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Quella sera con Dario Fo, quando gli portammo la pagella delle elementari fatte a Porto Valtravaglia

Il ricordo del Nobel che venne a presentare il suo libro in uno dei paesi abitati nei suoi primi sette anni di vita e raccontati nel romanzo “Il paese dei Mezaràt”

Generico 23 Mar 2026

La perenne sciarpa al collo e lo sguardo lucido con quell’espressione fatta di occhi bovini e labbra accigliate da perenne buontempone, ma non coi potenti. E c’è da scommetterci che anche per questo cipiglio gli accademici di Svezia motivarono nel 1997 il Nobel per la letteratura a Dario Fo, classe 1926 di cui corre oggi il centenario della nascita; la formula adottata non lascia quasi dubbi: «Seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi». 

Quella sera, la sala della proloco di Porto Valtravaglia risultava così zeppa da non riservare neppure un posto a sedere libero per ascoltare il grande scrittore. Storie di lago e di gioventù, con mani strette settant’anni dopo coi compagni di banco di un tempo dal momento che Fo, seguendo il padre ferroviere, visse parecchi anni sulle sponde del Verbano («tanto per cominciare devo dire grazie a mia madre, che ha scelto di partorirmi a San Giano, quasi a ridosso del Lago Maggiore»). Parole fino a tarda sera cui seguì la classica e un poco disordinata fila per il «firmacopia», che ai tempi si chiamava ancora autografo, o dedica. Tanti sguardi per tutti, poche parole per ciascuno dei fan, altrimenti si sarebbe fatto Natale. 

Invece era il 3 febbraio 2003. E tenevamo l’asso pigliatutto nella manica. Arriva il turno della stretta di mano. Il maestro è seduto dietro ad un tavolino. E oramai è stanco da quanti autografi ha fatto sulle carte di guardia del suo libro, “Il paese dei Mezaràt” (nella foto, la firma autografa dell’autore), che gli occhi nemmeno più li alza. «Signor Fo, abbiamo una cosa che la può interessare, l’intervista alla sua maestra delle elementari, di quando ha fatto le scuole qui a Porto». Lui alza gli occhi, prende in mano le carte, ci sono anche le sue pagelle di scuola, le guarda, studia i voti e i giudizi della sua anziana insegnante che era stata intervistata solo poche settimane prima. E rimane in silenzio, stupito, con molti sorrisi restituiti ai presenti certamente frutto di quei ricordi messi inchiostro su carta nel suo romanzo dove svolazzano ricordi e fantasia. Dove si racconta di un paese che non andava mai a dormire perché mai si spegnevano le sue fornaci dove venivano prodotti calce e vetro, e nel quale si parlava una lingua fatta di idiomi che arrivavano da mezza Europa e da tanti Paesi quanti eran quelli da cui provenivano gli artigiani soffiatori ed esperti di altoforno. Gente che viveva di notte in un paese che per questo motivo aveva bar e taverne senza imposte né saracinesche, perché non chiudevano mai. 

È in questo brodo di coltura che metteva le radici il giovane Dario. La maestra di Fo si chiamava Maria Bricchi Perelli ed era l’insegnante che lo accompagnò nella quinta classe delle elementari nell’anno scolastico 1936/37: «Le sue composizioni erano sempre da 9 e da 10…anche se alla fine ero costretta ad aggiustare il voto con 7 a causa dell’ortografia che lasciava a desiderare», spiegava a Varesenews, che era riuscito nell’impresa di trovarla e intervistarla. Non a caso il pezzo titolava proprio così: «La sua creatività…era più veloce dell’ortografia».

I primi passi di un giovane alunno che sarebbe diventato grande.

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Pubblicato il 24 Marzo 2026
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