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Una biciclettata per ricordare il professor Guido Petter

A sette anni dalla sua scomparsa l’interessante pretesto per conoscere una grande figura di uomo e intellettuale

Avarie

Nella mattinata di venerdì’, 8 giugno, tempo permettendo, sulla pista ciclabile, si terrà l’ormai tradizionale biciclettata in ricordo del prof. Guido Petter.

Alla manifestazione, organizzata dal Prof. Giovanni Petrotta, parteciperà un nutrito gruppo di alunni delle medie di Luino. La sezione ANPI, in prossimità del sacrario del Cucco in ricordo dei Caduti del S. Martino, offrirà ai partecipanti un piccolo rinfresco.

PERCHÈ UNA BICICLETTATA?
A Padova Petter lo si vedeva transitare con qualsiasi tempo sull’inseparabile bicicletta, borsa a tracolla per recarsi al lavoro. In occasione del 150° dell’Unità d’Italia inoltre aveva partecipato alla «biciclettata garibaldina» del 2 giugno che in seguito gli sarebbe stata dedicata.

CHI ERA GUIDO PETTER?
In un recente articolo pubblicato sulla rivista TERRA E STORIA, la prof.ssa Franca Tessari, sua stretta collaboratrice, tratteggia la figura di Guido Petter riferendo particolari inediti o poco conosciuti della sua biografia, come il salvataggio dall’annegamento di un coetaneo che gli valse il conferimento di una medaglia al valor civile come «eroico balilla». Nato a Colmegna il 20 aprile 1927, Petter rimase sempre legato alle sue radici. Se ne trovano, infatti, ampi riferimenti in alcuni suoi libri di narrativa, in particolare in I ragazzi di una banda senza nome, ma anche nei testi accademici a vivacizzare le argomentazioni scientifiche. La seconda vicenda, riferita dalla prof.ssa Tessari, ha per «protagonista» il campanile della chiesa di Colmegna. Da ragazzo Guido riusciva ad introdursi di soppiatto all’interno, affascinato dai meravigliosi meccanismi del grande orologio che scandiva il tempo, e per studiarli vi passava varie ore. Asilo e tre anni di scuola elementare a Colmegna, in una scuoletta con un’unica aula, gli altri due a Luino, così come la scuola media. La svolta determinante per il suo futuro avvenne grazie a una zia materna che gli diede la possibilità, ospitandolo a Milano, di frequentare l’Istituto magistrale Virgilio. Erano gli anni della guerra, anni di paure e disorientamento: la scuola fascista del «libro e moschetto». Guido ebbe però la fortuna di avere un’insegnante che gli fece dono dello scritto di Mazzini I doveri dell’uomo. Successivamente letture basilari furono La preghiera del ribelle di Teresio Olivelli e L’appello agli studenti di Concetto Marchesi del dicembre ‘43.

PARTIGIANO IN VALDOSSOLA
Superato ogni indugio il giovane studente si avvicinò alla Resistenza, operando dapprima a Milano con un gruppo clandestino e poi, nell’inverno ‘44, appena diciassettenne, aggregandosi alle forze partigiane combattenti in Valdossola, nella X Brigata garibaldina «Rocco», con il nome di battaglia di «Renzo». Mesi di marce estenuanti, di appostamenti al gelo, di aspre discussioni, di dilemmi morali, di scontri a fuoco, di dolore per la morte di alcuni dei compagni più cari. Descrisse tali vicende nel libro Che importa se ci chiaman banditi. «Ero entrato ragazzo, ne uscii uomo» diceva a sottolineare la centralità di quel periodo per il rafforzamento della sua identità e per l’assimilazione di valori su cui orientare la vita.

