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“La dipendenza da videogiochi non è quasi mai colpa dei videogiochi”, giovani ed esperti dialogano a Laveno

Un momento di confronto per rispondere alle domande sorte durante la prima rassegna dedicata al "gaming" nell'ambito del Festival della Biblioterapia

Generico 28 Sep 2026

Come far entrare i videogiochi in aula? Quali sono i veri motivi dietro la dipendenza digitale? È possibile sviluppare la socialità attraverso i videogame? Sono solo alcune delle domande che hanno animato il dibattito che ha chiuso il primo fine settimana del Festival della Biblioterapia: tre giorni di dialoghi, incontri e divertimento tutti dedicati al tema del “gaming” organizzato dal team giovani della Cooperativa Totem.

Domenica mattina, i ragazzi di Totem hanno sottoposto agli psicologi esperti della Video game therapy Francesco Bocci, Marco Chiapparino e Matteo Stefano Zanon le domande raccolte dal pubblico del festival durante il fine settimana.

Generico 28 Sep 2026
Sul palco alcuni membri del team di Cooperativa Totem che ha organizzato la manifestazione

I videogiochi in classe per riscoprire la libertà di esercitare controllo

Il confronto è cominciato con alcuni consigli su come utilizzare i videogiochi in classe. Non si tratta di “gamification” (pratica di insegnamento già assodata), «ma – spiega Bocci – di applicare il videogioco in un contesto scolastico per aiutare gli studenti a esprimersi, mettersi alla prova e collaborare». Una pratica che il team della Video game therapy sta già applicando in una scuola in Liguria.

«I videogiochi – precisa Zanon – restituiscono la libertà di esprimere il proprio controllo. Spesso i percorsi che incontriamo nella vita quotidiana non lasciano molto spazio all’autonomia dell’individuo. Attraverso i videogame si riscopre come le scelte personali possono ristrutturare il rapporto che si ha con gli altri».

Videogiochi e dipendenza? «Spesso la causa non è dentro lo schermo»

Prima di arrivare a pensare che un videogioco può creare dipendenza, secondo gli esperti dobbiamo prima chiederci se abbiamo la capacità di leggerlo in modo corretto.

Il disturbo da uso problematico del videogioco, hanno spiegato i professionisti, è ancora oggetto di studio. Il videogioco non modifica il funzionamento del sistema nervoso come le sostanze “fisiche”, o comunque non allo stesso livello. È quindi possibile farne un uso elevato senza incorrere in problemi, così come possono insorgere comportamenti rischiosi. «Solitamente – sottolineano però gli psicologi – il vero problema non è mai l’abuso di videogiochi. C’è quasi sempre una causa più profonda dietro al disturbo nell’uso del videogioco, che spesso è solo un metodo di compensazione, un sintomo».

Come i videogiochi promuovono la socialità

Attraverso i videogiochi è possibile sviluppare comportamenti pro-sociali. Ne è convinto Chiapparino, che ha portato l’esperienza di alcuni videogiocatori, i quali si erano proposti agli sviluppatori del loro videogame online preferito mettendosi a disposizione per moderare le chat tra gli utenti e promuovere discussioni più positive.

Si possono sperimentare emozioni simili anche quando si gioca da soli. Lo psicologo ha indicato in particolare il videogioco Death Stranding, che permette di costruire infrastrutture nel proprio mondo, con la consapevolezza che potranno aiutare altri giocatori impegnati in avventure simili.

Ma a volte non è neanche necessario giocare a un videogioco, basta un anello o una maglietta ispirata a un videogame, oppure cogliere una citazione a un personaggio, per abbattere le barriere, smorzare la timidezza e – magari – costruire nuove amicizie.

Su cosa mettersi in guardia

Il dialogo ha offerto anche alcuni consigli pensati soprattutto per i genitori, in modo da scegliere i videogiochi più adatti ed essere più consapevoli di possibili rischi. I professionisti hanno sottolineato l’importanza di prestare attenzione alle interazioni sociali (reali o simultate) che vengono incentivate all’interno dei videogiochi. Altra cosa per cui stare in guardia sono quelle strategie più o meno predatorie utilizzate da alcuni videogiochi per spingere l’utente a trascorrerci più tempo possibile per la paura di perdersi contenuti a tempo limitato. Un occhio di riguardo anche alle “loot boxes”: meccaniche che forniscono ricompense casuali e che funzionano secondo regole per certi versi simili a quelli del gioco d’azzardo.

Si chiude così la prima parentesi del Festival della Biblioterapia dedicata al “gaming”: un fine settimana ricco di idee che ha abbattuto parecchi stereotipi che circondano il mondo dei videogiochi, smentendo soprattutto l’idea che si trattino di semplici passatempi per bambini, ma che invece sono a tutti gli effetti opere d’arte – con i loro aspetti positivi e negativi – capaci di restituire emozioni.

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Pubblicato il 04 Ottobre 2026
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