I nomi di tre deportati di Taino incisi nelle pietre d’inciampo
Un corteo e numerosi interventi istituzionali hanno accompagnato il ricordo di Roberto Bielli, Gervaso Stefano Clemente e Mario Gaetano Giovanella: vittime tainesi nei campi di concertamento nazifascisti
La memoria di tre cittadini morti nei lager ha trovato una dimora nella piazza centrale di Taino. I blocchi d’ottone dedicati a Roberto Bielli, Gervaso Stefano Clemente e Mario Gaetano Giovanella sono stati posati questa mattina davanti al municipio, a chiusura di una cerimonia nata per restituire un luogo fisico alle vittime del nazifascismo.
La commemorazione civile si è svolta Centro dell’Olmo, in piazza Piero e Gaspare Pajetta la mattina di sabato 28 marzi, dove La presidente dell’Anpi locale, Valeria Mobiglia, ha aperto l’incontro con l’elenco dei caduti della comunità. Nel piccolo comune sulle colline del Lago Maggiore, con i suoi circa milleseicento abitanti dell’epoca, ventidue persone persero la vita dal 1942 al 1945. La lista ha toccato le storie dei giovani mandati a morire nella steppa russa, quelle dei partigiani caduti in combattimento come Gaspare e Oreste Pajetta, fino al ricordo dei tre operai annegati nel lago in tempesta durante il ritorno dal lavoro.
Il sindaco Stefano Ghiringhelli (presenti anche le sindache di Sesto Calende, Angera e Ispra) ha spiegato la scelta logistica dei tre monumenti in miniatura dedicati ai deportati: «Le porremo davanti al Comune e non davanti alle case dove vivevano le persone, non per fare un torto, ma perché ci teniamo che siano nel punto in cui ci si passa di più, in cui ci si possa proprio “inciampare”». Subito dopo, il primo cittadino ha letto i messaggi inviati dalle istituzioni provinciali. Il presidente della Provincia di Varese, Marco Magrini, ha definito l’iniziativa «un atto di giustizia storica e civile», con la consapevolezza che i nomi incisi nel metallo diventano da oggi «parte perenne del territorio». Il dirigente scolastico provinciale Giuseppe Carcano si è rivolto agli studenti e al Consiglio Comunale dei Ragazzi: «Queste pietre sono un impegno per il presente e per il futuro. Sono piccoli segni nel nostro spazio quotidiano che ci invitano a soffermarci, a inciampare con la mente e con il cuore nella memoria di vite spezzate dalla violenza e dall’odio». A nome della Prefettura di Varese, la dottoressa Corsaro ha proposto una riflessione sulla forza morale delle vittime: «Il desiderio di fare qualcosa di più che andasse oltre li ha spinti ad affrontare la morte laddove potevano tranquillamente accettare una vita comune».
La presidente dell’Anpi provinciale, Ester Maria De Tomasi, ha insistito sulla necessità di difendere le tracce del passato dai tentativi di cancellazione. Con un riferimento al campo austriaco in cui fu ucciso Roberto Bielli, ha affermato: «Tutto deve rimanere come allora. Non come è successo a Gusen, sotto-campo di Mauthausen, dove è stato cancellato quasi tutto. L’obiettivo degli assassini e dei revisionisti storici era proprio quello di abbattere e non lasciare tracce». La presidente ha rivolto un pensiero anche al dramma delle famiglie: «I loro parenti non hanno avuto una tomba su cui piangere. Ora avranno le pietre d’inciampo».
La riflessione corale ha trovato una forte carica emotiva anche grazie all’intervento di Stefano Tosi. Il musicista ha suonato in chiusura dell’evento la bellissima Dance me to the end of love di Leonard Cohen: il testo, apparentemente una ballata romantica, fa riferimento a un quartetto d’archi costretto a suonare nei campi di concentramento mentre avvenivano le esecuzioni.
Lo storico Giancarlo Restelli ha inquadrato le tre vicende all’interno del caos successivo all’8 settembre 1943. I soldati italiani catturati finirono nei campi di lavoro tedeschi come internati militari, abbandonati a un sistema in cui la fame diventava una letale ossessione quotidiana. Paolo Caminiti, presidente di ANEI Lago Maggiore, ha descritto la crudeltà dei sorveglianti e l’inferno dietro i fili spinati elettrificati. Nonostante il terrore, molti prigionieri opposero un rifiuto netto alla proposta di combattere per il Reich: «Avrebbero potuto salvarsi in qualche modo aderendo. Invece la maggior parte di loro ha sbattuto un grande no in faccia al cancelliere. Una scelta di dignità, una scelta di appartenenza».
Le biografie posizionate davanti alle case delle tre vittime (due dei quali, Bielli e Clemente nelle cascine della frazione di Cheglio) raccontano proprio le traiettorie di questo rifiuto. Mario Gaetano Giovanella, sarto e militare dei Granatieri, fu catturato di ritorno dalla Grecia. Deportato nell’immenso campo di lavoro di Wietzendorf, in Bassa Sassonia, rifiutò l’arruolamento e morì di stenti nel luglio del 1944 a ventinove anni. Gervaso Stefano Clemente, meccanico alle fonderie Fauser di Novara, subì nel 1944 la deportazione ad Amburgo per assemblare alberi motore destinati alla guerra tedesca. Morì anch’egli a Wietzendorf l’8 giugno 1944, a quarantatré anni, sopraffatto dalle fatiche e dalle malattie. Roberto Bielli, caporeparto all’Alfa Romeo di Milano, fu arrestato nel novembre 1943 a causa di una delazione. Aveva compromesso volontariamente i pezzi meccanici destinati ai mezzi militari nemici. Dopo i transiti a Fossoli e Bolzano, arrivò a Mauthausen e Gusen. Considerato «un nemico irriducibile del Reich», fu ucciso nella camera a gas il 7 febbraio 1945, a quarantadue anni.











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