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Un anno di Covid con la Cri di Luino, “così abbiamo imparato a combatterlo”

La testimonianza di un soccorritore che racconta la difficile lotta contro il virus, dalle prime informazioni fino ai protocolli affinati per gli interventi. “Catapultati in una nuova dimensione“

Generica 2020

Dai primi espedienti per contrastare qualcosa che non si conosceva ai protocolli che oramai ogni volontario conosce a menadito per affrontare l’emergenza pandemica in atto: entrare nell’abitazione di un paziente positivo non è, oggi, uguale a un anno fa.

Ma dietro ai camici e alle divise che ogni giorno, ogni ora sono al servizio di chi chiede aiuto ci sono le vite messe a dura prova da qualcosa di mai prima d’ora provato.

Il comitato locale della Croce Rossa Italiana di Luino ha raccolto attraverso il lavoro di Patrizia Martino, componente team redazionale CRI Luino e Valli, la testimonianza del responsabile delle attività di soccorso in ambulanza del Comitato Cri di Luino e Valli Stefano Pasta, ricorda quei terribili momenti.

Un anno fa, quando la pandemia incominciava a diffondersi, si avevano poche informazioni e le zone interessate erano relativamente distanti.

«Pur tenendo alta l’attenzione e rimanendo vigili – racconta Stefano   – si pensava che l’emergenza potesse essere contenuta entro una zona circoscritta. Invece tutto è avvenuto con estrema rapidità e i casi di richiesta di soccorso sono giunti prima ancora che venissero date informazioni sufficienti per affrontare l’emergenza in modo ben organizzato. Ci sembrava di essere stati catapultati in una nuova dimensione. Quando ho dovuto indossare per la prima volta lo scafandro di protezione, mi sono reso conto di quanto fosse reale la gravità della situazione. Non avevamo ancora gli strumenti adeguati per proteggerci con sicurezza dal virus: le mascherine scarseggiavano, le informazioni arrivavano in modo convulso e a volte si faceva veramente fatica ad assemblarle in modo da poter avere una visione
sufficientemente chiara. Utilizzavamo del nastro isolante per fissare ai polsi e alle caviglie, in modo ermetico, la tuta. C’era il timore di non eseguire in modo adeguato l’operazione».

Uomini e donne, prima che soccorritori d’ambulanza, mossi dai timori di qualcosa di ignoto. «La paura era tanta ma non c’era tempo per ascoltarla. Il telefono squillava continuamente. Erano tutte chiamate da codice rosso. Dovevamo occuparci di chi stava male e aveva bisogno di noi. Non potevamo occuparci delle nostre preoccupazioni, dovevamo essere pronti e forti per affrontare l’emergenza nel modo più efficiente e rapido possibile. Malgrado la confusione dei primi momenti, la centrale regionale ha subito attivato una serie di protocolli e di servizi che, pur trovando via via nuovi spunti per rispondere in modo sempre più mirato alle richieste, ha comunque assicurato agli operatori del servizio emergenza CRI un valido punto di riferimento».

«E’ stato subito approntato un servizio interno di assistenza psicologica a cui rivolgersi per
avere un supporto. Infatti – spiega Stefano – durante il servizio si continuava a lavorare in modo sicuro e determinato. C’era bisogno di rassicurare gli ammalati e sapevamo che il nostro atteggiamento era importante per infondere coraggio e per non lasciarsi andare al panico, il che avrebbe notevolmente peggiorato la situazione. Una volta terminato il servizio, però, quando potevamo rientrare nel nostro privato, spesso l’ansia emergeva con forza, la cosa era significativa soprattutto per i volontari, meno allenati a situazioni di forte stress. Aver avuto un servizio di supporto è stato fondamentale.
Intensa attività anche nel regionale, da dove il dott. Riccardo Giudice, direttore sanitario regionale, inviava i protocolli, via via aggiornati secondo le ultime disposizioni»

«L’equipaggio che esce per il servizio è ridotto, per mantenere la massima protezione e le procedure di sanificazione del mezzo e degli attrezzi sono estremamente accurate. Le chiamate per sospetta diagnosi Covid19 hanno avuto un andamento ad onda. A fasi di picco, soprattutto nella prima ondata, sono seguite fasi meno intense, come quella della scorsa estate, che rilevava una diminuzione dei casi, per poi impennarsi nuovamente all’inizio dell’autunno. Ora siamo ormai collaudati, ma il rischio di contagio ci deve far tener alta la guardia. Confidiamo nella vaccinazione, per poter abbassare definitivamente le richieste».

«C’è da rilevare», conclude Stefano, «che le richieste di soccorso sono state quasi tutte per sospetto Covid, i casi ordinari sono drasticamente diminuiti, anche per timore di un possibile contagio nelle strutture ospedaliere. Purtroppo però non sono scomparsi e quindi tornare alla normalità può significare anche avere la possibilità di essere soccorsi e curati anche per quelle patologie che oggi rimangono in attesa dentro casa».

 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 15 Aprile 2021
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