NELL’ITALIA RINATA DOPO LA GUERRA
Dopo la Liberazione lo troviamo coinvolto in un’esperienza di grande rilevanza in quel periodo post-bellico: la realizzazione di un tipo di Convitto-Scuola detto della «Rinascita» per il recupero agli studi e il reinserimento nella società civile di giovani partigiani intelligenti ed entusiasti: a questi si aggiungeranno poi reduci dalla prigionia e figli di Caduti. Dopo aver contribuito, nell’estate ‘47, con un gruppo di compagni a spalare macerie a Varsavia e a Lodice, – è sempre la Tessari a raccontarlo – decise di restarsene da solo in Cecoslovacchia, dove trascorse l’inverno ‘47-’48 lavorando in miniere di carbone, e poi a Praga vivendo come operaio in una chiatta. Affidò il ricordo di questa dura esperienza ad un diario che si tradusse in un libro: L’inverno della grande neve.

IL SUO RAPIDO CURSUS HONORUM
Al suo ritorno in patria, si dedicò agli studi universitari e, nel contempo, all’insegnamento come maestro in scuole della campagna brianzola. Nel 1952 si laureò con una tesi sul problema dell’apprendimento linguistico in bambini dialettofoni di diverse età. Tra il ‘57 – ‘58 lo troviamo assistente di Kanizsa nell’Istituto di Psicologia dell’Università di Trieste. La sua ascesa accademica fu rapida: libero docente nel 1959; ordinario di Psicologia dell’Età evolutiva nel 1963; preside del Corso di Laurea in Psicologia dal 1978 al 1985; professore fuori ruolo, docente di Psicologia dello Sviluppo nella Facoltà di Psicologia dal 1999 al 2002. Vastissima la sua bibliografia: libri scientifici, di narrativa e autobiografici, saggi vari, centinaia di articoli e voci in trattati enciclopedici.

L’IMPEGNO SOCIALE
Al di là di questi traguardi accademici che gli valsero prestigiosi riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale, Franca Tessari evoca alcuni momenti particolarmente significativi della vita di Petter come quando decise, nel novembre 1966, di raggiungere Firenze per dare man forte ai più giovani «angeli del fango» a recuperare l’ingente patrimonio artistico, deturpato da una rovinosa alluvione. Dieci anni dopo, Petter organizzò e coordinò circa 200 studenti per portare soccorso alle popolazioni del Friuli colpite da un devastante terremoto. Un’ennesima dimostrazione della sua sensibilità per ogni problematica di ordine sociale.

I GIORNI DELL’OMBRA
Ma la prova più terribile che dovette sopportare fu nel biennio 1978-1979, quando si contrappose con fermezza ad Autonomia operaia, gruppo organizzato e pilotato da «cattivi maestri» che tenne in scacco la città di Padova. Franca Tessari fu testimone del crescendo di quel clima intimidatorio che sfociò in una vigliacca aggressione fisica nel portico sotto casa il 14 marzo 1979. Colpito alla testa con chiavi inglesi da tre individui nascosti dal passamontagna, rischiò la morte. Petter si era battuto contro lo sfascio delle istituzioni e lo scadimento degli studi. A ragione, in un libro sui misfatti dell’estremismo nella Padova degli anni Settanta, fu definito «due volte partigiano». I giorni dell’ombra è il titolo che Petter diede al suo diario che va dal novembre 1978 all’aprile 1979, un vero e proprio documento storico.

UNA PRESTIGIOSA CARRIERA
Numerose furono le onorificenze ricevute: nomina a Professore emerito, Laurea honoris causa in scienze della Formazione primaria dall’Università di Cagliari, medaglia d’oro come benemerito della cultura e dell’arte conferitagli dal Presidente della Repubblica Ciampi. Riconoscimenti gratificanti che tuttavia non erano per lui motivo di orgoglio.

VERSO IL TRAMONTO
Visse in pienezza la sua «verde vecchiaia» senza modificare il ritmo delle sue giornate e dei suoi impegni. Scrisse a proposito della sua inevitabile fine che avrebbe preferito «cadere come un uccello in volo colpito dal fulmine o dal piombo di un cacciatore», un’intuizione profetica: fu esaudito. Alla fine di un incontro presso il Municipio di Spinea per una conferenza su «Costituzione e diritto allo studio», fu colpito da un’emorragia cerebrale che lo fece scivolare nel coma. Si spense il giorno 24 maggio 2011.

di redazione@verbanonews.it
Pubblicato il 04 Giugno 2018
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