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Luigi Cadorna, il generale stratega divenuto “macellaio d’Italia”

Nacque a Pallanza 170 anni fa, il 4 settembre 1850. Osannato da Mussolini e additato come criminale della Grande Guerra: nell’arco di un secolo non sembrano esserci mezze misure nel giudizio ed è ancora oggi un simbolo attuale

Luigi Cadorna

“Principe della guerra” o incapace, previdente stratega o macellaio: nell’arco di un secolo non sembrano esserci mezze misure nel giudizio sul figlio più famoso di Pallanza, il generale Luigi Cadorna, nato centosettant’anni fa esatti – 4 settembre 1850 – ma ancora capace di far discutere.

Instancabile nel mandare all’assalto i suoi soldati nelle sfibranti battaglie dell’Isonzo, Cadorna si è guadagnato un posto imperituro che lo porta fino all’attualità. Andiamo dritti al punto, con l’esempio più efficace: la rimozione del suo nome dalla toponomastica locale, più spesso ipotizzata che non realizzata. Proposta avanzata a ogni latitudine dello stivale, dalla sabauda Torino alla lontana Siracusa, dalla Bassano del Grappa degli alpini a Milano, dove piazzale Cadorna è luogo centrale e conosciutissimo.

«Macellaio» è la sintesi feroce che di solito emerge in queste occasioni, accompagnando l’immagine del generale che dal suo isolato comando di Udine manda al massacro migliaia di alpini e fanti, in reiterati, folli assalti contro i reticolati austroungarici che difendevano Trieste e la valle dell’Isonzo, tra il Carso e Gorizia.

Eppure non era il solo: era solo – per così dire – il campione di una tradizione militare ultraconservatrice che aveva radici profonde nel Piemonte Sabaudo. «Generale tra altri generali», non solo italiani: anche gli alti gradi austroungarici e inglesi si comportarono (per almeno tre anni) allo stesso modo, sacrificando migliaia di vite in insulsi assalti frontali e reprimendo ogni ribellione che nasceva dall’istinto di sopravvivenza dei soldati. Peggio ancora fecero i generali francesi, che a inizio conflitto mandavano in battaglia i loro soldati con la divisa con gli ottocenteschi pantaloni rossi, facendone bersagli evidenti sui verdi (ancora per poco) prati del Belgio e del Nord della Francia, battuti dalle mitraglie nemiche.

Furono i tedeschi i più bravi a capire che la guerra era cambiata, che il segreto stava nello smuovere le situazioni statiche, perché là dove si creava un movimento bastavano poi piccoli, motivati reparti per travolgere il fronte, altro che interi Corpi d’Armata. Così fecero a Caporetto nell’ottobre 1917, dove il giovane tenente Erwin Rommel con poche centinaia di fucilieri del Wurttemberg  fece prigionieri, in un sol giorno di pioggia, migliaia di italiani, sfibrati da due anni di guerra inconcludente e di disciplina terroristica.

Cadorna tentò di scaricare le colpe sui sottoposti e soprattutto sui fanti della II armata «vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico». Rimase comunque travolto dalla disfatta: «Quale disastro più grande del mio? In dieci giorni io, l’idolo dell’Italia e dell’Europa, si può dire, sono giunto al fondo della miseria», scriveva quasi incredulo nei giorni bui di novembre in cui la sua stella si era spenta d’improvviso.

L’umiliazione era dietro l’angolo: la resistenza a oltranza dei fanti sul Piave e l’Austria-Ungheria ormai prostrata regalarono poi al suo successore, Armando Diaz, l’onore, giusto un anno dopo, nel 1918. Il nome di Diaz finì sui muri di centinaia di località italiane, con il celebre proclama in cui annunciava la rotta degli austriaci in ritirata nelle valli alpine. Il nome di Cadorna sembrava invece destinato alla ignominia, più che all’oblio, e invece a riabilitarlo ci pensò – con mossa inattesa e per certi versi ardita – Benito Mussolini, che nel 1924 lo nominò Maresciallo d’Italia, al pari del suo sottoposto Pietro Badoglio.

