomini e gli alberi, nascono, muoiono, cambiano. Nelle nostre escursioni, gli alpeggi sono mete o luoghi di contemplazione. Dietro c’è altro. Anche un alpe conserva i suoi segreti.

Se ritenete utile, potete diffondere i materiali nella rete della “scuola buona” alla quale apparteniamo tutti con orgoglio.

Macugnaga e Lut: i primi alpi delle Alpi

In italiano il vocabolo “alpe”, luogo dove avvengono il pascolo estivo del bestiame e si svolgono le lavorazioni del latte, è femminile. In dialetto alp è maschile, un monosillabo secco ed essenziale come la vita in quota. Per questo gli storici contemporanei accettano la lezione dialettale e lo indicano come maschile: gli alpi.

Il toponimo Macugnaga indica la testata della Valle Anzasca a monte del salto roccioso del Morghen (il luogo che riceve il primo sole del “mattino”). Prima della colonizzazione walser nel XIII secolo, Macugnaga era un alpeggio estivo, i boschi ricoprivano qua si completamente il fondovalle e gli stanziamenti umani erano solo stagionali. Macugnaga era un alpe, forse il primo alpe delle Alpi, come racconta un prezioso documento storico.

Il 22 giugno del 999 d.C., come risulta da una pergamena conservata presso l’Archivio di Stato di Torino, avvenne una permuta fra Arnulfo, arcivescovo di Milano e Lanfredo, abate della badia di S. Graciniano di Arona. Tra i beni che Lanfredo ricevette c’erano quattro alpicelle e quattro stellaree . Il vocabolo alpicella non deve trarre in inganno in quanto indica non un alpe piccolo, ma una porzione di un territorio più vasto (complessivamente stimato in 8.000 ettari rispetto ai 9.000 di Macugnaga oggi). Il documento è importante perché attesta la presenza di insediamenti umani ai piedi del Monte Rosa, ma soprattutto perché per la prima volta compare il vocabolo alpe con il significato di luogo produttivo in montagna, di pascolo estivo. E’ una storia che va raccontata sulla scorta dell’attenta lettura condotta da Enrico Rizzi. Le alpicelle erano quattro: corte vaccareccia (probabilmente Campioli), Carda (l’alpe Garda sopra Pestarena), Macuniaga (i pascoli di fondovalle tra Staffa e Pecetto), Rovi (gli alpi Roffl e Roffelstaffel con i pascoli alti di Hobal). Anche le stellaree erano quattro, tutte sulla destra orografica dell’Anza: Pedriola , Drusa regis (Rosareccio), Cacia mezzana (Caspisana) e Quaratiola (Quarazzola). I confini delle otto “parti” di territorio erano “ de una parte in aqua, de alia in culmine, de tercia in glacia, de quarta parte rio qui dicitur pulgune (probabilmente il rio Mondelli)”. A “caricare” alpicelle e stellaree era Bonofilius Dominicus seu Iulius con la sua famiglia di dieci persone. I primi pastori conosciuti delle Alpi.

La pergamena del 999 ha tuttavia un valore documentario che va oltre la storia della Valle Anzasca e si inquadra in quella più generale delle Alpi, come ben nota nel suo commento all’atto Enrico Rizzi, in quanto conferma il ruolo dei monasteri nella colonizzazione delle alte quote:

I monaci, come visto, avevano insegnato ai montanari a non guardare più con sospetto le sterminate solitudini alpine, come questi pascoli in alta quota ai piedi delle gran di pareti del Monte Rosa; a sfruttare abilmente la montagna aprendo radure nelle selve, spingendo gli animali a pascola re oltre i confini della foresta nelle conche moreniche rese verdeggianti dal ritirarsi delle lingue dei ghiacciai, sempre più in alto nel regno incontrastato degli animali selvatici, “universo fino ad allora popolato solo di leggende – scrive J. Le Goff – meravigliose e spaventose”. In queste nostre alte valli del monte Rosa la personificazio ne del “monaco dissodatore” – che allontana gli animali sel vaggi dai luoghi da civilizzare, senza tuttavia ucciderli, cosic ché uomini e animali (e alberi) possano convivere dividendo si uno spazio profondamente plasmato dalla forza indomabi le della natura – è rappresentata simbolicamente da san Giu lio. Giulio è la raffigurazione del monaco amico dell’uomo che vive ai margini delle foreste, che lo assiste con la presenza ras sicurante della preghiera e della croce; la stessa leggendaria figura che ricorre tante volte, in tanti luoghi della tradizione benedettina, lungo tutto il cammino di San Colombano, dal l’Irlanda alla Lombardia, attraverso paesaggi desolati e reces si alpini. (E. Rizzi La colonia walser di Macugnaga nella storia in “Storia di Macugnaga” 2006)

Alla fine del XIII scolo, coloni walser provenienti dalla valle di Saas si insediarono stabilmente alla testata della Valle Anzasca e si costituirono di fato in “comunità” permanente. I documenti storici, la pace del 1291 in primis, confermano questo processo, coerente con quello più generale delle colonizzazioni alpine medioevali.

