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Il Male non è sempre degli altri: la storia delle Bestie di Satana interroga ancora oggi tutti noi

Giornalista e scrittore, ha cercato Andrea Volpe, figura centrale delle vicende a cavallo tra fine Novanta e inizio Duemila, e ne ha raccolto il racconto. Senza scorciatoie pone domande e cerca risposte. Forse impossibili

gianluca herold bestie di satana

Un’indagine lunga anni, per capire come nasce il male e se sia davvero possibile tornare indietro. È stato questo il filo conduttore della serata ospitata a Materia Spazio Libero, il centro culturale di VareseNews a Castronno, dove il giornalista e scrittore Gianluca Herold ha presentato il suo libro Il più bel trucco del diavolo.

A dialogare con l’autore è stato il giornalista di VareseNews Alessandro Guglielmi, in un incontro che ha ripercorso una delle vicende di cronaca più oscure legate al territorio: quella delle cosiddette Bestie di Satana. Il libro si concentra in particolare sulla figura di Andrea Volpe, uno dei protagonisti della vicenda, cercando di ricostruire non solo i fatti ma anche il contesto umano e psicologico che li ha resi possibili.

Herold ha raccontato che l’idea di lavorare su questa storia è nata durante gli anni universitari allo Iulm di Milano, quando una compagna di corso condivise una notizia che parlava della vita di Andrea Volpe dopo il carcere.

«Dopo sedici anni di carcere sembrava una persona completamente diversa: da satanista pluriomicida e tossicodipendente usciva convertito alla chiesa evangelica e apparentemente redento», ha ricordato l’autore. «A quel punto ci siamo detti: che sia vero o no, qui c’è una storia».

Da quella curiosità iniziale è partita una ricerca durata anni e basata su un lavoro capillare tra fonti processuali, articoli di cronaca e testimonianze dirette. Al centro, però, c’è stato soprattutto il confronto con Volpe.

Duecento interviste e un metodo “a ping pong”

Il libro si basa su circa duecento interviste ad Andrea Volpe. Un lavoro che Herold ha definito quasi investigativo, costruito confrontando continuamente le versioni dell’ex membro delle Bestie di Satana con le carte giudiziarie e con le testimonianze di chi lo aveva conosciuto.

andrea volpe bestie di satana
Volpe ai tempi dell’arresto

«Era un metodo un po’ a ping pong: quello che mi raccontava lo verificavo nelle carte processuali e parlando con le altre persone coinvolte», ha spiegato.

Per affrontare i passaggi più difficili, l’autore ha strutturato le conversazioni in tre parti: infanzia e giovinezza, il carcere e solo alla fine gli anni della setta e dei delitti. «Volevo arrivare a quel punto quando tra noi si fosse già creato un minimo di fiducia».

L’incontro con Volpe

Il contatto diretto con Volpe non è stato immediato. Dopo mesi di tentativi e una lettera lasciata tramite un pastore evangelico, Herold è arrivato a cercarlo nel paese in cui viveva.

«Sono andato in giro con le vecchie foto e a un certo punto ho trovato il campanello giusto. Gli ho detto: “Sono il ragazzo della lettera, ti ricordi?”. Lui ha sorriso e mi ha fatto entrare».

Quell’incontro ha cambiato la prospettiva del lavoro. «Me lo aspettavo molto più truce. Invece era una persona aperta, gentile, quasi sorpresa che qualcuno fosse andato davvero a cercarlo».
Uno degli elementi che più hanno colpito l’autore durante la ricerca è stato il modo in cui Volpe raccontava il proprio passato. Non cercava di minimizzare, ma al contrario tendeva ad amplificare il proprio ruolo.

«Invece di autogiustificarsi tendeva a sovradimensionare la sua statura criminale», ha spiegato Herold. Solo dopo diversi mesi di confronto la narrazione è cambiata. «A un certo punto mi disse: “In realtà eravamo un gruppo di sbandati, molto improvvisati, senza piena consapevolezza di quello che stavamo facendo”».

Secondo l’autore, il contesto in cui si sviluppò il gruppo era molto diverso da come venne raccontato all’epoca. «All’inizio sembrava quasi un gioco, con molta coreografia satanica ma poca sostanza».

Oltre le etichette della cronaca

Durante l’incontro si è parlato anche di come i media, negli anni, abbiano spesso spiegato il fenomeno ricorrendo a etichette semplici: il satanismo, la musica metal, la noia della provincia.
«Sono definizioni di comodo», ha osservato Herold. «Se bastassero, allora tutte le persone che ascoltano metal o crescono in provincia dovrebbero diventare assassini».

Secondo l’autore, il contesto reale era molto più complesso e affondava soprattutto nelle storie personali dei protagonisti. Herold arriva così a dare una sua lettura delle radici di quel male: «Se vai a scavare, trovi quasi sempre un retroterra familiare molto difficile. Non è una causa diretta, ma spesso è un catalizzatore».

gianluca herold bestie di satana

La domanda più difficile: il male

Nel corso della serata la conversazione si è spostata anche su un piano più filosofico. L’indagine su questa vicenda ha portato l’autore a interrogarsi sulla natura del male.
«Entrando così a fondo in questa storia ho avuto un brivido: quanto è facile finire in una situazione del genere», ha detto Herold. «Finché la leggi al telegiornale sembra lontana, ma quando entri dentro le vite delle persone ti accorgi che è molto più vicina di quanto pensiamo».

Per questo, secondo l’autore, il libro vuole anche spingere i lettori a mettere in discussione una convinzione diffusa: quella che il male appartenga sempre agli altri.
«Se pensiamo che il male sia sempre dall’altra parte – nei folli o nei criminali – rischiamo di non riconoscerlo quando ci riguarda».

Il tema della redenzione

Una delle domande che attraversa tutto il libro riguarda la possibilità di un cambiamento reale per chi ha commesso crimini così gravi.

«Mi piace pensare che una forma di riscatto sia possibile», ha spiegato Herold, «ma solo se esiste un percorso serio di responsabilità e di cura». Nel caso di Volpe, ha aggiunto, il lavoro fatto durante la scrittura del libro è stato anche un’occasione per confrontarsi con il proprio passato. «Mi ha detto che lavorare a questo progetto lo ha aiutato a guardare la sua storia da una prospettiva diversa».

Un confronto aperto con il pubblico

La serata si è conclusa con numerose domande del pubblico, che hanno toccato temi molto diversi: dalle responsabilità individuali alla dimensione spirituale evocata dalla vicenda, fino al sistema giudiziario e al senso della pena. Un dialogo intenso che ha mostrato quanto, a distanza di oltre vent’anni, quella storia continui a interrogare il territorio del Varesotto e chi lo abita.

Con Il più bel trucco del diavolo, Gianluca Herold prova proprio a fare questo: non offrire risposte definitive, ma aprire uno spazio di riflessione su una vicenda che, pur appartenendo alla cronaca, parla ancora delle fragilità e delle contraddizioni della società.

Via Confalonieri, 5

Castronno

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Pubblicato il 05 Marzo 2026
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