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Per rilanciare Beko a Cassinetta servono elettrodomestici che qualcuno voglia comprare

Uscite incentivate, cassa integrazione, volumi insufficienti e ora la chiusura dei mercatini aziendali. Beko conferma gli investimenti su Cassinetta, ma il vero nodo è un altro. Servono prodotti nuovi capaci di reggere la concorrenza asiatica

il gruppo Beko nel built-in

L’ultimo colpo è arrivato ieri, quando Beko Europe ha comunicato che dal primo dicembre chiuderà il mercatino aziendale di Cassinetta. Per decenni è stato “il negozio” dove gli operai potevano comprare a prezzo agevolato i frigoriferi, i forni e gli altri elettrodomestici che loro stessi contribuivano a produrre. Un piccolo tassello del welfare di fabbrica, è vero, ma uno dei fili che legavano Cassinetta alla sua comunità di lavoratori.
Chiudere i mercatini aziendali non significa certo la dismissione dello storico stabilimento in provincia di Varese. Ciò che colpisce è il momento in cui arriva e come tutti i passaggi precedenti va inserito in un quadro più grande e dentro una domanda che tutti hanno nella testa: dove sta andando Beko? Sono passati ormai due anni dall’inizio della vertenza e il punto non è più soltanto sapere quanti milioni verranno investiti.

INVESTIRE NON BASTA 

L’accordo dell’aprile 2025 aveva messo sul tavolo 300 milioni per l’Italia, oltre 130 destinati a Cassinetta, insieme all’impegno a non procedere con licenziamenti forzosi per due anni. Da allora, però, lo stabilimento si è progressivamente ristretto. A settembre i sindacati dei metalmeccanici contavano 410 uscite tra operai e impiegati. La cassa integrazione continua, i volumi restano insufficienti e la fabbrica dei forni è quella che soffre maggiormente.
Beko continua a confermare la strategicità di Cassinetta e gli investimenti previsti, mentre i sindacati chiedono che quegli impegni diventino rapidamente produzione e lavoro.

SERVONO PRODOTTI NUOVI

C’è però un punto ancora più delicato sollevato da Fiom, Fim e Uilm. Non è affatto scontato che un investimento, da solo, produca i risultati sperati. Si possono installare nuove linee, automatizzare i processi e rendere una fabbrica più efficiente. Ma alla fine servono elettrodomestici che qualcuno voglia comprare. Prodotti nuovi capaci di conquistare quote di mercato in un settore nel quale la concorrenza asiatica è diventata sempre più aggressiva sul prezzo, sulla tecnologia e sulla velocità di innovazione.
È probabilmente qui che si trova oggi il cuore della vertenza Beko. Non più soltanto nella difesa dell’esistente, ma nella capacità di dare una prospettiva industriale a Cassinetta.

NEL FRATTEMPO CASSINETTA PERDE PEZZI

In attesa che questo avvenga la fabbrica di Cassinetta continua a perdere pezzi. Si continua a tagliare la forza lavoro e se si continua con questo ritmo il sito industriale non sarà più sostenibile. Sono diminuiti i volumi e il ricorso agli ammortizzatori sociali rimane consistente. Ora si chiude anche il mercatino aziendale, una conseguenza che la stessa Beko attribuisce, tra le altre, proprio alla riduzione del numero dei dipendenti.

UN’OFFERTA ADEGUATA ALLA DOMANDA

Al tavolo dell’8 ottobre al Mimit le risposte non sono bastate a spazzare via le preoccupazioni. Sindacati e istituzioni chiedono di verificare gli impegni, ma la domanda che accompagna Cassinetta ormai va oltre il rispetto formale dell’accordo.
La questione è più strategica e la risposta non sta nelle rassicurazioni della multinazionale turca circa gli investimenti promessi, ma capire che cosa verrà prodotto con quegli investimenti, in quali quantità e soprattutto per quale mercato. Lo stabilimento di Cassinetta può diventare più efficiente anche producendo meno e con meno persone, ma il rilancio è tutt’altra cosa. Significa avere prodotti che il mercato chiede, linee che lavorano e volumi sufficienti a dare continuità all’occupazione. Dopo due anni di vertenza, Cassinetta è arrivata esattamente qui.

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Pubblicato il 21 Ottobre 2026
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