Al gelo e coi piedi nell’acqua, il sacrificio dei volontari di Maccagno per salvare la trota marmorata, regina del lago
Sotto la superficie, un patrimonio da salvare: intervista a Rolando Saccucci: il presidente dell’Associazione Pescatori Alto Verbano racconta l’incubatoio ittico e la tutela delle specie a rischio. L’appello per alle istituzioni e per la ricerca di nuovi volontari
La ricchezza di un territorio, spesso, non si vede. A volte sta sotto il pelo dell’acqua, nascosta tra correnti e fondali. È lì che vive una parte preziosa della biodiversità: le specie ittiche, indicatori silenziosi della salute di fiumi e lago. A prendersene cura, da oltre cinquant’anni, ci sono volontari che lavorano con passione e tenacia. Lo racconta Rolando Saccucci, presidente dell’Associazione Pescatori Alto Verbano.
Saccucci, partiamo dall’inizio: che cos’è l’incubatoio ittico di Maccagno?
«È un incubatoio a ciclo chiuso: facciamo nascere i pesci in incubatoio fino a quando possiamo liberarli. Produciamo tutto noi. È nato nel 1974 grazie ad alcuni volontari dell’epoca. Prendiamo circa il 90% dell’acqua dal torrente Giona e in incubatoio svolgiamo tutte le fasi.»
Quanti volontari siete oggi?
«Attualmente siamo una quindicina. Siamo pochi. In passato eravamo più di cinquanta. Oggi cerchiamo nuove leve.»
Com’era il senso ambientalista negli anni Settanta?
«Già allora c’era la crisi dell’acqua e la crisi idrobiologica. Si vedeva che i pesci diminuivano per varie cause. All’epoca il problema principale era l’inquinamento e l’industrializzazione. L’intuizione di preservare le specie è nata in quel frangente.»
La vostra attività principale riguarda trota fario e trota marmorata. Perché proprio queste due?
«La trota fario è tipica dei torrenti alpini, montani e prealpini: vive bene e si ambienta in modo naturale. La trota marmorata invece è la trota tipica del lago.»
La marmorata è più delicata?
«Sì, è più difficile: richiede più attenzione, soprattutto nella fecondazione e nella stabilizzazione delle uova. Infatti ne facciamo meno rispetto alla fario.»
Lei lancia anche un appello alle istituzioni. Perché?
«Perché la trota marmorata è considerata ad alto rischio di estinzione, sia dall’Unione Europea sia dalla Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura), l’organismo internazionale che valuta le specie a rischio. È endemica del bacino padano: esiste solo dalle Alpi fino a Slovenia e Croazia. È un patrimonio di casa nostra. Ma essendo un pesce non si vede e nessuno gli dà importanza. Se allevassimo panda, avremmo code da Milano per visitare l’incubatoio.»
Come funziona, concretamente, la stagione dell’incubatoio?
«Le trote si riproducono in inverno. Per noi il periodo va da novembre a fine gennaio. In questo periodo facciamo le fasi principali: spremitura e fecondazione. Separiamo maschi e femmine e ogni domenica – perché siamo volontari e lavoriamo – controlliamo le femmine, le tastiamo, spremiamo le uova e poi le fecondiamo con i maschi. Le uova vengono lavate e messe in contenitori numerati. Dopo circa 45 giorni compaiono i puntini degli occhi: a quel punto sono fecondate.»
E poi cosa succede?
«In passato le tenevamo in incubatoio fino allo stadio larvale, poi diventavano avanotti e li seminavamo. Oggi questo lavoro lo facciamo solo per i pesci riproduttori. Per il resto utilizziamo le uova fecondate seminandole nei fiumi con la tecnica del “cocooning”.»
Che cos’è il cocooning?
«È una tecnica che tende a sostituire la fecondazione naturale. In natura la femmina smuove il fondo e fa un nido, deposita le uova, arriva il maschio e le feconda. Noi prima usavamo le scatole “river”, ma bastava un uovo marcio per compromettere tutto. Con il cocooning entriamo nel torrente, scaviamo una conca di circa 30 centimetri, mettiamo un tubo, sassolini e un sacchetto di uova: da 500 a 1.000, a seconda del corso d’acqua. Poi ricopriamo con sassi, togliamo il tubo e le uova restano protette. I pesci nascono selvatici nel fiume.»

