Quei viaggi in treno dal Lago a Milano che insegnarono a Dario Fo l’arte di raccontare
i “fabulatori” di oggi? “Dovrebbero semplicemente salire su un palco o, perché no, su una panchina, e raccontare“. Intervista a Lorenzo Piazza, autore di “La genesi del “FObulatore”
Il libro di Lorenzo Piazza, classe 1977, Luino, è frutto di una ricerca durata anni che mette in luce la connessione con il territorio e con le storie di chi, senza palcoscenici, ha saputo raccontare il mondo, e ispirare racconti e personaggi della narrazione di un premio Nobel per la letteratura come Dario Fo.
Non a caso il titolo della sua opera, “La genesi del FObulatore“, gioca sull’idea di una figura che, come Fo, fonde invenzione, memoria e satira. Piazza ha studiato Scienze della Comunicazione all’Università di Torino dove si è laureato proprio con una tesi su Dario Fo confluita vent’anni dopo nel suo primo libro. Vive in Germania, a Francoforte sul Meno, insieme alla moglie e alle tre figlie dove lavora al Consolato Generale d’Italia. Dopo La genesi del “FObulatore” – Dario Fo e i fabulatori del Lago Maggiore, sono al lavoro su un secondo saggio che sarà dedicato alla tragedia Chernobyl.
Nel suo libro emerge un legame profondo tra Dario Fo e il territorio del Lago Maggiore: quanto ha influito questo contesto nella formazione del suo immaginario teatrale e narrativo?
«“Tutto comincia da dove si nasce”, diceva Fo. Infatti il substrato folcloristico-culturale del Lago Maggiore ha plasmato moltissimo il giovane Dario, grazie ai personaggi che frequentavano le piazze, le osterie e i caffè, vere e proprie “sagum di temp indrée”. Persino il dialetto, con le sue sfumature così autentiche, lo ha influenzato pesantemente, fino a confluire nel suo Grammelot».
Il termine “fabulatori” richiama una tradizione orale molto viva: in che modo Fo ha saputo raccogliere e trasformare queste voci popolari nella sua opera?
«Sul tema “fabulatori” occorre fare una precisazione: certamente le strade e le piazze del lago erano frequentate da persone che raccontavano storie; ma non esistevano quelli che lui ha definito “la continuazione dei giullari”, quelle figure che si opponevano coi loro lazzi al potere costituito. La sua è stata una reinterpretazione della realtà, frutto di un misto di ricordi, letture e studi. Innumerevoli spunti che sono confluiti nella sua arte. Diciamo che il lago ha plasmato lui ma, soprattutto, lui ha riplasmato il lago».
In occasione dei cento anni dalla nascita di Dario Fo, quale aspetto del suo lavoro ritiene oggi più attuale e necessario da riscoprire?
«Dallo studio del suo percorso biografico e artistico, grazie ai testimoni che lo hanno conosciuto quando ancora non era famoso, è emerso senza alcun dubbio che Dario Fo fosse un genio assoluto. Quando queste persone mi raccontavano sognanti, che “L’era semper lü”, intendevano sottolineare la sua eccezionalità straordinaria. Non si deve però dimenticare l’importanza di una compagna di vita e di teatro come Franca Rame, che ha saputo incanalare il suo genio verso un teatro civile di denuncia, del quale, specie in questi tempi bui, si sente fortemente la mancanza».
Durante la sua ricerca, ha scoperto episodi o testimonianze meno noti che offrono una nuova prospettiva su Dario Fo uomo oltre che artista?
«Tra i tanti aneddoti, forse perché riesco a visualizzare bene la scena, mi piace citare il racconto dei viaggi in treno per andare a Milano: i passeggeri, persino quelli che avevano il biglietto di prima classe (!), aspettavano con trepidazione che Fo salisse sul treno, e si ammassavano nei carri bestiame per sentire le sue strepitose parodie tratte dalla Bibbia o dalla letteratura, che li faceva letteralmente scompisciare dal ridere».
Che ruolo possono avere oggi i “fabulatori” contemporanei nel mantenere viva l’eredità culturale e civile di Dario Fo?
«Per commemorare il retaggio di Fo, i “fabulatori” odierni dovrebbero semplicemente fare come lui: salire su un palco o, perché no, su una panchina in piazza, e raccontare. Con la voce e col corpo, come faceva lui. Ma il Fo artista e intellettuale vorrebbe che costoro non si limitassero a ripetere quanto scritto da lui, bensì che creassero nuove tirate, che facessero sì ridere, ma soprattutto pensare. E che risvegliassero le coscienze, in un’epoca in cui l’immagine ha surclassato la parola».
(foto: , wikipedia)









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