Cadorna morì nel 1928, a Bordighera. Il borgo natale di Pallanza (destinato pochi anni dopo a diventare parte di Verbania) gli tributò grandi onori, gli dedicò una scuola e soprattutto edificò un vero mausoleo, che ancora oggi si erge sul lungolago. Opera dell’architetto di regime, Marcello Piacentini, schiera intorno alla salma del “principe della guerra […] giunto alla sua pace” un picchetto di militari di ogni Arma e anche un milite fascista, quasi a dire che senza Mussolini non ci sarebbe stata celebrazione monumentale e riparatrice.

Luigi Cadorna

Dopo gli onori tributati dal fascismo, dal secondo Dopoguerra il giudizio sul generalissimo tornò ad essere drastico, anche se negli anni la storiografia ha messo in luce in modo diverso il ruolo di Cadorna.  Guardando agli aspetti strettamente militari ad esempio si è rivelata giusta (alla luce dei documenti segreti tedeschi) l’intuizione della “Linea Cadorna”, il sistema fortificato che attraversa tutta la fascia di confine con la Svizzera e che doveva difendere l’Italia nel caso la Germania avesse invaso la Confederazione, come già aveva fatto con il neutrale Belgio.

Una parte degli storici ha anche visto in Cadorna il capro espiatorio scelto dalle classi dirigenti (attraverso la celebre Commissione d’inchiesta) per indirizzare la rabbia della Nazione per la disfatta di Caporetto. Che invece era figlia di una mentalità diffusa tra i generali sabaudi e – in misura diversa – di tutta Europa: una casta chiusa che pretendeva di continuare a trattare le masse popolari come oggetti e non soggetti della storia, sospendendo le prerogative della politica e militarizzando la società. Una illusione molto pericolosa, come ben presto s’intuì con la Rivoluzione russa, il Biennio rosso, la caduta rovinosa degli imperi.

A distanza di un secolo e più dalla Prima Guerra Mondiale, di certo il generale di Pallanza rimane figura simbolica: quando la primavera scorsa il tema della revisione critica dei monumenti del passato si è affacciata in Italia (soprattutto a Milano, con la questione statua di Montanelli) non è mancato chi ha rimesso sul piatto la questione delle piazze e delle vie dedicate a Cadorna, a partire – ancora – dal celebre piazzale Cadorna milanese. Già nel 2018 a Milano una notturna azione clandestina aveva provato a risolvere la questione con uno stratagemma, sostituendo al nome di Luigi quello di Raffaele. La famiglia Cadorna ne ha ben due, di Raffaele: uno era il padre di Luigi, protagonista delle guerre risorgimentali e contro il cosiddetto brigantaggio nell’Italia centrale e meridionale.

L’altro Raffaele era il figlio di Luigi: anche lui nato a Pallanza, anche lui generale, all’8 settembre 1943 Raffaele Cadorna combatté contro i tedeschi a Roma, ma poi si guadagnò stima anche tra i partigiani, facendosi paracadutare nel Nord Italia occupato. Una sua missione in Valsesia, con la voglia di partecipare di persona ad un’azione contro i tedeschi, impressionò favorevolmente persino i partigiani comunisti guidati dall’operaio Cino Moscatelli. Era la primavera del 1945 e “generale” dell’esercito di liberazione (che liberò anche Verbania-Pallanza) era un operaio: per  Luigi Cadorna – con i suoi baffi ottocenteschi – sarebbe stato un mondo quasi incomprensibile.

La replica del colonnello Carlo Cadorna, nipote di Luigi Cadorna:

Luigi Cadorna aveva capito la guerra moderna. “Ma i generali non seguirono i suoi ordini”

Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it
Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare.
Pubblicato il 04 Settembre 2020
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