Nel 1014 compare il secondo alpeggio dell’Ossola: l’alpe Lut sopra Premosello, un vasto comprensorio di prati, pascoli e campi che salgono alla cresta di confine con la Valgrande. E’ sempre il monastero benedettino di Arona a riceverlo “a livello” “in affitto) da quello di San Vittore in Milano. La pergamena è importante perché, a differenza di Macugnaga dove “alpe” indica una porzione di territorio alpestre, Lut è indicato ( alpes una ) come unità produttiva : … in Auxola super alpes una quae nominatur alpe de Alupta.

I Trenghi: l’ultimo alpe delle Alpi?

I Trenghi sono un alpeggio sulla montagna di Ornavasso, tra gli 800 e i 1000 metri di quota: vecchie baite e stalle sparse su una vasta superficie, fra boschi di faggi e frassini. Un tempo l’alpe era formato da un insieme di poderi autonomi: la baita, la stalla, il pascolo e l’orto. Attorno alle baite c’era luce, i pascoli erano ampi e ben curati, un fitta rete di rogge distribuiva l’acqua in modo efficiente, i sentieri erano ampi e frequentati. La maggioranza degli alpeggi di Ornavasso ha la struttura tipica del “villaggio agglomerato” (l’Haufendorf dell’antropologia tedesca): numerose baite addossate le une alle altre e circondate dai pascoli privati e di usufrutto comunitario. I Trenghi hanno invece la struttura del “villaggio pascolo” (Angerdorf): la baita e la stalla, spesso compresenti in un unico edificio, al centro del pascolo. L’alpe si configura come un insieme sparso di poderi che costituiscono unità economiche familiari. Il toponimo stesso dell’alpe è plurale; nel dialetto locale il nome al singolare viene fatto seguire dal cognome o soprannome della famiglia proprietaria.

Perché queste differenze tipologiche fra insediamenti montani vicini? La risposta è nella storia di questi alpeggi, nelle vicende che hanno portato al dissodamento e alla colonizzazione di ampie fasce montane coperte da boschi secolari. Questa è la storia di uno degli ultimi poderi costruiti ai Trenghi. E’ la storia di un alpeggio e dell’uomo che l’ha costruito. La famiglia Cristuib Anghione è una tipica famiglia contadina povera. Il capofamiglia Giuseppe, il Pà Giusepp , è contadino e muratore. La moglie si occupa dei figli, del maiale e dei campi. Hanno nove figli, otto femmine e, l’ultimo, un maschio. Il maschio, Giuan , sarà l’uomo di domani e le ragazze lo rispettano benché sia il più piccolo; lo coccolano e lo vestono tutto di mezzalanèta , il tessuto filato in casa di lana mista a canapa. Abbondanza non ce n’è perché undici bocche da sfamare sono tante e il destino può sempre riservare altri dolori.

Il Pà Giusepp fa la giornata da muratore nella costruzione di una casa sull’acciottolata strada principale del paese, l’antica “Strada Francisca”. Oggi in quell’edificio c’è il bar “Baraonda”. Gli incidenti sul lavoro non sono solo una realtà di oggi: un giorno il Pà Giusepp cade da un ponteggio battendo violentemente la schiena. Per la famiglia è una tragedia: lunghi mesi di malattia e lo spettro della fame che si profila lontano. In quei tempi, la mutua e la cassa integrazione non erano ancora conquiste dei lavoratori! La moglie e le ragazze più grandi lavorano anche di notte, ma la mancanza di un uomo si fa sentire e il Giuann è ancora piccolo.

La famiglia possedeva allora dei poderi in tre alpeggi: il Montanboda, Sarledi e la Balma, il più alto alpeggio della montagna ornavassese. Impossibile una transumanza così complessa per una donna e alcune ragazze non ancora donne! E poi ci sono i campi, il fieno da lavorare e immagazzinare per l’inverno! Si affaccia allora il fenomeno della “congiuntura”. Il mancato congiungimento del raccolto vecchio con quello nuovo, il periodo critico della mancanza di segale o farina per la polenta. E’ il dramma antico, tetro, medioevale di ogni popolazione contadina. E accettare la carità, ammesso che ci sia, è una vergogna. La famiglia chiede allora in prestito la farina da polenta per un inverno in negozio. “I an prestàa ‘n butéga” : l’ultima risorsa prima della fame nera.

L’inverno viene superato, ma i Cristuib Anghione non riescono a raccogliere il bastante per ripagare il debito. Il commerciante vuole la restituzione del prestito e, in mancanza, esige un alpeggio. Non Sarledi incassato in fondo alla valle dello Stagalo . Non La Balma, scomodo e in cima alla montagna. Ma il più bello: il Montanboda, uno dei pochi luoghi pianeggianti della montagna ornavassese, un grande prato e una grossa casèra a circa 500 metri e facilmente raggiungibile dal piano.

