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Nel 2020 gli infortuni sul lavoro per Covid sono stati 3708, le donne le più colpite

L'indagine dell'Inail evidenza la netta prevalenza di infortuni femminili (74,7%). Quattro sono stati quelli mortali. Nettamente superiore anche i casi di dimissioni di donne

infermiere di famiglia

Sono state 37.208 le denunce di infortunio per Covid presentate lo scorso anno in Lombardia. Circa il 28% del totale nazionale. Di queste 159 hanno avuto esito letale, una percentuale che porta la fetta lombarda al 37,4% del dato nazionale

Nella nostra provincia, sono stati in tutto 3708 gli infortuni di cui 2770 di donne pari al 9,7% del totale lombardo. In quattro casi si è avuto un esito letale.

La fotografia è data dall’Inail che ha raccolto le denunce di infortunio da Covid19 fino allo scorso 31 dicembre 2020.

Sono state le donne le più colpite dal contagio, ben il 74,7% e, nella gran parte dei casi, l’età varia tra i 35 e i 64 anni ( 61% dei casi) con una prevalenza della fascia 50-64 anni ( 32,7%). Il settore più esposto è stato quello sanitario e socio sanitario ( 71%) mentre davvero limitati sono stati i contagi negli altri settori: il secondo più compito è stato il manifatturiero con il 6,3%.

Tra le professioni più coinvolte dalla pandemia troviamo i tecnici della salute ( 39,1%) le professioni sanitarie s sociali ( 15,6%), quelle nei servizi alla persona ( 12,3%) i medici (9,9%).

La pandemia ha influito pesantemente anche sul ruolo di lavoratrici delle donne. La Consigliera di parità di Varese, l’avvocato Caterina Cazzato, evidenzia: « Nel 2019, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha registrato ufficialmente, a livello nazionale, 50.674 provvedimenti di convalida di dimissioni/ risoluzioni consensuali di rapporti di lavoro, di cui 37.611 (pari al 73%) relativi a dimissioni di lavoratrici madri e 13.974 (pari al 27%) relativi a lavoratori padri. L’impatto del fenomeno, nella provincia di Varese è stato ed è tuttora significativo. I lavoratori padri si sono dimessi prevalentemente per passare a svolgere un altro lavoro. Le donne, invece, si sono dimesse principalmente per le difficoltà di conciliare il lavoro con la cura dei figli (assenza di parenti di supporto, elevata incidenza dei costi di assistenza, mancato accoglimento al nido) ma anche per ragioni legate al datore di lavoro, principalmente connesse all’organizzazione e alle condizioni di lavoro gravose o difficilmente conciliabili con le esigenze di cura della prole o per la scarsa propensione alla flessibilità negli orari di lavoro o per la mancata concessione del part-time. Il 75% delle lavoratrici-madri che si sono dimesse, nel 2019, per tali motivazioni, rientrano nella fascia d’ età 29-44 anni; quanto sia difficoltoso il ricollocamento nel mondo del lavoro, è di tutta evidenza.
Un cenno all’opportunità, per le imprese, di accedere intellettualmente e praticamente allo smart-working, quale modalità di svolgimento dell’attività lavorativa finalizzato alla conciliazione dei tempi vita e di lavoro, che permette anche un’organizzazione aziendale più agile, meno dispendiosa, ormai s’impone, considerando la crisi economica in corso e la sfida della transizione digitale che l’Europa ci invita a raccogliere».

di alessandra.toni@varesenews.it
Pubblicato il 08 Marzo 2021
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