Voi siete i “pescatori dell’Alto Verbano”. La vostra attività è finalizzata alla pesca sportiva o alla preservazione dell’ecosistema?
«Soprattutto per la tutela dell’ecosistema. Prima di tre o quattro anni i pesci non raggiungono la taglia minima per essere pescati. Il ripopolamento serve alla natura: pesci, insetti, equilibrio del fiume.»
Quante uova e quanti pesci lavorate ogni anno?
«Dal 2023 al 2025 abbiamo seminato circa 232 mila uova di trota marmorata e 633 mila avannotti, e 206 mila uova di fario con 712 mila avannotti. Solo nel gennaio 2026 abbiamo seminato 76 mila uova di marmorata e 150 mila di fario.»
Il cambiamento climatico che impatto ha sul vostro lavoro?
«Grande, soprattutto sulla temperatura dell’acqua. Le uova devono stare sotto i 10 gradi: se si supera, marciscono. Ci siamo dotati, grazie a Regione Lombardia, di un sistema di refrigerazione che mantiene l’acqua sotto i 10 gradi. In realtà la temperatura ottimale è sotto i 7.»
Avete notato cambiamenti anche nel calendario della riproduzione?
«Sì. Una volta iniziavamo a fine ottobre. Ora iniziamo a metà novembre.»
Avete altri problemi oltre al clima?
«Sì: le centrali idroelettriche. Grandi o piccole che siano, impediscono la risalita dei pesci nel periodo riproduttivo. Dovrebbero esserci le scale di risalita, ma spesso non vengono realizzate. Poi ci sono i predatori: cormorani, aironi cenerini e soprattutto i siluri.»
Quanta importanza ha l’incubatoio di Maccagno per il territorio?
«È strategico: siamo l’unica realtà della Lombardia occidentale che lavora sulla trota marmorata esclusivamente per il ripopolamento. Gli altri sono nella Bergamasca e nel Bresciano. Sul versante piemontese ce ne sono altri, ma qui da noi siamo un riferimento.»

Cosa spinge i volontari a fare questo lavoro?
«Solo la passione. In incubatoio d’inverno la temperatura media è zero. Abbiamo foto con i ghiaccioli. Stare in acqua a meno sei o meno sette per far nascere pesci… qualcuno dice “da idioti”. Ma è passione vera.»
Portate questa esperienza anche nelle scuole?
«Sì. Facciamo didattica. Negli ultimi tre anni sono venuti 434 alunni delle primarie, grazie alla Comunità Montana Valli del Verbano. Alla fine facciamo anche attività sui macroinsetti: li portiamo in un tratto del fiume a cercarli.»
Come si diventa volontari dell’associazione?
«Si viene, si guarda quello che facciamo e si impara sul campo. Dopo la stagione della riproduzione c’è tutto il periodo di manutenzione: pulire vasche, nutrire i pesci che diventeranno riproduttori. Dopo tre o quattro anni i riproduttori vengono liberati: le marmorate nel lago, le fario nei fiumi.»
Una curiosità: quanto può diventare grande una trota marmorata?
«Può arrivare a un metro di lunghezza. E raggiungere anche sei, sette, otto chili.»
E la trota fario?
«È più piccola. Si nutre soprattutto di insetti. La marmorata invece, oltre una certa taglia, diventa carnivora. Un tempo era il secondo predatore della catena alimentare del lago dopo il luccio. Oggi il siluro ha cambiato tutto.»
Guardando al futuro: qual è il vostro sogno?
«Continuare con più serenità. Abbiamo pochissimi aiuti dalle istituzioni. Ci aiuta molto il Comune di Maccagno, altri partecipano, altri invece nulla. Eppure seminiamo in tante acque del territorio. L’aspirazione è che le istituzioni ci dedichino più attenzione e comprendano l’importanza di quello che non si vede.»
C’è anche un tema turistico, oltre che ambientale?
«Certo. In Trentino c’è turismo legato alla pesca. E sul lago, una cosa assurda, è che non si possono fare permessi stagionali o settimanali per gli stranieri. Mi chiamano dagli uffici turistici d’estate: “Abbiamo tedeschi e olandesi che vogliono pescare”. E oggi la licenza è annuale: non funziona.»
Sotto la superficie del lago e dei torrenti si muove una ricchezza invisibile, fragile e preziosa. E in mezzo al freddo dell’inverno, tra acqua gelida e vasche da pulire, c’è chi continua a difenderla. Con la forza ostinata della passione.










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