Promesse imposte dal bisogno, accordi fatti a voce, un documento firmato con una croce da analfabeta, timore e riverenza! La farina di un inverno per un alpeggio: non un caso estremo e isolato, ma frequente in molti centri ossolani. Il commerciante che diventa latifondista, come nell’antichità diventava proprietario di schiavi. La storia del mondo contadino trabocca di questi drammi.

Per il Pà Giusepp è l’inizio della caduta inarrestabile verso una miseria crescente, ma dopo una lunga convalescenza riesce a guarire. La schiena è rimasta menomata, non può più andare a fare la giornata sotto padrone perché non rende a sufficienza. Può tuttavia lavorare. Sono anni in cui il Comune, per rispondere alla fame di terra, concede alle famiglie contadine del terreno comunale boschivo in montagna. Esse devono dissodarlo e ridurlo a coltura, costruirvi baite e stalle. Pagheranno una tassa fissa di usufrutto e dopo un certo numero di anni ne diverranno proprietarie. Siamo nell’Ottocento, ma la storia è la stessa delle colonizzazioni walser di cinque secoli prima.

Il Pà Giusepp ha 50 anni, una schiena stanca e nove figli. Ha anche una conoscenza profonda della montagna, l’antica professionalità contadina e una forte volontà di riscatto. Sceglie un terreno dove ricostruire l’alpe perduto: i Trenghi. E’ un costone della montagna rivolto a sud-est che prende il sole tutto il giorno, anche d’inverno. E’ un bosco di faggi, frassini, castagni selvatici, qualche betulla e gli ultimi tigli. E’ il luogo ideale. E’ un möt come ce ne sono tanti sulla montagna: un rigonfiamento del pendio con in cima le baite e i prati sui ripidi declivi.

Il Pà Giusepp lavora cinque anni, ininterrottamente, da solo, estate e inverno. Dissoda una vasta porzione di bosco, strappa le radici e toglie i sassi, ne ricava quattro giornate di fieno, cioè quattro giorni di lavoro per tagliare tutto il fieno di quegli s chwendij . Costruisce la recinzione dei pascoli con un muro a secco alto più di un metro e spesso 50 cm. Vi costruisce una casèra grande che si sviluppa su quattro piani sfruttando il pendio della montagna per cui ha dovuto costruire solo tre pareti. Al piano terreno la stalla per le mucche, al primo piano quella per le capre, al secondo piano il ricovero per gli uomini, la cucina e la camera, al terzo piano il b okaci , il ripostiglio per il fieno. In tutti i piani della casa si entra “in piano”, senza scale, tanto è ripido il pendio. Fuori dalla casa, a ovest, dopo un cortiletto lastricato, ha ricavato un balmetto sotto un enorme masso sporgente: un camarén cioè un luogo fresco per conservarvi il latte, il burro e il formaggio. Un ruscello scorreva sotto il tetto di roccia ed era fresco anche nelle giornate più calde di luglio; si formava la panna spessa un dito. Sempre ad ovest, un ampio orto roncato, a gradoni, e cinto da un possente muro a secco. Fuori dalla casa, ad est per prendere il primo sole del mattino, un campo per la segale. In fondo ai prati un altro campo per le patate. Sotto la casa, il frutteto: vi aveva piantato tutte le qualità di frutta, il mandorlo, il nespolo, e poi meli, peri, ciliegi. C’erano anche i noci.

Era un’alpe dove le pastore rimanevano tutto l’inverno con le capre. La neve si scioglieva subito e le capre trovavano sempre qualcosa da mangiare. Attigua alla cucina e sotto l’ingresso del bokaci , il Pà Giusepp aveva ricavato un piccolo locale che in inverno rimaneva tiepido. Durante le sere invernali, le pastore dei Trenghi vi si riunivano per filare e fàa vela (“fare la villa”). Bastava portarvi un po’ di brace e subito diventava caldo.

Una fitta rete di rungje , cioè di rogge, portava l’acqua all’alpe e permetteva la ferti-irrigazione. le rungje si collegavano con quelle dei Trenghi superiori e del Pogalti e portavano l’acqua del Ghermar, una delle più grandi sorgenti della montagna ornavassese. L’acqua potabile proveniva invece attraverso un altro sistema, dalla Trengo. La Trengo era una grossa sorgente che sgorgava sotto il Tool e forniva l’acqua a tutto quel versante della montagna. La sorgente principale formava un torrente che si gettava nello Stagalo, a monte degli Héne.

Dopo aver fatto tutto questo, dopo aver costruito dal nulla un podere autonomo e provvisto di tutto, dopo cinque anni di lavoro, il Pà Giusepp muore. Chiamati a raccolta i figli, prima di morire, raccomanda: “Tigné da cunt i Trenghi e a muraré mai ‘d fam” (tenete con cura i Trenghi e non morirete mai di fame).

di redazione@vconews.it
Pubblicato il 08 Giugno 2020
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

Segnala Errore