In marcia! Nuovo appuntamento con Qui Montecitorio

Roma -

Buone notizie dalla Francia. Il tanto annunciato, da alcuni temuto e da altri desiderato, sfondamento dei populisti europei non è avvenuto. Al contrario, si aprono prospettive molto concrete per l'arrivo alla Presidenza della Repubblica Francese di un giovane esponente politico che, per la prima volta a quelle latitudini e ai quei livelli, fa dell'europeismo e dell'integrazione del Vecchio Continente una bandiera.

Il primo turno delle presidenziali francesi ci conferma in alcune dinamiche di fondo, che interessano anche l'Italia. Di fronte al cambiamento della società, indotto dalle trasformazioni di una crisi economico-sociale che sta per entrare nel decimo anno di età, le risposte politiche si sono articolate su due livelli. Da un lato, quello delle democrazie rappresentative e degli schieramenti riformisti, con l'elaborazione di risposte politiche innovative che si inseriscono nel solco di uno sforzo di rinnovamento (è stato il caso di Matteo Renzi in Italia, ora è il turno di Emmanuel Macron in Francia e si potrebbero aprire scenari simili anche in Germania con Martin Schulz); dall'altro, la crisi ha prodotto un consolidamento di consensi attorno ad un conglomerato populista che fa del ritorno al nazionalismo e al sovranismo la cifra del racconto politico, che ha assunto i volti di Marine Le Pen in Francia, di Alternative fur Deutschland in Germania e di Grillo e Salvini in Italia. Le esperienze elettorali sin qui compiute ci dicono che il confronto politico è ormai tra questi due blocchi, e che laddove i progressisti non riescono ad innovarsi (come in Spagna, in Olanda o in Inghilterra) il campo viene lasciato ai conservatori.

La Francia ci dice anche un dato che a chi, come noi, aveva dato vita dieci anni fa al Partito Democratico era già ben presente: il modello socialdemocratico è ormai un residuo del passato, e non è su questa base che si costruisce una proposta di futuro che parla alla grande opinione pubblica. Il misero 6% di Hamon, che arriva all'indomani della presidenza Hollande, la dice lunga su una sinistra che non ha voluto fare i conti con la modernità, e che è stata scavalcata al centro dal dinamismo di Macron e a sinistra dal nostalgismo di Melenchon e della sinistra radicale. Lezioni utili anche per casa nostra, e per chi pensa sulle scissioni di costruire il futuro del progressismo italiano.

Il punto è continuare a marciare, per dirla con Macron,  o di restare sul cammino, per rievocare Renzi, sul profilo della modernizzazione delle politiche e delle forme del riformismo, anzichè agitare antichi totem destinati a screpolarsi sotto l'usura degli anni e dentro la mutazione profonda che la crisi ha indotto, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni alle quali il racconto della logica redistributiva non fa alcuna presa, perchè essa era fondata sul presupposto che la ricchezza crescesse sempre e che il compito della sinistra fosse quella di mettersi in mezzo per intercettare il flusso della ricchezza e redistribuire. Dentro la complessa dinamica del cambiamento, questo "mantra" è andato in crisi, e oggi servono nuovi paradigmi e nuovi canoni. Renzi lo ha capito nel 2014, e venne premiato alle Europee. Macron lo ha capito ora, e si accinge a sbarcare all'Eliseo. Continuiamo a marciare, dunque.

 

Il biotestamento, scelta di dignità

La settimana parlamentare ci ha consegnato una novità di grande rilievo. Giovedi scorso abbiamo votato, con una espressione di consenso trasversale agli schieramenti, la legge sul cosiddetto "testamento biologico", ribattezzata legge sulle direttive anticipate di trattamento (DAT).

Il testo passa ora al Senato, ma si tratta di una grande novità. Intanto, di stile. Su questo delicatissimo tema, negli ultimi anni il dibattito nel Palazzo e nel Paese è stato spesso fortemente ideologico e verbalmente violento. Basti pensare a cosa accadde all'indomani del caso di Eluana Englaro. Questa volta, siamo riusciti a fare in modo che temi delicatissimi come la vita, la morte, la morale, il diritto non fossero usati come una clava, ma a far sì che si potesse ragionare nel merito di questioni così rilevanti come la salute, la malattia, la dignità della persona e l'amore per i propri simili. Finalmente c'è stato un dibattito parlamentare nel quale gli inevitabili, e democraticamente salutari, dissensi, critiche e perplessità sono stati espressi in un clima di civiltà e di ascolto reciproco, archiviando (almeno su questo) le scene troppe volte viste fatte di insulti e di reciproche accuse.

Nel merito, il provvedimento ruota tutto attorno all'articolo 32 della Costituzione: "nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione della legge". Da ciò ne discende che vi è il dovere fondamentale di curare chi è malato, o chi ha bisogno, ma tale dovere non può modificare la volontà di chi è protagonista di quello stato di bisogno o di malattia. Ognuno di noi è soggetto della propria vita, e non si può concepire una situazione nella quale le persone, quando cadono in uno stato di estrema debolezza, diventano oggetti e addirittura corpi in mano ad altri. Al centro del provvedimento, dunque, non vi è certo l'eutanasia (che infatti è stata proposta dal Movimento 5 Stelle -per favore, qualcuno di voi lo dica al direttore di Avvenire!- ed è stata bocciata dal voto dell'aula) ma vi è la persona, ovvero il malato, la sua dignità, il rispetto della sua soggettività e della sua volontà. Questa legge non introduce una morte assistita, ma la possibilità per ciascuno di ricevere solo quelle cure che hanno avuto il nostro consenso. E dunque anche la possibilità di rifutare quelle ure che non sono considerate un mezzo di miglioramento, ma solo una forma di accanimento o un prolungamento artificiale della sofferenza. Al centro, insomma, vi è il rispetto della persona ammalata, dei suoi familiari, dei suoi amici, dei medici e di tutto il personale sanitario che sono uniti in una relazione di cura che ha per obiettivo il benessere della persona, e il rispetto della sua reale volontà. E' una legge che impedisce che qualcuno si sostituisca a noi, senza il nostro consenso, nelle decisioni estreme. Per questo alcuni giuristi e filosofi hanno parlato di un "diritto mite", perchè questa è una norma che non è coercitiva, ma accogliente della soggettività personale.

A mio avviso è un passo in avanti per un paese più giusto e più civile, e sbagliano coloro che -per qualche pugno di voti- gridano all'apertura all'eutanasia. In realtà, è un passo in avanti ulteriore nella direzione di concrete politiche di assistenza e di cura, perchè nessuno -e soprattutto il più debole- venga abbandonato di fronte alla sofferenza.

 

Buona settimana a tutti

 

Enrico 

 

Enrico Borghi
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